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Siamo Cosmopoliti. Blog di viaggi d'Arte, Fantasia e Regioni. Viaggi nel Cinema, nel Teatro. Cosmopoliti di città e di scena. Dall’Italia al romanzo, dal racconto alla fiction, dal Teatro all'economia. Confondere Letteratura, Arte, Città, Nazioni sarà un modo per incantare.

martedì 27 dicembre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (Dodicesima Puntata)

Quella sera sentivo il bisogno di correre e di vedere le mie amiche. Federica Metrello mi aspettava quindici minuti dopo. Stavo ripensando al sogno che avevo fatto la notte passata e mi struggevo un po’ al pc.
L’amore storico era lì. Gli occhi suoi chiedevano di me. Ma più tentavo di andare via più veniva. E più veniva, più non trovavo le forze per allontanarmi. Il solo tocco era un’estasi.
“E nel mio cuore mi dicevo «vedrai che un giorno crescerò»”.
Non posso decidere di non sognarlo, quindi ben venga nella notte, se di giorno non è possibile incontrarlo.
Abbiamo così tanta libertà ed un’altrettanta paura di averla, che ci costruiamo da noi i limiti: convenzioni, regole, pregiudizi ne sono scomode conseguenze, sono falsificazioni della realtà.
Da bambini i genitori ci tengono la mano, ci guidano. Noi osserviamo, ascoltiamo e riflettiamo con i sensi attenti. Notiamo tutto e tutto ci incuriosisce ed affascina. I colori sono vividi, gli odori anche, nella mente. Crescendo siamo noi a doverci guidare. Dobbiamo pensare a così tante altre cose che perdiamo la capacità di vedere, sentire e pensare come i bambini, come i vecchi noi.
Sognare può divenire più forte di vivere? Le sensazioni di un sogno cosa non hanno rispetto a quelle reali?

Tra quattro giorni si sarebbe conclusa la terza settimana del mio Salvadanaio delle Virtù. Avevo preso a mettere soldi da parte. Ogni volta che rinunciavo a qualcosa, ogni volta che vincevo un vizio, mettevo qualcosa nel salvadanaio. E si riempiva. Devo ammettere che ero soddisfatta delle mie azioni.
Lottare e sedurre. Impegno. Studio. Carriera. Era un mantra. Ed io ero felice.

Continuavo però a pensare all’assenza dell’amore.
«Ho un debole per i migliori amici. I miei. Quelli degli altri. E non so se sia dovuto al fatto che siano “migliori” o sol perché sono “amici”» dissi a Bice «Per ventidue anni ho agito in modo così perfetto che adesso appare come un alibi. Per anni ho perdonato e per anni ho sacrificato parte di me, pensando che chiunque si potesse trovare di fronte a situazioni difficili, che potesse capitare pure a me di sbagliare. Ma non è servito. Quando ho sbagliato, chi doveva perdonarmi, chi doveva capirmi, non lo ha fatto. E doveva essere il primo!»
«Ma tu sei buona!»
«Siamo tutti cattivi ed egoisti. Lo siamo per natura. È per questo che sentiamo il bisogno di aiutare gli altri, di fare beneficenza. È per correggerci. Ma soprattutto è per perdonare a noi stessi gli errori che commetteremo in futuro. Prima o poi, presto o tardi, tutti sbagliamo e facciamo del male. A volte anche involontariamente. Ma lo facciamo. Per allora vogliamo poter dire di aver fatto tanto bene»
«Tu sei buona e queste sono stronzate!» mi ripeté Bice mentre giocava con il casco e le chiavi del suo motore. Mi guardò in tralice «Quante volte dovrò ripetertelo ancora?»
Sospirai.
«Va bene, te lo ricorderò ancora tante volte, ma» tolse i piedi dalla scrivania e si avvicinò «tu sai di essere buona. Smettila di mettere in dubbio tutto di te stessa. Quanto meno le colpe. E se non ci riesci, allora perdonati per questi errori che non condivido e non vedo. Perché davvero. Io non li vedo. Li vede soltanto chi vuole che siano errori»
Ed era questo che mi piaceva di Bice. Aveva una personalità così varia che riusciva a rispondere ad ogni esigenza d’amica.

«Ieri la mia colazione è cominciata alle 7:30 di mattina e si è conclusa alle 10:30 circa di sera» raccontai due giorni dopo a Federica Metrello.
«Cristinuccia» mi guardò con occhi dolci. Sapeva del Salvadanaio delle Virtù e di quanto mi potesse far stare male quella mia corruzione alimentare.
«E la gente continua a farmi arrabbiare. Certe conversazioni non riescono proprio ad uscire dalla mia testa»
«Si, ho letto su facebook»
«Non sono una prostituta di pensieri! Sono soltanto una scrittrice egocentrica alla quale piace mostrare ciò che pensa ed immortalare le proprie riflessioni di fronte a tutti»
«Ma chi è stato a farti parlare così? Da quando pensi di essere egocentrica?» mi chiese meravigliata «Tu sei la ragazza che si imbarazza quando saluta gli adulti!»
«Chi vuoi che sia stato? Mi dispiace, ma ormai lo penso anche io. Forse si, sono una puttana di pensieri, quando sono nervosa e collegata su facebook. So bene che questa cosa dà fastidio a molta gente. Ma a tanti altri piace. Piace quanto a me»
«E questo ti esalta?»
«Ti sembra?»
«Si»
«Bene, allora sono l’esaltata puttana di pensieri!»
«Ahah»
«E comunque non mi imbarazza salutare gli adulti! Soltanto che non so a chi dar del lei e a chi del tu. Cosa posso farci se l’educazione può risultare scomoda?!»

Era da un po’ che non sentivo Viviana. Fu lei a chiamarmi un pomeriggio. Parlammo di alcuni acquisti che doveva fare e le consigliai un negozio che di era aperto da poco in centro.
Quando chiusi il telefono, mangiai un’arancia e misi la tuta. L’intenzione era di andare a fare jogging. E lo feci. La mia resistenza era aumentata.
E poi improvvisamente capii. Non ero insicura perché debole o incapace. Ero insicura perché già sapevo, già avevo intuito che la vita è imprevedibile, è incerta e non sarei mai dovuta essere troppo sicura di me perché poco sarebbe dipeso da me nei momenti di malattia e guerra. Sapevo di essere un’entità troppo piccola e indeterminata per avere certezze, sicurezze su questa vita che di statico e prevedibile ha ben poco. La morte e il meteo.

