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Siamo Cosmopoliti. Blog di viaggi d'Arte, Fantasia e Regioni. Viaggi nel Cinema, nel Teatro. Cosmopoliti di città e di scena. Dall’Italia al romanzo, dal racconto alla fiction, dal Teatro all'economia. Confondere Letteratura, Arte, Città, Nazioni sarà un modo per incantare.

giovedì 29 settembre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (Quarta Puntata)

Triangoli. Ve l’ho detto la scorsa volta: i numeri sono importanti. In amicizia, ad esempio, credo che il numero perfetto sia quattro. Quattro amiche è Il Numero. Potrei farvi tantissimi esempi di quartetti indimenticabili presenti in film, libri o nella mia vita.
In amore è diverso. Il numero è tre. A chi non  capita almeno una volta di dover scegliere tra due persone? L’amore bisogna sceglierlo. È così che si deve fare i conti con l’aut aut più difficile per una donna confusa.
Ogni donna vuole un solo Principe! Ovvio! Ma se le si offrono due Camuffati d’Azzurro, la decisione può divenire più complessa. Uno perché non ci si rende conto che sono travestiti. Due perché ci si sta per cacciare in grossi guai.
Alla fine –perché la fine infine arriva- ci si ritrova ad immaginarsi conversazioni del genere:
«Meriteresti di piangere per tutte le volte che non l’hai fatto, sorretto dal mio sostegno. Mi fai schifo. Non smetterò mai di dire le parole “Dopo tutto quello che ho fatto”»
Appare più semplice credere di aver sbagliato piuttosto che affermare ancora una volta di aver  dato troppo amore. Fa meno male.
Non pensate sia abbastanza squallido?
Ad ogni modo ero scesa nella mia città già da una settimana, da quando avevo dormito da Federica. La giornata era bella, il mio umore meno, così misi la tuta e mi preparai per andare a correre.
Tempo addietro ero finita in un triangolo, ma ancor peggio erano finite due amicizie. Questo era successo di tanto drammatico/comune nella mia vita. La fine dell’amicizia è qualcosa che davvero non reggo. Non reggo e mi distrae ed innervosisce e mi fa riflettere e rivangare le cose e mi tiene in ansia e in contraddizione. Un evento drammatico ovviamente per chi è fatta come me; comune e banale per chi alle amicizie sa rinunciare senza lottare per vincere le difficoltà. Ma prometto di non lamentarmi troppo. Soltanto mi viene da vomitare se penso alle persone che traggono beneficio dalle incomprensioni altrui. Sebbene le nausee sono legittime e proficue per chi scrive, non sono belle da avere! Ma -statene certi- tutto torna, anche il male che si fa, ritorna a chi lo ha generato.
In tutto questo devo aggiungere che Dio ha voluto che io avessi amici, gli amici di sempre, al mio fianco. Anche quelli più lontani, quasi a rotazione, li ho ritrovati con me. Questa è stata la cosa più sorprendente, il mio salva-vita. 
Quel lungomare su cui tentavo di eliminare i chili di troppo, apriva la mente. La velocità mi piace. La combinazione del mare con la corsa era qualcosa che mi riempiva e mi toglieva nervosismi e paranoie. Che sia con l’auto o meno, correre è magnifico.
Dopo la maturità avevo deciso di iscrivermi in una facoltà diversa da Lettere, così mi sarei rifugiata nella letteratura soltanto all'occorrenza. Prima o poi la voglia di raggiungere il mio sogno mi avrebbe sopraffatta. Sarebbe nata una certa insofferenza. Era appena sorta. E sapevo che rappresentava una fonte d’arte.
Stanca cominciai a rallentare, mantenni il passo veloce. Mi fermai vicino ad un muretto e stirai i muscoli delle gambe, poi quelli delle braccia. Infine ritornai indietro verso casa. Questa volta camminando soltanto.
