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domenica 26 giugno 2011

Intervista a Carlo Malinverno

Carlo Malinverno, Basso alla Scala di Milano, cantante lirico alla Fenice di Venezia e alla Welsh National Opera di Cardiff. Una biografia ed un repertorio affascinanti quanto ricchi e ambiziosi. Una carriera cominciata nel 2006 con degli studi pregressi che ne acuiscono lo spessore artistico-attitudinale e ne confermano la professionalità. Dopo aver concluso l’Accademia di Belle Arti di Brera, si diploma in canto lirico presso il Conservatorio di Musica "G. Verdi" di Milano. Vince il concorso per frequentare il Biennio di Studi all’Accademia di Alto Perfezionamento per Solisti del Teatro alla Scala. Nasce a Milano, dove vive oggi.
Per una casuale opportunità è stato possibile concludere un’intervista con Carlo. Di seguito le 10 Domande postegli.

                                                    
Carlo Malinverno
Vent’anni è l’età in cui cominciano le grandi biografie. In te sorgono proprio allora la passione e la consapevolezza. Stupisci per il grande curriculum ed il  repertorio. Raccontaci dei tuoi esordi. Come nasce tutto? Chi ti ha introdotto nel mondo del gran sipario?
R: Il mio inizio in questo meraviglioso mondo è iniziato per caso. All’epoca stavo per concludere l’Accademia di Brera, e tramite un amico di famiglia, sono venuto a conoscenza del fatto che in commercio esistevano alcuni dischi con incise delle basi musicali senza “linea di canto”. Sono andato in un negozio ed ho visto che ne esistevano per tutti i registri vocali: soprano, mezzosoprano, tenore, baritono e basso. Io non sapevo quasi nemmeno quali fossero le voci maschili e quelle femminili!
Mi sono affidato al caso e ne ho comprato uno: erano le basi per voce di basso. Ironia della sorte, avevo comprato quello giusto senza saperlo.
Ho iniziato a cantarci sopra “a orecchio” e notavo di non fare la minima fatica. Poi ho iniziato a prendere qualche lezione di canto, e presto l’insegnante, tra le risa, mi spiegò perché mi era tutto così naturale senza nemmeno avere un’impostazione vocale: cantavo all’ottava inferiore senza saperlo! Ero intonato, con una grande natura e, non sapendo la musica, per me era giusto così.
Da li ho iniziato a prendere seriamente delle lezioni, alle quali è seguito il conservatorio, parecchi concorsi e poi l’Accademia della Scala.
Questo è il mio disastroso inizio.
Opera lirica. Annoveri ruoli nelle più grandi rappresentazioni. Nell’Aida, in Macbeth e nel Rigoletto di Verdi. Presente ne Il barbiere di Siviglia di Rossini, nella Turandot di Puccini, nel Don Giovanni di Mozart. Molti altri Classici ancora ti rendono un noto attore d’Opera lirica. Quale parte, tra tutte quelle da te interpretate, esercita maggior fascino? In quale riscontri maggiore affinità?
Die zauberflote, Sarastro, Glyndebourne
R: Domanda molto difficile. Sono tutte così diverse!
Ognuna di loro fa uscire sempre un lato nuovo e diverso della mia personalità: Don Basilio, per esempio, mi ha insegnato a sciogliermi in scena; così come Timur a ricercare un’introspezione, una cecità emozionale di un vecchio dal cuore spezzato che trascina quasi le sue spoglie mortali, ormai alla fine dei suoi giorni. E’ così per ogni ruolo. Naturalmente i ruoli che più mi affascinano sono i “grandi ruoli”, prevalentemente sacrali o ieratici, ai quali si arriva soltanto dopo parecchi anni di palcoscenico, anche perché richiedono, oltre alla bravura tecnica, una maturità che certo non si possiede a 25 o 30 anni. Per esempio Fiesco e Filippo II (Simon Boccanegra e Don Carlo). Ma l’emozione che vivo ogni volta è grande: in scena non sono mai Carlo Malinverno, mi sento realmente il personaggio che vive in quel preciso momento all’interno dell’opera, provo esattamente quello che dovrebbe provare il mio personaggio, vivo realmente i suoi stati d’animo e quelle che sono le sue preoccupazioni, le sue paure. Non sarebbe possibile né accettabile recitare la parte del cantante che a sua volta recita per finta: risulterebbe monotono e non credibile. Si noterebbe immediatamente la reale assenza di intenzioni vere.