Avevo voglia di sculacciare un paio di persone con una katana. Non capisco perché la gente si ostini a star arrabbiata e a non voler comprendere.
Da chi gioca con il fuoco ci si aspetta che sappia ben reagire alle scottature. Ma non è così. Non sempre è così. Ma come posso spiegare che l’amore è fuoco e che dunque tutto quello che ne deriva oltre ad essere rischioso, urticante, deve portarci a capire l’altro anche quando arriva la fine? Se amiamo una persona, e questa va via, per amore suo e delle sue confusioni, dobbiamo saperla amare comprendendola. Dobbiamo controllare la nostra rabbia, il nostro egoismo. L’amore non si può imporre, né le sconfitte dovrebbero inacidire le vite di chi abbiamo amato.

Dato che l’alto tasso di agitazione che avevo in quei mesi non decideva a scendere, a subire alcuna inflazione, presi una decisione, feci una scelta. Una delle più naturali per una donna. Andai dal parrucchiere, con Federica Metrello. Non era bastato cambiare il colore due settimane prima. Entrambe lasciammo che ci tagliassero i capelli. Era stranissimo sentirli finire così presto, ma era fortificante. Si dice che tagliare i capelli, li rafforzi alla radice. Probabilmente è vero. Ma a noi donne ci fortifica anche la radice dell’anima. Con un caschetto biondo, tendente al rosso, sembrava che potessi dominare qualsiasi imprevisto, qualsiasi conflitto.
Ed un’altra cosa mi era chiara.
«Le uniche persone che potrebbero uccidermi senza che io opponga resistenza alcuna, sono parrucchieri e massaggiatori» dissi a Federica.
Gli allenamenti sul lungomare continuarono.

sabato 24 dicembre 2011

Edizione Speciale Natale 2011 - Parte II

Allarme rosso, allarme di Natale

                           (“Eclissi del cuore”, cover di Valentina Morreale)

Vigilia di Natale. Siamo sotto le festività più edulcorate dell’anno. Per questa terza settimana di dicembre è fantastico scrivere da dove sono adesso seduta. A guidarmi c’è la canzone “Eclissi del cuore” cantata da Valentina Morreale; come faro ho, invece, un albero nuovo e magicamente luminoso. Si, è una festa religiosa, dolce; adatta per peccatori, consumisti e lucratori.
Ormai non sono più in tempo per scrivere a Babbo Natale. In ogni caso non saprei cosa chiedere, non saprei scegliere cosa chiedere tra le cose che voglio.
Atterrare in Sicilia è bastato, è stato fantastico, non so con la slitta cosa si provi, ma quando si giunge da lontano, muovere i passi sull’isola è davvero toccante.
Finita la valigia alle 00:30 di giorno 22, mi sono addormentata su un divano. Alle 4:30 mi sono svegliata. Alle 6:10 in metro. Poi autobus e infine aeroporto. Con tre ore di sonno ho superato il viaggio senza stanchezza.
Dopo tante attese sono arrivata. Saluto di famiglia. Prima guida in auto sul lungomare dopo tre mesi di astinenza. Fermata di fronte casa. E boccata d’aria sul mare.
Ho raccolto due arance dal mio giardino. Poi diritta a salutare altri parenti e a concedermi il primo pranzo Made in Sicily.
Caffè, collegamento su Face (eh ci sta!) e poi la cosa che più di tante altre mi è mancata. Doveva avvenire alle diciotto, ma non ho resistito. Alle diciassette sono uscita dal portone di casa e il morboso amore che nutro per il mare si è espanso, liberandosi. Ho corso sino a quando soltanto il muretto e la spiaggia potevano dividerci, ho continuato a correre un’ora guardando l’orizzonte. Le nuvole volevano suggerirmi storie, mi chiedevano di raccontare le proprie forme ed io sembravo l’alunna impreparata che riusciva appena a cogliere gli aiuti, i loro saggi segni.
Alle diciannove saluto con i primi amici, il dopo cena con gli altri. Nel frattempo il traumatico distacco con le amiche di Milano non si è sciolto. Ah, le amicizie! Certe volte il bene che si vuole alla gente non si riesce ad esprimere. Non basta neppure scriverlo.
«Sono fantastiche! Vi voglio davvero bene, ma dirvi di volervi bene non basta» dissi in auto a Federica Torre, era passata a prendermi.
«Ma perché tu ci ami» mi rispose continuando a guidare.
«Hai ragione» mi addolcii ancor di più in viso, sapeva quello che stavo pensando «è che non lo dico perché non voglio che si pensi a male» sorrisi «ma vi amo. È proprio questo»
«Ahah!!»                                                        
Rientrata a casa dopo l’uscita notturna, provai a rileggere un libro. Finalmente crollai dalla stanchezza. Ero cotta. Innamorata.
Il 23 dicembre, che è passato da qualche minuto, è stato all’insegna del restyling. È inoltre partito l’allarme rosso. Allarme Rosso, Allarme di Natale. Il pericolo delle tavole, degli incontri. I nemici-amanti di ogni donna sono già nei ripostigli delle cucine. Attendono solo che vi si ceda. I dolci sono proprio come gli uomini. E lo sanno (a volte i dolci sono sì, più acuti dei maschi). Ma abbandonatevi pure. Tra una freccia d'amore e un'intossicazione alimentare non c'è poi tanta differenza. All'inizio nulla sembra che ti debba far star male.

Amici, Libiam! Buon Natale e Buone Feste! ;)

mercoledì 14 dicembre 2011

Edizione Speciale Natale 2011 - Parte I



                                                          (Ascoltando All I Want For Christmas Is You)


Da qualche mese sono espatriata dalla Sicilia. Stage e precariato mi hanno portata un po’ lontana. La Lombardia mi ospita a pagamento. Ma il Natale sta ormai arrivando ed io torno il 22 dicembre. È drammatico come funzioni il tempo qui a Milano… non è che la gente sia frenetica, questo è il luogo comune. È il tempo che corre veloce. Infatti mi sento già a casa. Ho raggiunto una strana serenità per questo motivo. Penso al mio lungomare e so che ormai sto per rivederlo. È come se già fossi lì. Avverto uno strano accavallamento di tempo e spazio.
Stanca delle gran quantità di denaro che spendo in questa regione del nord, nonostante l’apprezzi per il freddo e l’ordine, ho deciso che comprerò i regali tutti giù.
Il 23 dicembre, infatti, mi si prospetta una giornata di full immersion. In un giorno -spero nelle aperture ad orario continuato- non so cosa riuscirò a combinare, ma di certo non farò girare l’economia ancora in questa città, di cui si è servi d’obbligo e d’interesse.
Pregusto ormai l’arrivo in aeroporto, il caldo e l’umidità di Mazara.
Già odo il canto della poesia:

Voglio il mio mare e la mia città. Il Viale del Continente e degli onori.
E non sentire i passi che ivi non posso dar ora.
Immaginar posso solo vento, dori
e d'argento il benessere.