Giunta a casa mi lavai e misi il pigiama. Cenai e andai presto a letto.
La mattina dopo mi arrivò una telefonata. Per le diciotto era stata indetta la riunione del club di cui facevo parte. Così nel pomeriggio, dopo aver rimandato lo studio di economia aziendale, mi sistemai per andare all’incontro. Era passato un po’ di tempo dall’ultima riunione. Rividi così gli altri soci e tra un’attività in programmazione e l’altra, mi lasciai andare con i miei aneddoti e flirt più recenti.
I punti all’odg erano: screening diabete, torneo tennis, consiglio direttivo, varie ed eventuali.
Ma fu quel pomeriggio che appresi alcune delle più grandi bugie mai udite. Mi vennero narrate molte menzogne, molte delle quali erano state divulgate come vere. Ah, la Verità! Pochi la sanno e ne ammettono cause e conseguenze! Fu in quello stesso giorno che raccontai e dimostrai per filo e per segno com’erano andate le cose a Federica Torre e a Enrico Buonaparte. Ma le dimostrai davvero: messaggi, scalette e particolari risalivano perfettamente e si incastonavano senza falle anche nei loro ricordi. Perché loro sapevano. Gli amici sanno sempre se si sta mentendo o meno. Ti seguono da una vita e sanno se i discorsi tengono su una base solida o se, invece, sono in bilico precario.
Certa gente invece ha così tanta fantasia maligna, quando riceve dei no, che è in grado di far passare una vergine come la peggiore tra le prostitute. O che so io! Riuscirebbe a far credere di saper trasformare paguri in damigiane d'argento e lombrichi in tatuaggi fotovoltaici! No, no, guardate che c'è gente davvero convincente! Neppure quelli che profanano la parola "Amore", riescono a competervi.
Le giornate si erano allungate e quando uscimmo dal locale c’era ancora luce. Salimmo in quattro in auto.
Davanti la mia macchina c’era un tale davvero strano. Tutti ci accorgemmo di lui, ma era talmente bizzarro che non dicemmo nulla lì per lì. Aveva capelli neri, lunghi. Era messo di profilo, ma il suo occhio guardava noi. Aveva l’occhio di lato, da squalo! Dopo aver spatuliato (dal siciliano spatuliare: parlare senza accortezza) per due ore, mi lasciai andare all’ilarità generale che aveva provocato quell’uomo.
Lasciai tutti a casa e giunta nella mia, riuscii a concedermi una mezz’ora di corsa.
Non potevo crederci. Mai ero finita in situazioni simili, nemmeno lontanamente simili. Ma soprattutto, mi chiesi innumerevoli volte da quel giorno, quanti avessero mai inventato storie più impressionanti.
I particolari non ve li darò. Ricordate: è il resto della narrazione che deve coinvolgervi, nelle frasi più comuni potrete rispecchiarvi. I particolari sono presenti in tantissimi altri bestseller d’amore, in svariati classici horror o classici e basta. Se cercate quelli, sappiate che non posso darveli: mi secca troppo. Vi basta sapere una cosa soltanto. In ogni storia c’è il Perfido (ma di quelli davvero cattivi che sfiorano la psicopatia), l’Ingenuo (distolto dalle parole del maligno/bugiardo/manipolatore) e la Vittima (PerseguitataCheAllaFineSiScopreEssereBuona). Indovinate chi sono! Ahaha! In realtà me la gioco tra il secondo ed il terzo ruolo, dipende dal periodo delle vicende. Penso più di essere stata la vittima. Oggi però non sono né l’una né l’altra. La nostalgia di quei tempi non c’è più, nemmeno la rabbia dell’offesa. Oggi non c’è proprio nulla. Ne rido e ne faccio ironia.
Quando finisce qualcosa, tutti sappiamo il perché; quanto meno sappiamo cos’è successo. Potremmo insomma ricostruire la verità dei fatti, se solo lo si volesse. Ma non tutti lo fanno, non tutti lo preferiscono. È così che ci ritroviamo in situazioni orrende.