Gli appassionati d’opera sono molto attenti a questo. In platea deve sempre arrivare un’emozione comunicativa, ed il pubblico deve sempre avere il meglio.
I Grandi Maestri. Dacci una lettura critica e personale dei grandi autori.
R: Credo che questa sia la domanda più difficile e vasta che mi abbiano mai fatto: rispondo in modo sintetico.
Ognuno di loro è un potente amico di ogni musicista ed insegna cose diverse. Molte opere ti insegnano veramente a cantare.
Il periodo del bel canto per esempio: Bellini in primis.
Per un basso questo è un autore che non si può cantare se manca una certa padronanza tecnica; non sarebbe possibile cantare i suoi ruoli “sul fiato”, o sull’aria come si dice in gergo, senza una cognizione tecnica per il semplice fatto che le sue stupende melodie sono state scritte tutte sul “passaggio” della corda di basso.
Lui insegna ed impone per forza di cose la morbidezza, il fraseggio l’uguaglianza d’emissione. Dico impone perché se non si trova la chiave giusta non si può cantare Bellini, o almeno, non come lo si dovrebbe fare.
Stessa cosa per alcuni ruoli di Mozart, il controllo è fondamentale; non si canta solo con la voce, ma con gli occhi, con il corpo. Analogamente ma con accezioni diverse per Verdi, Rossini e tutti i grandi musicisti.
Nell’opera lirica, ed in palcoscenico in particolare, è facile farsi prendere troppo dalla musica; da un lato, può essere positivo per l’interpretazione dall’altro pericoloso dal punto di vista tecnico-esecutivo. Tutto sta a trovare un giusto equilibrio tra le parti. Noi lavoriamo con la testa più che con la voce, lavoriamo nella “dimensione dell’infinitamente piccolo”, e l’intento è quello di abbattere sempre ogni minima tensione.
Adesso qualcosa sul mondo in cui lavori. Colleghi: competizione o collaborazione, cosa di più?
R: Io come tutti i miei colleghi lavoriamo in ogni produzione d’opera con gente nuova, cantanti diversi, direttori d’orchestra mai conosciuti prima, registi nuovi.
Questa moltitudine di persone e di personalità così poliedriche e diverse tra loro, obbligano l’artista ad instaurare un rapporto di tipo discorsivo, un confronto ed uno “scontro” continuo. Quando questo confronto-scontro diventa costruttivo e tutto viene messo in discussione, cosa che si auspica ogni cantante, a mio avviso, ogni individualità ne esce più rafforzata ed arricchita sia da un punto di vista umano che artistico.
Insegnanti. Chi ha segnato il tuo percorso?
R: Spesso mi è capitato di lavorare con grandi artisti di incredibile esperienza e cultura: un esempio su tutti sono state le mie insegnanti all’Accademia della Scala: Leyla Gencer e Mirella Freni. Personalità di questo calibro, fanno capire, riflettere e rivalutare molta gente, che ha 40 anni in meno di esperienza rispetto a loro, e malgrado questo crede di essere arrivata all’apice.
Per me il periodo alla Scala è stato molto formativo ed importante ed ognuno degli insegnanti a suo modo contribuisce a segnare sempre un percorso, di chiunque, anche se ho sempre creduto che i migliori maestri della nostra voce siamo noi stessi.