Di un verbo sono tanti altri i significati.
Amare, senza mare son adesso.
Amare, acerbo distacco non fu,
se non ora il disio m'assalisse così traditore ed innamorato.

Pentirsi d’hanno coloro che voluttuosi errando via o restando,
ingiuriano questo luogo d’onori ricoperto.
Pentirsi s’ha colui che piuttosto che ergere con intenti grandiosi
dissipa e contrasta le buone intenzioni degli innamorati.

E innamorata sono di quell’isola magnifica, gloriosa che mi ha fatto così vaneggiare per mesi.
Comunque la vita qui è resa altrettanto meravigliosa. Ciò grazie a delle amiche che due anni fa non avrei certo conosciuto se fossi giunta allora. Tutto deve andare come va. Sono felice di come sia andata. Soddisfatta.
Ma, giusto per non scrivere troppo vanamente, volevo parlare dei regali, non essere nostalgica e malinconica come vi starò sembrando.
L’atmosfera è quella del Natale. Freddo, luci, cori gospel, cori in chiesa e canzoncine scampanellanti. Se ho cantato per mesi Anna Oxa sotto la doccia, adesso le mie doti canore sono sfruttate in ossequio a Mariah Carey. All I Want For Christmas Is You risuona un pò ovunque in questo mese.
E anche la mia bacheca risente delle festività. Piena di link e video natalizi, non smette di accendersi di rosso.
Voglia di rosso, verde e oro... si chiude una porta, si apre un portone... amo paint.
Si perché se non si sa che foto mettere sul profilo, basta prendere qualche immagine e colorarne lo sfondo su Paint. Durante il Natale si torna bambini. Ogni cosa fa tornare piccoli, anche usare Paint.
Il che è fantastico. Nasce Gesù e tutti metaforicamente rimpiccioliamo di conseguenza. Non è suggestione, questi sono segni.
Buoni, siamo buoni. Tutti proviamo ad essere buoni a Natale. Anche le tavole di casa lo sono. I pandori lo sono. Anche i Troll diventano buoni a dicembre (questa non ve la spiego!).
Ah! Pregusto l’arrivo. Pregusto l’arrivo in Sicilia.
Questa mattina mi hanno telefonata da uno studio di produzione cinematografica.
«Si, sono io Cristina Neri» risposi.
«Il dott. Castagna, direttore della nostra casa, la invita all’evento di marzo, desidera che lei faccia un intervento sul suo ultimo romanzo riguardo l’economia dello spettacolo nell’antica Grecia»
«Oh, certo» cos’altro avrei potuto rispondere?
«Buone Feste!» dissero dall’altro lato della cornetta, dopo esserci accordati.
«Buone Feste!» questo soltanto potevo ancora dire.

Dato che il post vuole essere solo un’Edizione Speciale Parte I, vi lascio dicendovi:
Buone feste, siate bravi e amate la Sicilia perché è una gran porcona, da vicino e da lontano. Il cuore duole anche se gli occhi non vedono. È la Sicilia l’amore più idealizzato di un siciliano.




giovedì 8 dicembre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (Undicesima Puntata)


Lo vorrei tanto fare. Ma non qui.
Qualche volta ricordo appena il motivo di certe frasi condivise su facebook. Sopra, ad esempio, non so a cosa mi riferissi.
Amore, Amicizia e… Astinenza (da cibo).
Questa è l’abitudine che conservo per due terzi nella mia vita. Non si può fare a meno dell’amore e dell’amicizia. L’astinenza, invece, è l’abitudine che non si  mantiene. Diviene abitudine perché non è mai davvero osservata.
«Magnifico, fantastico, sensazionale, unico, incredibilmente irresistibile, ma…» dissi.
«Ma?» fece eco Federica Metrello.
«… ma l’astinenza è segno di forza!» sospirai.
Non vi dico l’esatto oggetto di quella conversazione infrasettimanale. Vi lascio il dubbio su tre ipotesi, ipotesi di cui è difficile distinguere l’effettiva differenza di reazione: la vetrina della Lindt in piazza Politeama, il disordine sentiment-ormonale che provoca il chirurgo Mark Sloan e un nuovo arrivo.

Una sera mi trovavo sola in casa, quando suonò il telefono. Fermai la puntata del telefilm che stavo guardando. Risposi alla chiamata. Appresi una notizia splendida, ma contenni la voce con disinvoltura. Presto sarebbe arrivato un mio amico dalla Spagna. Era stata sua cugina ad avvertirmi.
Lui poteva guarirmi. Ne ero certa. Era scontato che io avessi bisogno dell’aiuto di qualcuno. In amore si vince con altro amore. Ed io a lui lo avevo amato per sei anni nonostante la distanza. Immaginate di esservi lasciate cruentamente da qualche mese e dovesse arrivare così improvviso il ragazzo che amavate da bambine. L’amore di quando si è piccole è davvero fantastico. Ecco. Guardai allo specchio la mia espressione maliziosa. Deliziata dalla notizia ritornai alla puntata di Private Practice.

«Apparentemente è un problema, ma… mi basterà trovare una tenda, si, solo una tenda!! Oh no!! Non ce la farò mai con una tenda, non posso con una tenda» disse Viviana Tosca.
«Certo che non puoi! È fantastico che tu sia riuscita a rimanere vergine» le risposi.
Mi rivolse uno sguardo tra il deluso, l’affranto e l’irritato «Chi ha una tenda? Ne ho bisogno»
«…Impegno e astinenza» intervenni, cercando di convincerla a tenere a bada le sue fantasie e provando a non auto-biasimarmi per quel periodo della nostra vita. Stavamo aspettando Bice.
«Il cioccolato riassume noi donne. Dolcezza, bontà ed estrema perversione» dissi con espressione benevola un attimo prima che entrasse Bice dalla porta del locale. Aveva portato il suo nuovo ragazzo.
«CHI HA UNA TENDA DA PRESTARE??» tornò a ripetere disperata Viviana.

Quale parte di me ascolterò alla fine? Sarà comunque la parte giusta, quella più bisognosa.
Carver sarebbe presto arrivato ed io cominciavo a chiedermi se era giusto farmi avanti o lasciare che tutto andasse come doveva. Forse non dovevo gettarmi tra le braccia del primo amore. Poteva avere conseguenze negative. Altre conseguenze negative.
E fu proprio così. I giorni si avvicendavano, ma lui non rispondeva a messaggi e telefonate.
Credo che potrei avere una crisi di nervi, se non avrò presto ciò che voglio… e c’è chi dovrebbe rispondere al cellulare, se non desidera passare giornate di terrificante sfruttamento e materialismo.
«So essere più materiale di un uomo. Avevo dimenticato certe situazioni» scherzai con Federica M.
«Ma sono loro. Noi non sappiamo mettere un punto, ci attacchiamo come delle seppioline al passato. Loro sono indecenti»
Non poteva certo finire lì. Quel giorno fu un crescendo di isterismo. Qualche ora dopo, aspettando la risposta del sesto messaggio, chiamai Filli.
«Gli uomini mi faranno diventare lesbica»
«Mmm. Cosa succede?»
Le spiegai di Carver Curtio.
«Vorrei sapere cosa sta succedendo a tutte! Ma chi sta scrivendo la nostra storia?» esclamò alla fine. Soltanto Bice resisteva a quel periodo.