venerdì 23 settembre 2011

La Tosca al Teatro Massimo di Palermo




20 settembre 2011.“E avanti a lui tremava tutta Roma!”. Così Floria Tosca, quasi con scherno, diviene protagonista tragica sul finire del II atto, assassinando il barone Scarpia, temibile e potente uomo della città.     
La Tosca di Puccini, opera drammatica ed incantevole, ambientata nel XIX secolo, ha reso imperativo l’applauso finale del pubblico al Teatro Massimo Vittorio Emanuele di Palermo. Sublimi le arie e toccante la trama. Il piacere dei presenti nell’udire il baritono russo Sergey Murzaev (Scarpia) ed il tenore Giuseppe Gipali nella romanza “E lucevan le stelle”, nelle vesti del pittore Cavaradossi, è stato amplificato dalle abilità magnifiche ed uniche del soprano Maria José Siri, strabiliante e distinta nella sua versione di “Vissi d’arte”.
Maria Josè Siri ( Tosca)
Giuseppe Gipali (Cavaradossi)
Sergey Murzaev (Scarpia)
Capacità magnetica ha dimostrato anche il giovanissimo M° Omer Meir Wellber, il quale con l’eleganza delle movenze propria dei grandi direttori, trasportava in armonico comando i musicisti e gli strumenti dell’orchestra, conducendo il ritmo dell’arte nell'animo degli spettatori.
Notevole l’inizio del III atto. Non un’unica volta, ma in più numerose occasioni, il pubblico è stato colto da brivido e da commosse interpretazioni, manifestando approvazione anche durante lo spettacolo, non curandosi di attendere la fine di ogni atto.
L’appuntamento settembrino nel maestoso teatro, con i suoi palchi, i dipinti e le luci, ha ribadito quanta magnificenza ci sia nell’opera lirica. In un città dove tutto è disordinatamente confuso, in ritardo e protende allo sgomento, il Teatro Massimo sorprende e si rende unico agli occhi dei presenti per la puntualità, la precisione e l’eccellenza.


 
                               
     Maria José Siri (Floria Tosca) e Giuseppina Biondo
Teatro Massimo, Palermo 21-09-11
 
                               
         M° Omer Meir Wellber


 
Floria Tosca e Mario Cavaradossi

mercoledì 21 settembre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (3° Episodio)