Si cerca di stare sempre nel giusto, in un sottile equilibrio in bilico costante tra emozione ed attenzione: l’importante è evitare sempre la sterilità esecutiva, ma, difficilmente quando si canta in modo monocorde si comunicano stati d’animo autentici.
La carriera di Basso comincia anagraficamente dopo rispetto a chi è vicino ad altre forme di canto lirico. Come mai?
R: Domanda semplice, questa, ma inesatta. Più che la carriera sarebbe opportuno parlare di “vocalità”. Non esistono altre forme di canto lirico, semmai diversi stili, questo si.
Il perché inizino anagraficamente in ritardo rispetto alle altre voci è facile: le voci acute (soprano e tenore) sono quelle che prima si sviluppano, che prima si completano e che quindi iniziano prima la professione.
Carlo Malinverno, concerto a Glyndebourne
Al contrario, le voci gravi (baritone e basso) maturano dopo, la “muta della voce” avviene in ritardo rispetto agli altri registri anche per fattori ormonali. Esse iniziano quindi in ritardo la carriera ma, di norma, sono anche le vocalità più longeve perché esposte ad un numero infinitamente minore di vibrazioni rispetto a soprani e tenori.
A cosa hai dovuto rinunciare per arrivare dove sei oggi? È stato difficile compiere delle scelte? Quali ostacoli hai incontrato?
R: Io sinceramente non mi sento arrivato proprio da nessuna parte. Cerco di fare sempre tutto al meglio delle mie potenzialità, cosciente del fatto che sono solo all’inizio della mia carriera ed ho ancora tanto, tutto da imparare dai grandi cantanti di vecchio stampo, rimasti ormai in pochi, purtroppo.
Famiglia, Amore. Chi ti accompagna maggiormente nella vita? Chi ti ha sostenuto in passato? E se c’è stato, chi ha cercato di frenarti?
R: Nessuno ha cercato di frenarmi. Ho avuto invece la fortuna di avere una famiglia che mi ha permesso di fare le mie scelte in modo autonomo ed incondizionato, e poi l’enorme dono di avere al mio fianco Chiara, una persona unica e speciale che mi accompagna, mi aiuta nei momenti di maggiore difficoltà e mi fa stare sempre bene, mi capisce in ogni mio momento, dalla tensione in camerino all’adrenalina dopo la recita, ai momenti più spensierati. Come nel canto così nella vita privata, secondo me è molto importante capirsi con una sola occhiata: e molte volte le parole risultano addirittura superflue.
Qualche consiglio per chi volesse intraprendere la tua stessa carriera.
R: Non fatelo se avete i nervi deboli, ma, se la passione è ancor più forte dei vostri nervi, allora buttatevi a capofitto in questa meravigliosa crescita che non avrà mai fine.
Imparate a conoscere in modo capillare il vostro corpo e ricordatevi che la voce è solo una parte di quel che serve per fare i cantanti d’opera.
Finiamo l’intervista. Sperando di poterti ascoltare anche in territorio siciliano, al Teatro Massimo di Palermo o al Bellini di Catania, ti auguro buon lavoro. Porgi un saluto a chi ti ha letto in quest’intervista e dai loro un motivo per seguire l’Opera Lirica.
R: Spero anche io di venire presto a cantare nella vostra meravigliosa terra e tra la vostra gente, conoscere i vostri luoghi e (cosa di cui vado enormemente fiero di essere italiano) la vostra cucina! Adoro la cucina italiana: credo sia una delle nostre eccellenze nel mondo.
Saluto tutti gli amici, gli appassionati di lirica e tutti coloro che amano la musica: sono proprio loro, il motivo, il motore che spinge ogni cantante a dare sempre il meglio. Grazie, grazie di tutto amici!
Grazie anche a te Giuseppina per questa bella intervista ed un grande in bocca al lupo per la tua carriera.