Bice. La sua sincerità era spregiudicata. Quando le chiesi cosa fare per smuovere il blocco d’amore che avevo, mi diede un libro da leggere. La cosa mi stupì non poco. Ma quello non era un libro qualsiasi. Era il manuale che ogni ragazza dovrebbe leggere in un momento della propria crescita.
Alziamo gli standard, accresciamo le ambizioni e diveniamo spietati amanti di noi stessi.
Mi trasferii in un’altra casa. Io, il manuale, computer e la tuta. Senza connessione wireless. Il comportamento di Carver mi aveva spiazzata.
Contemporaneamente lessi un libro sulle Idi di marzo.
Tra le tante donne di Giulio Cesare, Cleopatra è quella che ha più affascinato l’Impero; ma quella che io preferisco è Servilia.
Essere femmina è indifferente; è essere donna che seduce.
Condurre a sé.
«…È questo che dobbiamo fare. Dobbiamo condurre a noi il maschio. E lo si deve sempre fare con convinzione. Se non siamo consapevoli di noi stesse o se siamo consapevoli di essere delle cesse, questo non importa. Bisogna che ci convinciamo di possedere le capacità per sedurre. Perché le abbiamo» 
Bice era, sì, spregiudicata. E la convinzione non sempre era male.

Dopo una settimana in solitudine mi sentivo come assopita e piena di me. Non vi era bisogno di un’altra metà che completasse la mia vita.
Preparai la valigia e trascorsi altri sette giorni a Palermo per studiare. Sentii poco le mie amiche. Avevo detto loro che sarei andata via per qualche settimana.
Non dare notizie di sé per un po’ talvolta risulta fondamentale, se si sta cercando qualcosa.

«Dicono che sia tornata e che adesso ami solo se stessa» disse Filli. Bice e Viviana la stavano ascoltando.
«Chi te lo ha detto?» domandò Viviana che non aveva sentito bene mentre metteva lo smalto.
«Diverse ragazze del corso di recitazione»

Quando giunsi in città erano due le cose che bisognava smentire, non più una. Carver non mi avrebbe guarita -aveva forse peggiorato la situazione-; e Bice si era lasciata.
Adesso io e le mie amiche eravamo tutte ufficialmente single.
Capite bene perché non si deve esser sicuri mai di niente. Una ragione c’è!
Fortunatamente Bice non si lasciava impressionare dalla svolta della sua storia e mi propose di andare in qualche locale. Era piena estate, così dopo il bagno al mare delle diciannove e l’oretta e mezza di preparazione, passò a prendermi. Guidò sino da Filli. Viviana Tosca aveva una cena in famiglia e non sapeva a che ora avrebbe finito.
Bice posteggiò l’auto e scendemmo. Pochi attimi dopo stavamo ordinando tre Du Demon.
«C’è un ragazzo che guarda da questa parte» osservò Filli.
«Già! Sta guardando Cristina» specificò Bice.
Arricciai le sopracciglia e mi voltai.
«Non stava guardando me»
«Invece si» rispose Filli.
Sorseggiai un po’ di birra e mi girai di nuovo.
Poi scossi la testa.
«Non ce la faccio. Davvero non ci riesco»
«Ma a fare che? Ma si babba?» fece Bice.
«Ma cosa devo fare? Fargli un sorriso e dirgli “Ciao, come va?” o “Ciao, mi chiamo Cristina”? Non mi sembra il caso. Non so chi è, ma so che è un maschio. E ciò mi arreca già grossi disagi»
Filli e Bice si guardarono. Poi quest’ultima schioccò le labbra.
«Se non vai tu, vado io»
«Si, vai tu. Non me la sento» le risposi.
«Sicura?»
«Vai»
«Come vuoi» e così dicendo si alzò sicura di sé, diretta al bancone, verso quel ragazzo. Lui le sorrise. Lei ricambiò. A distanza Filli le vide dire qualcosa, ma la musica non rese possibile udire le parole.
Bice ordinò una birra doppio malto.
Il ragazzo continuava ora a guardarla. Era il marpione della serata.
«Crì, comunque non puoi fare così»
«Non mi piacciono queste cose. Non ci riesco. Mi innamoro delle persone che conosco. Non del primo idiota dagli occhi dolci»
«Ma non gli hai dato neppure modo di parlarti»
«Perché lui mi ha dato modo di conoscerlo? Quell’atteggiarsi inutilmente sullo sgabello di un locale lo definiresti intrigante?» sbuffai «Ridicoli»
«Crì, tu ce l’hai con gli uomini, ma non tutti sono come quelli che hai conosciuto. Lo dici sempre no? Non ti era mai capitato di rompere un amore così malamente. Un po’ di pazienza. Tutti prima o dopo affrontiamo le rotture. Devi avere ancora fiducia»
«Non la do più la mia fiducia»
«Fai bene, ma… sta arrivando Bice»
«Ragazze, vi dispiace se vado via per un’oretta?»
«No, vai pure»
«Ok. Ci vediamo più tardi dove mi dite voi. Mandatemi un messaggio e vi raggiungo»
«Va bene»
«Eccovi una birra in più» aggiunse lasciando un bicchiere al nostro tavolo «Offre Claudio» prese il giacchino.
«Ma cosa gli hai detto?» fece Filli curiosa.
«“La mia amica è bella, ma io sono la seduttrice senza mutandine”» ci mandò due baci con la mano ed uscì con un grande sorriso.
Io e Filli ridemmo per tutta la serata, ammirate dalla prodezza della nostra amica.

«Scusami comunque se sono stata brusca questa sera. Mi ero surriscaldata senza motivo prima. È che ormai ho sviluppato degli anticorpi» aspettavamo Bice appoggiate alla sua auto.
«Tranquilla, Cristina. Gli uomini ci fanno stancare molto spesso e, nonostante non siano necessari, noi finiremo per amarli comunque»
«Mi fai venire l’ansia, se dici così!»
«Anche la nostra Bice si innamora, sai? Ha certe foto con gli occhi a cuoricino che neppure io e te insieme abbiamo. È nella natura, amare»
Bice arrivò due minuti dopo insieme a Claudio, che rimase fuori dal parcheggio. Ci salutò a distanza.
«Avete un po’ di burrocacao?»
«Sai, che in questo momento non te lo darei neppure se lo avessi?» disse Filli, scrutando insieme a me la bocca della nostra amica.
«Invidiose?»                                   
«Si, come le tartarughe» mi guardarono confuse.