Capita spesso… La gente non sa scegliere. Sbaglia nel farlo. Tuttavia la scelta comporta una strana sensazione. Quando si sceglie senti l’adrenalina. Scegliere è bello. Quando pensi di sapere cosa vuoi è fantastico. Ma quando non lo sai è angosciante.
Da piccola presi lezioni di danza, gli insegnanti avevano notato che avevo ritmo ed elegante agilità. Abbandonai dopo aver quasi vomitato sul palco durante il saggio di fine anno. Ero emozionata per il grande pubblico. Adesso ho il bacino che di certo non si può dire di un’odalisca, al più quando ballo assomiglio all’orso Baloo. Ad imbarazzarmi oggi è l’incompetenza, l’essere imbranata e maldestra.
Verso gli otto anni studiai solfeggio e pianoforte, credo continuai per un triennio. Poi chitarra per sei mesi. Avevo si, ritmo ed ero intonata. Più avanti nel tempo, quando ormai la “carriera” musicale era finita, un mio ex mi disse che ero stonatissima.
Il punto è che io sarei potuta essere una ballerina o una musicista, forse avrei potuto far parte di un coro, ma invece ho scelto di scrivere. Sono una scrittrice. Capite adesso perché dico che in fatto di scelte non sono certo di esempio?
Per essere scrittori bisogna soffrire. Se sei portato, chi fila il tuo destino pensa a come farti divenire un autore dalla grande stoffa.
Così essere scrittori implica il patire sofferenze standard. Si comincia con l’avere amori impossibili, quelli ideali che nascono prima dei venti anni e che ci si porta per tutta la vita. Si finisce con il cadere in triangoli sgraziati e tempeste emotive tipiche della menopausa.
L’uomo si illude di essere unico, diverso. In realtà siamo tutti uguali, tutti uguali eccetto di fronte la legge. Tutti uguali nelle emozioni. Le storie si ripetono. È per questo che gli scrittori patiscono tragedie comunissime. Il tessitore fa si che gli autori si ritrovino in determinate circostanze. Ed è da questo, scrivendo di cose che tutti proviamo alla stessa maniera, che è derivato il mio successo. Ma adesso ho ventiquattro anni, allora non avevo ancora nessuna ricompensa dal dolore. Il dolore viene ringraziato sempre dopo, dagli artisti.
A questo punto della storia vi informo di una cosa. Mi sono accorta che le Moleskine non sono sei, ma più scrupolosamente cinque e mezzo. Parte dell’ultima contiene, infatti, un’altra storia. Ve lo dico perché i numeri sono importanti non soltanto in economia, talvolta possono essere profetici per le persone più sensibili. Profetici ed eterni come l’amore. I veri amori non vanno mai via. E se sono ideali perdono ancora più tempo ad essere dimenticati.
«Petrarca chi aveva? Laura?» dissi il mese scorso a Federica mentre guidavo la macchina.
«…»
«E Leopardi invece? Silvia?»
«…»
«Cazzo di amore eterno. Rimarrà sempre l’Unico!»
Ed era vero. Gli amori rimangono unici. Fu così che nel maggio della prima moleskine, nonostante mi fossi lasciata da poco, il mio pensiero volò all’Amore Storico. Ero davanti al computer. E per caso tornai a guardare delle foto. Colta dalla nostalgia, fui subito presa anche da un fastidio, tanto che di getto condivisi su facebook:
Strappatemi quel nome dall’anima! Non credevo che dopo tutto questo tempo potesse ancora imprigionarmi. Basta!
Da notare la drammaticità della scena che emanavo.
Tra le pagine dell’agenda nera continuavo descrivendo una sequenza di immagini romantica ed inverosimile -tanto da essere sdolcinata e con il lieto fine- che avevo sognato ad occhi aperti. Non la riporto. È realmente inutile.
Seguiva poi l’elenco di tutte le cose che volevo dire al mio ex. Ma davvero queste ve le risparmio. Non è per vendetta che scrivo, né per vincere una causa.
Non vi nascondo che mi piacerebbe raccontarvi tutta la storia, ma non lo farò. Bisogna sapere cosa censurare e cosa inventare durante la narrazione. Non tutto ciò che succede è degno di nota. E una ragazza che si chiama Cristina Neri sa cosa mettere su bianco, non vuole riporre in voi confusioni e dubbi, ma solo raccontarvi una bella storia..
Ad ogni modo il mio ex e l’amore storico, sia ben chiaro, sono due personaggi distinti e separati… come due rette in piani differenti.
Ma nonostante l’amore storico sapesse tornare a galla, intenso come nel passato, ogni volta che vi era il pretesto, il nervosismo che mi portava la mia ultima storia era più fresco e pungente.
Forse adesso, me ne accorgo, comincio a tergiversare senza andare al punto. Perché ancora non vi ho raccontato della storia di cui vi ho dato solo accenni. Ma è difficile sapete?
Non saprei neppure più cosa dirvi. Forse è meglio che io continui a scrivere il flusso di coscienza. Probabilmente alla vostra domanda “Ma cosa ti è successo? Da che storia sei uscita per essere stata tanto nervosa?” vi risponderei ad accenni come ho ben fatto finora. Piuttosto sono curiosa di sapere cosa rispondereste voi alla domanda “Cosa pensate mi sia successo? In quale orrenda situazione mi sarò ritrovata?”.
Facciamo così, troverò il modo di raccontarvi della disfatta, ma bisogna che attendiate il momento giusto. Sino ad allora soltanto post e pensieri buttati disordinatamente qua e là potranno farvi intuire qualcosa.

venerdì 16 settembre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (2° Puntata)