 I tagli alla cultura sono drammi sociali, ma mai forti e trascinatori quanto quelli che l’uomo esprime attraverso l’arte. Non c’è impeto maggiore del voler manifestare ciò che racchiudiamo. Le tragedie delle nostre vite sono i traini di autori ed interpreti. Che sia una verità da altri mascherata, che sia il dolore per un amore o la libertà di una scelta. La crisi non può esistere quando è il Senno dell’Arte a guidarci.







mercoledì 22 giugno 2011

Domande a Luca Conti, giornalista del Sole 24 Ore

Ambientalista, Blogger, Giornalista. Chi è in primis Luca Conti? Il mestiere che antepone agli altri.
Di necessità virtù, è quello del consulente.
Lei scrive per uno dei maggiori giornali nazionali, il suo nome si legge nelle pagine economiche del Sole 24 Ore, nell’inserto settimanale di tecnologia. Come ha cominciato?
La collaborazione con Il Sole è nata da un interessamento di Luca De Biase. Un giorno mi ha chiamato e mi ha chiesto di scrivere un pezzo di approfondimento di una mia ricerca che aveva visto online. Da lì propongo idee e mi assegnano di volta in volta pezzi, oppure è la stessa redazione di Nova a chiedermi di lavorare su qualcosa
Non ci si aspetta che sia stato facile, può però dirci i passi che ha dovuto muovere? Quali consigli sente di dare ai giovani appassionati di economia, giornalismo e innovazione, che desiderano percorrere il suo stesso percorso?
Luca Conti
Il tutto è nato dalla visibilità che mi sono costruito in rete (visibilità sui contenuti) con anni di blogging. Ho cominciato nel dicembre del 2002 e i frutti sono arrivati con tempo e fatica. Consiglio quindi di scrivere su un blog, con continuità e professionalità, come se si scrivesse per un giornale, così da creare un archivio che parli del nostro lavoro e della nostra passione. Meglio di un buon curriculum da segnalare alle testate a cui ci si vuole proporre.
Quanta meritocrazia ha incontrato? Quanta competizione? E quanto aiuto, sostegno da parte dei colleghi stessi?
Sarò un caso, ma non ho mai avuto problemi. Da freelance si compete con sé stessi e con nessun altro. Essere affidabili e continui nei tempo è certamente una carta in più che aiuta a creare buone relazioni, con la redazione, con i colleghi, con i lettori
Adesso vorrei essere condotta da Lei, nel prosieguo di questo viaggio informativo, nella regione dell’editoria, quella moderna, nuova, quella dell’eBook. Indugi sul ruolo rivestito da Lei all'interno del settore, spiegando le funzioni su cui ci si sofferma e le capacità richieste. Le lascio inoltre un compito: ci parli in tre righe dell’incisività, della diffusione del libro multimediale e della differenza che si registra tra l’America, il nord Italia ed il sud. Se vuole, si prenda anche più di tre righe!
Il mercato degli ebook è appena nato in Italia. Impossibile fare distinzioni tra nord e sud anche se i primi dati dicono che il nord consuma la metà circa del fatturato nazionale, ma ancora si parla di meno di un milione di euro, briciole. Siamo indietro due/tre anni sugli USA, dove gli ebook stanno ormai al 10% del mercato, ma siamo sulla strada giusta. Il 2011 sarà l'anno dello sviluppo, fino a Natale 2011 quando cominceremo a parlare di numeri più interessanti, per far decollare il mercato su numeri rilevanti dal 2012. Opportunità per autori, nuovi editori e anche giornalisti. Basta saperle cogliere.