"Sono una Capitalista dell’Amore: do amore e ne voglio il merito" pensavo mentre guidavo verso casa di Viviana. Davanti al suo portone le squillai al telefono e lei uscì. Salita in auto mi disse una cosa che mi rincuorò parecchio.
«Non lo farò. Nonostante io vi abbia detto tutte quelle cose, non lo farò. Ho fatto aspettare gli altri, ho voluto aspettare... aspetterò ancora»
«Ah, finalmente! Brava, piccola Tosca. Nessuno che abbia buon senso lo farebbe. Eravamo tutte sicure che non avresti consumato in quella maniera»
«Un periodo davvero incomprensibile»
«Pesante come neppure la filosofia al liceo»  
La portai di fronte la vetrina della Lindt. Guardammo una colata di cioccolato venire giù.
«Ricorda quello che ti dissi sulla cioccolata»  


Voglio lottare per me. Per la mia vita, per la mia immagine, per ogni mio limite limitato solo da me stessa.
La lotta stava divenendo un’abitudine. Abitudine è ciò che si osserva sempre, ma è anche la semplice ossessione di ciò che non si osserva o di ciò che si vorrebbe osservare.
«Come si trova un nuovo amore?» chiesi un po’ triste e un pò ispirata a Federica Metrello. Lei mi guardò e alzò le spalle.
Se bastasse non scrivere più, credo che potrei astenermi dal farlo per un po’. Ma l’amore non è un’abitudine.

sabato 26 novembre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (Decima Puntata)


Le parole possono dire molte cose, ma i fatti, i fatti urlano. Urlano così tanto da stordire.
«Ti stordiscono tanto da farti pensare cose sbagliate, Inutile Checca!» disse una donna alla televisione.
Era la nuova sit-com del momento. Ambientata dentro un’automobile, c’erano due uomini che volevano una donna. Lei era sempre al volante. Prima litigava con uno, poi con l’altro. Uno dei due la baciava e lei litigava con l’altro. Il secondo la baciava e lei litigava con il primo. In tutto quel ronzio televisivo ci si divertiva parecchio. Erano le battute e l’incastro delle storie che facevano ridere. Lo schema delle azioni era ripetitivo, tanto da rendere le puntate un classico mediatico. La struttura dei personaggi era poi assai bizzarra. Sembrava una slapstick comedy degli anni venti mischiata a Camera Café.
Dovrebbero esserci più attori e meno avvocati, ci sarebbe maggiore quiete nell’universo: messo in chiaro che gli uomini stanno recitando, sincerando la loro posizione, chi mai potrebbe prendersela con loro?
Il programma era prodotto da Olga Ninfresi.

Mi sarebbe piaciuto entrare in un negozio e chiedere:
«Scusi, mi dà un misuratore d’amore?»
E ricevere in risposta, veloce e tranquilla: «Certo, gliene prendo subito uno. Desidera l’ultima versione aggiornata?»
Ma non c’era negozio che ne vendesse. Neppure i grandi magazzini ne erano provvisti.
Con un “misuratore d’amore” avrei potuto capire quanto amassi una persona; se gli altri mi avessero amata più di quanto avessi fatto io. Avrei saputo se amavo più di quanto credevo di poter fare. Insomma avrei saputo se e quanto ferivo la gente o se la gente feriva più me.
Pensavo tutto questo mentre correvo sul marciapiede. Ridiscesi una via e mi ritrovai sul mare. Respirai l’aria salmastra. Non c’era caldo a quell’ora.
Feci lo stesso il pomeriggio dopo. Quando fui stanca, presi a tornare verso casa. Di tanto in tanto mi voltavo. Non mi giravo soltanto per guardare l’orizzonte. Quando correvo mi giravo e stavo attenta a che nessuno mi venisse alle spalle, pronto a colpire.
Da piccola non giocavo a fare l’infermiera sexy per il suo dottore innamorato. Giocavo a salvare vite, le vite dei miei amici. Loro urlavano e io correvo da loro. Loro chiedevano aiuto e io volavo a tirarli su da un burrone. Li salvavo dalla lava, li proteggevo e mi battevo per loro contro mostri informi. Poi inseguivo il nemico. Ma quando ero io in difficoltà, ero sola. L’unico modo per sconfiggere i cattivi era continuare ad essere coraggiosa, continuare a parlare, stringendo i denti.
Riuscivo a non essere sconfitta da quei nemici, che alla fine inseguivo e perdonavo. Quei cattivi di cui subivo il fascino.
Certo ero io che inventavo le catastrofi, gli scontri, i pericoli. Però ero lì a salvare gli altri e malamente anche me stessa. Era come se già allora sapessi che prima o dopo il male colpisce ed io mi stavo abituando piano piano ad esso.

Tutti dicono bugie. A volte si dicono, si mente. Da piccola le dicevo per non andare a scuola. Avevo “mal di pancia”. Ma non era brutto perché sapevo che mia madre capiva che volevo stare a casa, avevo bisogno di riposo e gioco. Mi sorrideva. Se davvero avesse creduto che mi sentissi male si sarebbe preoccupata. Ma i suoi occhi, la sua espressione mi dicevano che quelle piccole bugie non erano cattive perché lei sapeva cos'erano. Sapevo che non avrei potuto ferirla, perché lei sapeva.
Non c’era nulla da temere da quelle bugie. Esistono le bugie buone, quelle a fin di bene e quelle che non possono fare male. Non tutte  vengono dette con l’intento di ingannare.
E poi, francamente, avrei giocato sino alla nausea per tutta la mattina. Mia nonna avrebbe cucito i vestiti ai giocattoli e mio nonno, quando fossi stata stanca o annoiata, mi avrebbe raccontato di Orlando e Rinaldo. Prendevo i pupi siciliani, ci mettevamo sul divano e lui raccontava. Stavo molto attenta ad ascoltare e a giocare con i pupi. Perlopiù li guardavo. Con tutte quelle armature e rifiniture spigolose, taglienti, era facile farsi male. Non so chi ce ne avesse regalati due come souvenir.
Bisogna rimanere piccoli il più a lungo possibile: nonostante le conseguenze negative che ne possono derivare, quelle positive saranno sempre maggiori. Una volta la maestra aveva dato come compito per casa di scrivere quale fosse il nostro sogno. La mattina dopo molti miei compagni avevano scritto “volare”. Io avevo un sogno diverso: diventare regina per aiutare i poveri. Un po’ problematica come cosa. Oggi preferirei volare anch’io, piuttosto che divenire Capo del Governo, ma già allora sapevo che bisognava avere dei poteri, dei talenti, per aiutare gli altri.
Sarebbe bello se potessimo mantenere la maturità che si possiede da bambini. Ma non sempre ci si riesce. Dei due eroi del ciclo bretone, ora colgo un aspetto in particolare. Rinaldo contendeva Angelica a Orlando, suo cugino.

