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Siamo Cosmopoliti. Blog di viaggi d'Arte, Fantasia e Regioni. Viaggi nel Cinema, nel Teatro. Cosmopoliti di città e di scena. Dall’Italia al romanzo, dal racconto alla fiction, dal Teatro all'economia. Confondere Letteratura, Arte, Città, Nazioni sarà un modo per incantare.

domenica 22 maggio 2011

“Cenerentola” al Teatro Massimo di Palermo




Balletto in scena dal 20 al 25 maggio nella Stagione Teatrale 2011 e gran ballo reale interpretato sul palco Massimo del capoluogo siciliano. Una bambola russa, la matrioska del sipario e della danza. La “Cenerentola” del coreografo Luciano Cannito è stata danzata e rivista da Ji-Young Kim e da Debora Di Giovanni nelle vesti stracce della protagonista e da Igor Yebra e Amilcar Moret Gonzalez in quelle amaranto del principe.
Se il primo tempo faceva presagire una deludente rappresentazione a causa di un adattamento leggermente distaccato dalla fiaba classica che tutti conosciamo, quella che nell’immaginario collettivo risale al 1950 regalataci dalla Disney, il secondo tempo ha fatto comprendere come questo fosse piuttosto un timore del pubblico. La tradizionale mise e i passi delicati hanno seguito la storia in maniera impeccabile. Trascinatrice la musica dell’orchestra.
Ji-Young Kim 
La Fata Madrina e la sua magia, le danze a Palazzo, un Orologio che sullo sfondo e con struttura scenografica rapente compariva ed accompagnava la fuga della giovane al rintocco della mezzanotte. La ricerca disperata del principe ed il ritrovamento della protagonista per mezzo della scarpetta di cristallo. Il bacio finale prima che calassero le tende. Nulla è mancato, neppure l’ironia: matrigna e sorellastre hanno collaborato a tal fine con le loro movenze e i loro costumi.
Una scenografia adeguata, che ha colpito per le sorprese che nascondeva e poi svelava, quasi magicamente, dietro specchi e tele: splendide soluzioni teatrali agli incanti scenici dei grandi schermi.   
Chissà in quante, tra giovani, mature e piccole donne, scendendo le scale verso piazza Verdi non avranno per un attimo pensato di voler perdere una scarpetta. Come resistere a tanta suggestione?

venerdì 20 maggio 2011

Teatro Massimo: The Greek Passion

                                                 


Scenografia grigia, polverosa. Senza dubbio moderna. Trama quanto mai attuale. Questi i contorni e i contenuti della passione greca del ceco Bohuslav Martinu andata in scena nelle ultime settimane al teatro Massimo di Palermo. Grande curiosità tra i critici di lirica, quanto degli appassionati più inesperti: The Greek Passion è stata accolta in “prima” nazionale all’interno del prestigioso teatro del capoluogo siciliano. Un’opera bella perché nuova, affermerebbe qualcuno. In lingua inglese.
Opera che vede le prime luci nel 1957 e che dunque non si annovera, per il momento, tra i classici d’opera lirica. Il regista Damiano Michieletto, come dichiara in un’intervista al GdS, ha rivelato quanto sia stato stimolante lavorare su un titolo nuovo e insolito.
Le scene sono state curate da Paolo Fantin, i costumi da Silvia Aymonino. Valigie, bomberini colorati e recinti di ferro rientrano tra i giochi da loro disposti.
Molte sono state le parti recitate rispetto a quelle edulcorate dal canto. Il coro professionale e numeroso.
Asher Fisch
L’orchestra, magnifica, ha destato interesse per la singolarità di alcuni strumenti. Musiche vibranti. Alcune di origine greca, tutte di stampo orientale.
Infine Asher Fisch, il maestro dell’orchestra, incantatore per i capelli e l’espressività.
Queste le figure che hanno reso possibile la “prima” italiana.     
E adesso la trama. Due popoli della stessa religione che si ritrovano riuniti, non senza contrasto, dal destino. Presso il villaggio di Lycovrissi, in concomitanza ai preparativi per la rappresentazione della Passione di Cristo per l’anno successivo, sopraggiunge un gruppo di profughi, fuggiti questi dalla propria terra a causa di un’invasione turca. Gli stranieri chiedono in nome di Dio ospitalità, cibo, aiuto, ma in nome dello stesso Dio vengono respinti dagli indigeni. Nonostante la vicinanza tra questi dettata dalla stessa fede, dallo stesso credo, “nulla cambierà”, come suggerisce il regista. Nulla cambierà in un clima di intolleranza.
Un’opera estremamente vicina per argomento alla recenti vicissitudini internazionali e per questo portatrice di riflessione ed empatia. Usciti dal teatro, come a rafforzamento di quanto appena detto, si legge sull’architrave del portico “L’arte rinnova i popoli e ne rivela la vita. Vano delle scene il diletto ove non miri a preparar l’avvenire”.