Dopo aver incantato i lettori, rispondendo con puntiglio alle domande poste sopra, ci parli del suo impegno per l’ambiente.
Ambientalista ed esperto in tecnologia. Questo connubio può essere contraddittorio. Non che la contraddizione sia un male, spesso da questo tipo di contrasto nascono ottime idee. Ma le tecnologie già da tempo sappiamo che possono produrre danni: radiazioni, consumi energetici e giù di lì con tutte le relative conseguenze… un po’ come ha fatto l’industria a partire dai secoli scorsi con l’inquinamento. Che cosa ne pensa? Secondo Lei, c’è un sistema di mediazione tra i due ambiti? L’ambiente aiuta la tecnologia.. ma la tecnologia come può aiutare l’ambiente?
Uno dei settori più promettenti è oggi quello delle green technology. Non credo che la tecnologia pulita sia sufficiente a farci invertire la rotta - le risorse del pianeta Terra sono e restano limitate - ma può aiutarci a ridurre i consumi e a modificare il nostro stile di vita. Gli esempi che si possono fare sono decine, se non centinaia, dall'energia, alle comunicazioni, passando per i trasporti. Internet è certamente una di queste tecnologie pulite. 
Velocemente cambio discorso. Le paure che derivano dal suo lavoro. Quali sono? Precariato, pensioni o altro? Sono preoccupazioni pure, di incertezza, dovute all’ignoto, oppure costatate realmente da chi, come lei, vive questo status intellettuale?
Il rischio connesso all'attività di libero professionista è ampiamente compensato dalle soddisfazioni e dalla libertà di potersi autorganizzare. Sulla pensione credo che nessuno possa stare tranquillo. L'unica soluzione è pensare ad una pensione integrativa fin da giovani e incrociare le dita che la situazione finanziaria del paese non peggiori ulteriormente. Non tutti sono portati per il lavoro autonomo e i rischi che comporta, non lo ordina il dottore, ma può dare molte soddisfazioni.
Usciti dall’Italia. Estero. I viaggi sono necessari. Tutti i meridionali dovrebbero vivere città come Milano almeno qualche giorno, per capire. Tutti gli italiani dovrebbero vivere città come New York, Los Angeles almeno qualche settimana, per capire. Si parla di fuga di cervelli, a volte penso che sia semplice desiderio di partire. In tutta questa confusione, cosa ne pensa? Il lavoro che svolge lei, al di fuori dell’Italia, è più remunerativo? Più apprezzato? Le chiedo una cosa che a noi italiani piace molto domandare… è più semplice?
È più difficile, non è più semplice, ma è certamente più valorizzato, più apprezzato, più remunerato. Avercene di clienti all'estero. Per il lavoro che faccio sono certamente più competenti, esigenti, ma anche capaci di ripagare di più, in tutti i sensi. Aprire la mente per una prospettiva internazionale direi è fondamentale, oltre che auspicabile per ognuno di noi. L'Italia non è che un puntino sulla carta geografica. Perché limitare i propri orizzonti? Ciò vale non solo sul piano professionale, anzi!
Faccia un saluto a Mazara del Vallo, che l’aspettava giorno 18 gennaio c.a. per il progetto “Medi@mente comunicare nell’era digitale” promosso dal Liceo Scientifico G.P. Ballatore…
Mi è molto dispiaciuto non poter partecipare all'evento. La tecnologia - nel caso specifico i trasporti aerei - non sempre ci aiuta. Spero ci sia presto una nuova occasione per venire a Mazara. 