«Lei ti ama disperatamente. Ma non lo ammette. Vaga da una storia all’altra come se il ricordo possa liberarla da quello passato» disse Federica Metrello al mio ex.
«Ma che stai dicendo? Sei scema?» intervenni io all’improvviso dentro la conversazione.
Mi svegliai di soprassalto, pensando a quanto cretina fosse la mia amica, nonostante si trattasse solo di un sogno.

Pensare a certe cose fa davvero paura, eppure bisogna convivere con alcune di esse e combattere sempre fino alla fine. Me ne stavo sul balcone di casa, convinta più che mai che le sere d’estate fossero state inventate per suonare la chitarra, scrivere nuovi racconti o per rivivere certe paure, proprio lì dove mi trovavo. Così in tutto quel miscuglio di cose prendevo la moleskine e scrivevo.
Ti amo. Ed è sempre troppo tardi. O forse è altro che cerco ed è troppo presto per capirlo. È solo paura. Non è niente. Sarà sempre così.
Certe volte questa paura sembra tutto. E io non riesco a muovermi. E se fosse la fine, dovrei saperla affrontare. Prima o poi bisogna affrontarla. E c’è un motivo se mi rifuggo nei libri o nelle immagini che scorrono in tv. Quei telefilm che riescono a illuderti nuovamente quando ormai tutto ti ha disilluso.
E adesso che ti ho trovato e ti ho accanto, ti amerò e farò di tutto per lasciarmi amare. Non posso prometterti che non fuggirò, lo faccio sempre, ma ti assicuro che tornerò da te, se ciò che provo è amore.
Ora ditemi voi, se ciò non denota un problema…
L’amore fa male! Anche perché scrivere periodi così paurosamente sdolcinati, è davvero improponibile. Non sono una stilnovista eppure mi ci sento in pieno se rileggo certe cose! Se si ha voglia di dolcezza, ci si mangia un gelato o del cioccolato, non bisogna scrivere cose smielate! È vergogna pure riportarle!

Ci sono due ragazzi per i quali sono sempre riuscita ad abbandonare un amore. Sono due e li amo, li ammiro allo stesso modo. Li emulo da quando sono nata. Loro così forti, io così debole. E davvero non capisco il perché di questa strana suddivisione di “talenti”. Avete mai ascoltato la parabola narrata nel Vangelo secondo Matteo 25, 14-30, quella dell'uomo che lascia i suoi beni, i talenti, ai servi? Cercatela. Io sono una di quelle persone che ne ha ricevuto solo uno, di talento. Ma vi assicuro che non l’ho nascosto né conservato.
Ad ogni modo, l’amore per gli altri uomini mi spaventa. Temo il futuro.
«Avevo quasi dimenticato di essere ipocondriaca. Il mio essere responsabile lo devo all’ipocondria. Il mio essere irresponsabile lo devo all’amore. Vorrei riavere i miei undici anni. Riaffrontare le paure che avevo a dodici. Otto anni fa non avrei creduto di arrivare fino a qui. Adesso non voglio chiedermi cosa accadrà. Pensare al dopo mi mette paura e mi fa fuggire. Quante cose successe, quanti amici ho conosciuto, quanti ne ho abbandonati, ne ho dovuto abbandonare. È incredibile. Otto anni dai miei spaventati dodici» mi disse la mia amica Filli «L’amore per gli uomini, certo, può spaventare, ma non posso più permettermi di temere il futuro»
Le avevo chiesto se temeva l’amore.
Tutti dovrebbero essere un po’ ipocondriaci.
Volevo essere responsabile, volevo diventare una donna affermata, non solo sognatrice. Volevo laurearmi in economia, diventare giornalista pubblicista. Pubblicare qualche libro. Aiutare le persone che avevano bisogno di me.
«E pensare che un tempo, a causa della mia ipocondria, la parola “Tomorrow” mi faceva impressione. Adesso non penso ad altro che al domani. No, non si può avere paura del tempo» concluse Filli.

Cominciai a perdere la maturità a partire dai miei diciotto anni. Prima lo ero stata parecchio. Una volta qualcuno mi disse che ero piccola per quel ragazzo che sarebbe diventato il mio Amore Storico. Ma non era così.
Non ero piccola, ero responsabile, ero innamorata e non avevo paura, non sarei fuggita e adesso scrivo così perché ho una canzone romantica che mi guida e per nient’altro. Quante vite si vivono durante questa esistenza?

mercoledì 23 novembre 2011

La Lingua in 150 anni d’Italia

Esercito. Emigranti. Donne. Fu attraverso l’arruolamento, il viaggio ed il focolare domestico che il popolo prese coscienza del bisogno impellente, primario, di imparare la lingua italiana, lingua dall’armonica forma e dalla sublime malleabilità fonica.
La lingua d’Italia vide sorgere la propria vita nel Trecento dalle ceneri dei dialetti che ammantavano tutta la penisola. Alla base del movimento politico che condusse nel 1861 all’Unità, c’era una lingua che vantava prestigio culturale e artistico in diverse nazioni al di là dei confini e al di sopra degli idiomi francese, tedesco e inglese, oggi, ahimè, più forti e diffusi. Basti pensare come nel Cinquecento l’Italia fu genitrice, culla e prima sede dell’Opera Lirica, del genere melodrammatico, per capire di quanta onorificenza fosse stata insignita la lingua e così anche di quanta ammirazione e rispettabilità potesse risentirne il Paese intero anche attraverso i secoli: l’Italia regna tutt’oggi nel mondo, sprigiona enorme fascino nell’ambito del teatro d’opera; resta agli italiani il compito di renderne merito e di farne perdurare il valore.

L’11 ottobre c.a., presso la Biblioteca delle Oblate a Firenze, è stata inaugurata la mostra “Una di lingua. La lingua italiana negli anni dell’Italia unita. Esposizione questa promossa dall’Accademia della Crusca congiuntamente alla Società Dante Alighieri e all’Asli (Associazione per la Storia della Lingua Italiana) che permarrà sino al 30 novembre. Scopo ultimo è quello di imprimere, diffondere e fissare nel pubblico l’importanza del ruolo della lingua quale fondamenta e fonte di unità nazionale.