Teatro Massimo di Palermo: La Gioconda di Ponchielli




Non è il Fantasma dell’Opera a colpire il pubblico. Al Teatro Massimo di Palermo l’opera lirica di Arrigo Boito ed Amilcare Ponchielli ha reso muti i presenti. Era magia. La magia del mettere in scena. La magia delle voci degli artisti. L’orchestra composta dagli attori della musica. Lo sfondo blu del palco con la luce orchestrale accoglieva lo sguardo. La scenografia di una Venezia del 1600. Gli abiti colorati. Belli. Privi di fronzoli che non fossero tipici del tempo. Ogni cosa ha giocato e reso composta l’ambientazione. Nonostante la trama dell’opera, aggrovigliata e adultera, c’era grazia ed armonia. Le maschere di carnevale hanno ammaliato gli spettatori.
E poi la Danza delle Ore. Al terzo atto. Quella melodia che conquista ogni generazione, ogni età. Nell’interpretazione di mercoledì 2 marzo, i ballerini erano agghindati con vesti greche, impersonificando le divinità di Omero.
Alvise Badoero, uno dei capi dell’Inquisizione di Stato, canta:
“ Ora v’invito. Ecco una mascherata   
Di vaghe danzatrici. Ognuna è ornata
Di bellezza e fulgore
E tutte in cerchio rappresentan l’ore.
S’incominci la danza”.
Segue la Danza. Lo stesso Basso conclude la sesta scena:
“Le ore del Mattino, del Giorno, della Sera, della Notte”
Trama. Gioconda, la protagonista, “canta agli uomini le sue canzoni”. È figlia di una cieca, la quale, possedendo anch’ella una splendida voce, “canta agli angeli le sue orazioni”. La giovane cantatrice è il personaggio principale che per amore accetta l’abbandono di Enzo Grimaldo, principe genovese e suo amato, un abbandono causato da un’altra donna. Guidata dalla gelosia, prima, decide di uccidere questa per vendicare se stessa. Poi però si ferma. La donna amata da Enzo, Laura Adorno (moglie di Alvise Badoero) tiene al collo il rosario della madre di Gioconda. Da quel momento la protagonista farà di tutto per aiutare i due amanti, per un amore irrazionale, l’amore di sua madre e di Enzo. Ma l’intrico è ancor più complesso ed è reso tale sin dall’inizio dal cantastorie Barnaba, inebriato di desiderio per Gioconda: lui non esiterà a mentire, a creare situazioni che porteranno a conseguenze orribili. Lei, la povera Gioconda, alla fine muore, uccidendosi con un pugnale, rassegnata a non voler ricevere altro dolore.
A dispetto del cambio di compagnia teatrale, dovuto alla crisi che sta ferendo i teatri e la cultura-non-di-massa, i duecentoquaranta minuti che hanno scandito i quattro atti de “La Gioconda” sono stati incantati.
È stata come una rappresentazione in carne delle fiabe disneyane. Il teatro era lo schermo per il cartoon degli adulti.


Firenze, Prato e Barberino. Solidarietà ai popoli arabi, movimento Hare Krishna. Città tra arte, storia, tradizioni e cambiamento.