Teatro greco di Siracusa: Andromaca





17 giugno 2011. Nell’antico teatro greco di Siracusa è stata messa in scena l’Andromaca di Euripide. Tragedia diretta dal regista Luca De Fusco, accompagnata dalle musiche di Antonio Di Pofi e regolata nelle armoniche coreografie classiche da Alessandra Panzavolta.  
Un cast di attori come Mariano Rigillo (Peleo), Paolo Serra (Menelao) e la bravissima Gaia Aprea (Teti) ha accompagnato la protagonista, omonima del titolo dell’opera, affiancandola per bravura e per la preminente incisività all’interno della storia e del suo intreccio.
Andromaca, personaggio femminile altero e drammatico interpretato da Laura Marinoni, dopo la caduta di Troia si ritrova schiava di Ermione (figlia di Menelao ed Elena) e di Neottolemo, suo marito (figlio di Achille e nipote di Peleo). Da quest’ultimo la donna avrà un bambino. La giovane Ermione è, infatti, una “vitella sterile”, come la definisce lo stesso Peleo durante la forte, dura, conversazione con Menelao.
Andromaca ed Ermione sul palco
L’impossibilità di avere dei figli per Ermione è motivo di gelosia, rancore e desiderio di vendetta nei confronti della più anziana Andromaca, accusata di darle filtri di infertilità. Così fa di tutto per farla giustiziare. È proprio quando madre e figlio stanno ormai per essere uccisi per volontà di Menelao ed Ermione, che il vecchio Peleo entra sul palco. Dopo aver perso il figlio Achille per mano di Paride, amante di Elena (moglie di Menelao), Peleo non accetta che in casa sua vengano uccisi Andromaca e Molosso per una decisione presa dal marito della spartana Elena.
Oreste ed Ermione
Andromaca è così salva insieme al figlio grazie alla benevolenza di Peleo. Fine peggiore sembra spettare ad Ermione che viene abbandonata dal padre Menelao. Ma tra il pubblico si aggira un attore che sopraggiunge in soccorso della giovane Ermione, ormai priva di ricchezza e sfarzo. È Oreste, suo cugino, figlio di Agamennone. Lui, che l’ha sempre amata, udendo il timore di Ermione, il pericolo di morte che presenzia sopra il suo capo, decide di portarla via con sé. La paura ipotizzata da lei di essere uccisa per mano di Neottolemo si risolve con il piano di Oreste, il matricida.
Il marito di Ermione, che era lontano da casa quando la giovane voleva porre fine al proprio dolore con la morte di Andromaca e Molosso, non tornerà a casa vivo, non tornerà dal vecchio Peleo se non senza vita: sarà ucciso in un agguato per ordine di Oreste. La follia dei cugini sopraggiunge addolorando la famiglia di Peleo.
A concludere la tragedia sarà l’arrivo scenico della dea Teti, madre di Achille. Ella, con effetto del costume indossato e della luce naturale del teatro, ordina la sepoltura di Neottolemo al vecchio marito. Dopo quest’ultima opera, Peleo potrà tornare da lei e divenire una divinità.
Una tragedia suggestiva per ambiente, storia e personaggi. Una tragedia di spiccato senso artistico. Il sapore del passato è sempre malinconico, privo dell’amaro che contorce il presente. È per questo dolce ed intenso. Nessun peso trasportato è pesante quanto quello che si sta trasportando.   





giovedì 16 giugno 2011

Teatro Massimo: Lucia di Lammermoor




Palermo, 14 giugno 2011. In visibilio. Dopo aver udito “Lucia di Lammermoor”, opera lirica di Gaetano Donizetti su libretto di Salvadore Cammarano, non si smette per un attimo di ammirarne le parole, il ritmo.
Il trasporto che provoca durante i tre atti è cagionato dal testo e dalla trama notevolmente accompagnati dall’orchestra, quest’ultima magistrale come sempre.
La voce del tenore Bülent Bezdüz ritempra il finale nella memoria degli uditori. Canta “Tu che a Dio spiegasti l'ali” (“O bell'alma innamorata”). E la fa voler cantare.
Una tragedia da ascoltare. Da sentire con empatia letteraria.  
Lucia di Lammermoor, protagonista femminile dell’opera, commuove per le vicende che affronta. Interpretata dalla giovane Olga Peretyatko, si esibisce nella celebre scena della Pazzia di cui lo spettatore rimane innamorato.
Prima di partire per un viaggio diplomatico, Edgardo di Ravenswood promette amore a Lucia, sorella del suo nemico Lord Enrico Ashton (Giuseppe Altomare), il quale, avverso alla relazione, fa recapitare una lettera falsa a Lucia, in cui si dice che Edgardo si è acceso di una nuova fiamma.
Edgardo ed Enrico si sfidano dopo il matrimonio
Lucia si vede costretta a sposare Lord Arturo Bucklaw. Ed è subito dopo aver concluso la cerimonia nuziale che Edgardo ritorna. Sconvolto alla notizia di Lucia sfida a duello Lord Enrico. Ma interviene Raimondo Bidebent, educatore e confidente di Lucia:
“Rispettate, o voi, di Dio la tremenda maestà.
In suo nome io vel comando,
Deponete l'ira e il brando...
Pace pace... egli abborrisce 
L'omicida, e scritto sta:
Chi di ferro altrui ferisce,
Pur di ferro perirà”
Così tutti ripongono le armi. Edgardo va via, furente con la stessa Lucia. Ed è a causa di tanto dolore che la giovane donna, durante la prima notte di matrimonio, si macchia dell’omicidio del consorte. La scena dell’assassinio non si vede. Segue quella in cui Raimondo accenna con mano a che tutti lo ascoltino. Dopo aver rinfrancato il respiro canta:
“Dalle stanze ove Lucia
Trassi già col suo consorte,
Un lamento... un grido uscia
Come d'uom vicino a morte!
Corsi ratto in quelle mura
Ahi! terribile sciagura! 
Steso Arturo al suol giaceva 
Muto freddo insanguinato! 
E Lucia l'acciar stringeva, 
Che fu già del trucidato!
(Tutti inorridiscono) 
Ella in me le luci affisse 
«Il mio sposo ov'è?» mi disse: 
E nel volto suo pallente 
Un sorriso balenò! Infelice! della mente 
La virtude a lei mancò!”
Ed eccola finalmente apparire. Lucia, con la veste sporca di sangue, ormai pazza. Una delle parti più difficili dell’Opera lirica. Parte interpretata in passato da Maria Callas, da Katia Ricciarelli.
Lucia muore. Il fratello rimpiange e vive il rimorso di averle causato tanto dolore.