Motivati da interesse e guidati dal Docente di Storia della lingua italiana Michele Colombo, giorno 17 c.m. circa ottanta studenti di Lettere Moderne dell’Università Cattolica di Milano e di Brescia hanno visionato i pannelli presenti nella Biblioteca delle Oblate. Questa in principio era un convento facente parte di una struttura fiorentina più complessa, l’ospedale più antico della città. Le oblate, da cui deriva il nome della stessa costruzione, accudivano, infatti, le donne dell’ospedale, fondato dal padre della dantesca Beatrice.
Deliziati dalle informazioni acquisite, dalla scoperta di dizionari dall’unicità indiscussa quale ad esempio il Tommaseo-Bellini, oggi sostituito dal Grande Dizionario della Lingua Italiana Utet, anche piacevole curiosità è stata riscontrata per tre libri sui quali i curatori della mostra hanno voluto focalizzare l’attenzione. Cuore di De Amicis, Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi e Scienza in cucina e l’arte del mangiare bene di Pellegrino Artusi sono opere che hanno segnato profondamente l’immaginario collettivo e l’uso morfo-sintattico del pubblico lettore, trasmettendo non di rado formulazioni dialettali e modi di dire tipicamente toscane anche nel resto d’Italia.

In occasione della Gita fiorentina, gli studenti di Lettere hanno avuto altresì il grato onore di visitare l’Accademia della Crusca, istituzione dall’antichissima tradizione, fondata nel 1583 e che annovera tra i suoi membri grandi nomi della linguistica e della letteratura italiana.
Il percorso riservato agli universitari ha ben messo in risalto il pregio e la storica funzione dell’Accademia, vero centro di ricerca colta e dimora di edizioni e testi pregnanti di suggestione e fascino culturale. Emozionante è la presenza di due lettere, scritte rispettivamente da Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi, in ringraziamento all’istituzione fiorentina, la quale li aveva nobilitati ad accademici. 


"Leggere, Comporre, Festeggiare/,  Fare spettacoli"

Lettera firmata da Giacomo Leopardi

Lettera firmata da Alessandro Manzoni
Promuovere la lingua italiana è segno di critico e cosciente esponenzialismo nazionale. Istruiamoci con una patriottica lente di consapevolezza storico-letteraria e, una volta inorgoglitoci, sarà più naturale a chiunque cliccare off sui reality televisivi.  

domenica 13 novembre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (Nona Puntata)


Le coppie litigano. Si tengono per mano e si lasciano. La gente sa verso cosa va incontro. Arriva il momento in cui ci si rende conto che litigare è inevitabile.
Il punto è che noi donne, se siamo single, siamo depresse, se siamo fidanzate, abbiamo la pressione alta. Se si è pronte ad affrontare una rabbia quotidiana, allora si è delle prescelte capaci di arrivare all’altare del matrimonio. Ma litigare è una cosa che dà fastidio e non tutte sopportiamo.
«State attenti a non farvi troppo male» avevo scritto ad una mia amica che era in una situazione difficilissima.
Il mondo è pieno di persone che si abbandonano. Anche solo per attimi. Ma chi li regge i distacchi? Due fidanzati si lasciano, devono riflettere e decidere sul da farsi. Ci si lascia per riflettere perché anche l’Amore più grande ha i suoi dubbi. Sebbene possa suonare egoista, la confusione rimane in noi in base al bisogno che si sente dell’altro.
L’Amore può essere eterno. Tuttavia mentre l’Eternità dura quanto la vita di tutti gli uomini messi insieme -passati, presenti e futuri-, l’Amore non fa sempre lo stesso. Neppure il più grande poeta d’amore ha mai reso eterno il suo sentimento o la sua musa. Immortali si, eterni no.

Indossato bikini e copricostume, preparata borsa e occhiali da sole, stavo ormai cercando le infradito nell’armadio. La giornata in piscina prima che si aprisse la stagione balneare era con Federica Metrello una tradizione da quattro anni. Finalmente pronta, misi in moto la macchina. Ero uscita da casa quando ricordai di aver dimenticato la crema abbronzante. Eravamo male persuase, volevamo arrostirci sotto al sole. Giunta da lei, venni rincuorata. Aveva provveduto a comprare un olio mentre io stavo a Palermo. Così dopo un caffè e mezza brioche al cioccolato, eravamo davvero due porche contente: belle, con lo zucchero che scorreva dentro di noi e tanti, tantissimi nuovi pettegolezzi da scambiarci. Chi ha bisogno di uno psicologo quando si hanno amici pettegoli?
Una giornata rilassante. Era quello che ci voleva. La copia del “Sole 24 ore” che mi ero portata, presto si era impasticciata di olio e crema. Mi sistemai il cappello di paglia. Non copriva i miei lunghi capelli.
Dopo un tuffo in mezzo ad un gruppo di bambini, mangiammo un panino, ci scolammo due birre e il rituale era finito anche per quell’anno.

Non so come si faccia a raccontare lo stato d’animo che avevo, senza essere smielata, senza risultare antipatica alla lettura. Quindi io scrivo, se vi do noia andate avanti.
Ogni giorno prendevo a lavorare su di me. In Sicilia si mangia tanto, soprattutto per le festività. E l’estate rappresenta una grande festività prolungata a due mesi, quasi tre. Arrivano parenti, amici, chi prima chi dopo e dunque è un continuo preparare prelibatezze e acquistare dolci e specialità locali. Noi siciliani, tra le altre cose, cresciamo con uno stomaco geneticamente modificato ed un senso dell’appetito/ della fame notoriamente sviluppato, direi abnorme. Nonostante quanto detto, in estate io lavoravo su me stessa. E quindi limitavo le cene (risultando al confine della maleducazione e dell’insensibilità), e attendevo l’ora giusta per andare a correre. Poche settimane prima avevo cominciato a guardare due serie televisive. Del tutto inconscia del benessere che mi avrebbero dato, non sapevo che esistesse la cinematerapia.