Firenze, Città d’Arte, città in movimento. Città di turismo e pelletteria. Lo scorso 12 febbraio in piazza SS Annunziata ha avuto avvio alle 16:00 la “Giornata Nazionale in solidarietà con la lotta dei popoli arabi contro le dinastie oppressive e corrotte”.
Nella Città d’Arte italiana la manifestazione “Siamo tutti in piazza Tahrir” è stata promossa dall’Associazione Antirazzista e Interetnica 3 Febbraio ed ha percorso alcune delle vie del centro fiorentino, portando avanti slogan e alzando la voce a favore della libertà dei popoli islamici.
Il quindicinale “La Comune” (Giornale rivoluzionario socialista e libertario) arricchisce le pagine con lo Speciale “Il vento della rivoluzione araba”. Tra i fogli parecchi sono gli scritti che inneggiano alla giustizia, alla lotta per la conquista di democrazie e indipendenza. Francesca Fabeni nel suo articolo “Rivoluzione fa rima con costruzione” scrive “Impariamo a guardare il mondo dalla grande piazza Tahrir, popolata e in allerta, sorprendente ed irremovibile. Così comincia una rivoluzione, ed è una rivoluzione nuova. Nessuno spavento, a condurci per mano ci pensano adolescenti indomiti, donne molto fiere, uomini determinati”.
Il titolo provocatorio tuttavia non nasconde all’interno delle battiture giornalistiche toni estremisti; le riflessioni sono animate da uno spirito vicino, solidale, alleato al disarmo dell’Oriente gretto e dittatoriale.
In un altro trafiletto si legge “Per i leghisti meglio i presidenti-dittatori perché è quello che si meritano i popoli sottosviluppati non abituati alla libertà. Un motivo in più per essere a fianco dei fratelli e sorelle arabe”.
Ma come in tutti i campi, l’unico aroma necessario è la mediazione, la moderazione. Rigidità e freddezza dovrebbero essere accompagnate al contempo da tolleranza ed empatia.
Tra le altre città dello Stivale si sono mobilitate allo stesso fine anche Milano, Roma, Napoli. Palermo in Sicilia.
In una grande città quale Firenze è bastato osservare il Battistero, il Duomo, Piazza della Signoria e passare dagli Uffizi, tra ritrattisti e musicanti, per imbattersi in un’altra manifestazione di notevole ed originale vitalità: il Movimento Hare Krishna. Questo trascinava i passanti tra danze e canti, accompagnando musicalmente chi proseguiva il giro turistico.
Il Giglio, simbolo del comune toscano, stampato sui biglietti degli autobus ed impresso sui taccuini delle bancarelle, compare come manifesto un po’ ovunque, caratterizzando la città viola.
San Lorenzo e Piazza Santa Croce completano il percorso dei viaggiatori, dei cosmopoliti.
Prato. La città di Roberto Benigni e delle industrie tessili. La città di Francesco Datini, inventore della cambiale, e dalle innumerevoli banche. La città della Basilica Cattedrale dedicata a Santo Stefano in cui è conservata la Sacra Cintola, reliquia della Madonna. Un centro in cui storia e contemporaneità si mescolano. Nella stessa Piazza del Duomo è stata allestita una pista temporanea di pattinaggio su ghiaccio.
A soli trenta minuti da Prato si raggiunge Barberino di Mugello.
Barberino. Quando ad unirsi allo stile, alla moda e allo shopping c’è la bellezza architettonica, ecco che nasce un’oasi, l’oasi ideale per una donna, distensiva per le famiglie. Barberino Designer Outlet è il nome ufficiale del villaggio che sorge nell’omonimo comune. Un villaggio per lo shopping! Dalle serate di gala allo sport. Dal mare alla montagna. Dal caffé ai profumi. Lì si trova l’occorrente per mandare in deficit il proprio conto bancario a saldi convenienti. A rendere più ricercata l’atmosfera ci pensano i prospetti dei negozi, tutti rigorosamente nel medesimo stile, senza stridori artistici, ed il fiume che scorre sotto i ponti di legno.
È così che dovrebbero andare le cose nella nostra isola. L’isola che non c’ha.