Enrico (Giuseppe Altomare) e Lucia (Olga Peretyatko)
nella scena della pazzia






Lucia (Olga Peretyatko)


Giunta la notizia della tragica scomparsa ad Edgardo, egli decide di raggiungerla:
"Tu che a Dio spiegasti l'ali, o bell'alma innamorata
ti rivolgi a me placata, 
teco ascenda il tuo fedel. 
Ah! se l'ira dei mortali 
fece a noi sì cruda guerra, 
se divisi fummo in terra, 
ne congiunga il Nume in ciel. 
(Trae rapidamente un pugnale.) 
Io ti seguo
Nessuno vorrebbe mai impazzire, ma cos’altro resta da fare quando ormai le emozioni ci hanno sopraffatto? Non poche sono le vite destinate alla tragicità teatrale. 




                                                

domenica 5 giugno 2011

MrPuntoCult, su YouTube la seconda stagione di Giacomo Asaro


Lo abbiamo visto recensire Taxi Driver, Il Padrino, Pulp Fiction. Lo abbiamo seguito instancabilmente in Mamma ho perso l’aereo come in Shining. Non sono mancati Jurassic Park, Il Corvo, La saga di Indiana Jones, E.T.  
Il conterraneo Giacomo Asaro indossa gli abiti di attori e registi, da Scorsese a Tarantino, quelli di Steven Spielberg e Harrison Ford al contempo. E lo fa per regalare divertimento a sé e agli altri. Un divertimento che nasce dal cinema e dalle emozioni che esso ci risveglia.
I montaggi cinematografici amatoriali che narrano le vicende e le chicche dei film cult hanno riscosso grandi consensi, registrando interessanti livelli di entertainment tra i giovani e numerosi plausi e menzioni da parte di testate giornalistiche e televisioni che ne hanno visionato le puntate, le produzioni.
Con Giacomo Asaro e il suo canale YouTube si passa in rassegna il miglior cinema. Il Cult.
A distanza di due mesi dalla fine della prima serie, Giacomo torna con la seconda stagione, questa volta sul nuovo canale “MrPuntoCult”, non più “Giacomosnaif” per motivi di copyright.
Giacomo Asaro
Fight Club, Intervista a Jack Sparrow - Pirati dei Caraibi - Oltre i confini del Mare, Incontri Ravvicinati del Terzo Tipo sono i titoli delle più recenti puntate. Così ad oggi sono tre i video dell’ultimissima serialità che si auspica essere sensazionale ed ironica come la precedente. Video originali, ricchi di personaggi e amici che hanno saputo intercalarsi nei personaggi arricchendone la bellezza, l’interesse e il coinvolgimento del pubblico.  
Giacomo è il Jim Carrey delle recensioni cinematografiche. Divertente, carismatico. Attivo e trascinante. Non la maschera verde di The Mask, ma la maschera della simulazione, della finzione spettacolare del cinema e del teatro aderisce alla personalità straordinaria del talento.