Freddezza e forza, impeto senza trasporto. Voglia di combattere per gli altri più che per se stessi. Era questo che mi piaceva fare.
L’impeto è il voler tendere verso qualcosa in maniera forte, violenta. Immaginate di non scaricare in nessun modo questa forza, quest’energia, perché finirebbe per esaurirsi e voi non vorreste che accada. Ecco, questo è l’impeto senza trasporto. È un download interiore che non termina, uno strano calore che sentite premere sullo stomaco. Non è fame  e  non sono neppure le più dannose farfalle.
Il risultato è la formulazione di pensieri altamente introspettivi. Immancabili le frasi su Facebook aumentavano.
Io amo, ma che cosa amo e chi amo non lo so. @Federica Metrello, so che ti piace il mio saper dare una spiegazione a tutto, ma a questo non so dare una spiegazione. Ancora non ci riesco, non capisco dove sia il problema e mi dispero.
È da un giorno che ci penso. No, non l’ho mai detto. Non l’ho mai detto forse perché sono andata via troppo presto, forse perché a chi avrei voluto gridarlo non l’ho urlato, forse perché ho confuso l’amore con l’amicizia, forse perché non lo dirò mai. E forse non lo dirò mai. A chi potrei mai dire “ti amo”?
Avevo taggato Federica e lei mi aveva chiamata.
«Cristinuccia, vieni e ti offro un caffè?»
«Sappiamo risolvere sempre i nostri problemi» dissi.
«Con un caffè?»
«No, rinviando ogni cosa. Ogni volta»

Se non ci fossero pregiudizi, ci sarebbe meno sensualità.
Quanto avevano detto di me era solo il pretesto per dare inizio a quello che non avevo saputo scegliere mesi prima.
Passata per la peggiore, mi costringevano a riflettere, a pensare e a guardarmi allo specchio. Alla fine giunsi ad una conclusione non male. La vita comincia sempre con un grande malessere, una promessa ed una bugia. 

Luglio si avvicinava. Studiavo diritto commerciale con una mia compagna di liceo. Lei faceva giurisprudenza. Dovendo preparare la stessa materia, avevamo deciso di studiare insieme. Avevamo preso a vederci ogni giorno per almeno due ore la mattina e due il pomeriggio. A volte anche la sera. Una di queste, ad esempio, la passammo da lei. Fu davvero intenso e produttivo. Un’altra, invece, eravamo rimaste da me. Dopo aver cenato, eravamo scese in giardino. Tavolo, sedie e le sue sigarette. L’aria era magnifica. Gli aranci e i fiori di casa si mescolavano al profumo del mare e della notte. In preda alla mia usuale enfasi tragica e all’impetuosità narrativa raccontai la storia. Bice mi ascoltava e poi, come ogni buona amica, mi aiutò. Cominciò semplicemente a parlare di altre cose. Si era fidanzata da poco. Era serena e riusciva a trasmettermi la tranquillità dell’amore. Poi parlammo di uno degli argomenti preferiti e più divertenti. Uomini, baci. Sesso.
«“La prima volta chiuderai gli occhi e stringerai i denti, non è come nei film, non una danza” le dissi» con la sigaretta tra le dita, Bice mi raccontò che aveva incontrato di recente una nostra amica comune, ancora vergine.
«Bice, quest'affermazione è magnifica» esclamai, mi sorrise.
«È lei che vuole aspettare»
«La capisco bene» convenni.
Dopo un attimo di silenzio aggiunsi «E lei cosa ti ha risposto?»
«Non c’è un modo d’effetto, carino per dirlo. È vergine. Ed è arramata di sesso senza sapere cosa significhi farlo. Vuole del sesso animalesco»
Io e Bice ci guardammo ammiccanti. Chi non lo voleva, era chi non voleva dirlo.

mercoledì 9 novembre 2011

Paul Cèzanne in mostra

Dal 20 ottobre al 26 febbraio quaranta opere dell’artista francese
al Palazzo Reale di Milano


Colori che creano le forme. Questo colpisce del Maestro Cèzanne e su questo ci istruisce con le parole Quand la couleur est à sa rìchesse, la forme est à sa plénitude (“Quando il colore è al pieno della sua ricchezza, la forma è al suo culmine”).
Dimensioni non eccessive, contorni non definiti, tonalità vive, talvolta opache. Le tele appaiono come appena concluse. È l’artista che crea sapientemente un gioco fresco, che lo renderà modello di imitazione per molti pittori che seguiranno nelle pagine della letteratura dell'arte. Picasso e le avanguardie del Novecento ne emuleranno tecniche e ideali.
Natura morta, ritratti e paesaggi sono i soggetti frequentissimi della mostra di Milano. Colta d’esempio l’opera “Zuccheriera, pere e tazza blu”, che per prima trae partecipazione dal pubblico per la modulazione della pittura (accostamenti di pennellate che originano la tridimensionalità degli oggetti), si nota come la luce sprigionata dalla rappresentazione in primo piano sia maggiore ed in risalto rispetto allo sfondo scuro, quasi totalmente nero, che non riesce a far violenza con duro contrasto alla vivacità detta. Luce, colore e tecnica attirano il critico. Questo quadro del 1865, sebbene modesta sia la sua grandezza, accoglie lo sguardo con  tinte calde e vive. Nulla di negativo da poter dire.
Similmente si può affermare di un'altra opera raffigurante natura morta, la “Brocca di grès”. Stile diverso, ma di egual piacevolezza risulta l’impatto con la realtà dissimulata. Cezanne non vuole, infatti, copiare ciò che vede, desidera seguire lo spirito e le sensazioni. Sue sono le parole Tout se réasume en ceci: avoir des sensations et lire la nature (“Tutto si riassume in questo: avere delle sensazioni e leggere la natura”).
Nel dipinto “Bagnanti davanti alla montagna Sainte-Victoire”(1870) l’autore sembra utilizzare la medesima tecnica dell’opera per prima descritta: l’ambientazione, lo sfondo scuri si antepongono al chiarore delle pennellate che formano le donne. Anche qui i contorni sono indefiniti, non modellati.
Vicine tra loro, diverse dalle precedenti, e, ancora, prodotto di una mutazione stilistica, sono il “Viadotto a L’estaque”, la “Veduta dal Jas Be Bauffon” e le numerose copie delle versioni disparate della Sainte-Victoire. In esse ritroviamo il Cèzanne conosciuto a scuola. Verde e ocra predominano, ricordando il paesaggio francese in cui visse il Nostro. Alcuni vi vedranno somiglianze con le campagne siciliane nelle afose giornate d’estate.
Ma per apprezzare le opere, bisogna incontrare e conoscere l’artista. La biografia classica di un uomo immerso in una società e in un ambiente pragmatici, regolati dal rigore delle strutture civili e sociali. Cèzanne soleva osservare la natura e ritrarre paesaggi. Nelle lunghe passeggiate trovava le sue ispirazioni. Si ricordano ora le “Le quattro stagioni” 1860-61, dipinti murali realizzati per la casa dove l’autore trascorse la sua giovinezza, opere che aveva completato per dimostrare le doti al padre che lo voleva laureato in legge.
Lasciati incompleti gli studi di giurisprudenza, intraprese gli studi accademici di pittura. Non apprezzato dai contemporanei, fu tuttavia Maestro per molti altri grandi artisti.
Il bisogno dell’autore di dipingere fu sempre forte, tanto che in vita volle dire “Ho giurato a me stesso di morire dipingendo”.
Ma lui era destinato all’immortalità.