Moleskine 1

All’inizio della prima moleskine era un periodo orribile. Non preoccupatevi se utilizzo un certo linguaggio, faccio sempre largo uso di aggettivi, per questo dicono che sono teatrale nelle narrazioni. Ad ogni modo era davvero un periodo terribile. Non mi era mai successo di chiudere rapporti così volgarmente. Lotto per sistemare le cose e anche quando subisco un torto sono pronta a perdonare. Mi metto in mezzo per risolvere le questioni altrui e tento in ogni maniera di restaurare l’ordine perduto. Sono per metà ruffiana, per metà ambasciatrice. Ho nel sangue l’indole di portare pace e amore. Ci sarà qualcosa che non va nei miei globuli rossi.
Una volta ho inseguito in auto una mia ex-amica (ritornata per l’appunto amica) che aveva ben piazzato un pugnale alle mie spalle. Quando mi aveva chiesto scusa, io le avevo riso in faccia, tra l’isterico e lo sprezzante. Tuttavia ad un certo punto della storia ero tornata a sistemare ciò che si era distorto. E l’ho fatto inseguendola di sabato sera.
Sapevo che lei mi aveva chiesto scusa tempo prima. Era questa la cosa importante. Era dispiaciuta. C’era voluto un anno, il tempo più lungo che mi sia mai servito, ma io, passata la rabbia, l’avevo assolta. Ho sempre saputo perdonare. Ho saputo assumermi le mie responsabilità, sapendo chiedere scusa. So pentirmi. C’è invece chi non l’ha mai saputo fare. La storia delle nostre vite lo dimostra. Le persone che ci circondano lo dimostrano, quelle che riusciamo a tenerci accanto nel tempo.
Ho anche sempre tentato di recuperare il passato, di chiarirlo, perfezionarlo. Lascio agli altri l’incapacità.
Ero un’economista e piuttosto che studiare l’indice azionario FTSE MIB, provavo a risolvere le deformi ragioni che portavano gli uomini a troncare i rapporti.
Il passato è oro per me. Capite? È inconcepibile che le amicizie si rompano quando si hanno splendidi momenti da poter ricordare insieme, quando si è costruito qualcosa! Lo penso tuttora, figuratevi! Ma potete immaginare ben poco dal momento che non conoscete la mia storia. Quindi torno alla cronaca.
Era un brutto momento e mi trovavo a Palermo. Studiavo Economia e Finanza all’Università, a ventidue anni ero giornalista economica alla redazione di un quotidiano regionale, TrinacriaOn.
Quel pomeriggio non avevo concentrazione. Il giorno dopo mi attendeva una lezione in facoltà. Alla fine chiamai una mia amica, Federica Metrello, e mi incontrai con lei. Parlo sempre dei miei amici. Parlo sempre dei miei amici, come se fossi un Pokédex. Io e Federica avevamo cominciato ad uscire insieme cinque anni prima. Lei è quella con la quale vado dal parrucchiere, con la quale vedo film di vendetta che hanno per protagoniste donne ciniche, sadiche nei confronti di uomini inutili; ed assassine abili e ammaliatrici. È l’amica con la quale mi ingozzo nelle serate tristi, innamorate e malinconiche. Ed è l’amica che tradisco ogni qual volta faccio una di queste cose con un’altra.
Quando finalmente la incontrai, andammo in giro per qualche negozio. Comprammo uno shampoo colorante e mi convinse ad andare da lei quella sera, aveva un letto libero in camera. La sua coinquilina non c’era. Prima di andare nel suo appartamento, passammo da casa mia, mi fece rossa in mezz’ora ed alla fine io riempii la valigia.
Così di venerdì sera dormii da lei.
Ordinammo due pizze. Eravamo pronte alla nostra serata in borghese: niente tacco e abito da sera; soltanto cibo, vestiti comodi e capelli attaccati. L’idea che un clochard a confronto fosse un nobiluomo ci ha sfiorate spesso quanto quella che per essere felici avremmo dovuto abbandonare tutto e tutti per vivere in una roulotte, stendendo panni nei luoghi pubblici.
Mentre una margherita con melanzane e cipolle impregnava la camera da letto, Federica sistemava i suoi appunti del corso di storia e continuava ad ascoltare me. Mi ero lasciata da due mesi.
Mi ascoltò mentre mangiavamo.
Mi ascoltò quando mise il pigiama.
Continuò ad ascoltarmi quando tirò lo sciacquone del bagno.
Dopo che ebbi raccontato i soprusi che avevo subito, ci sistemammo a letto. Ma non riuscimmo a dormire.
«Facciamo il caffè?» proposi allora.
«Adesso?» erano le dieci e mezza di sera.
Eravamo nervose e non riuscivamo a dormire, un caffè non avrebbe potuto avere ulteriori effetti.
Ci alzammo e andammo in cucina. Mi sedetti su di una sedia. Le braccia conserte, poggiate sul tavolo. Federica pose la zuccheriera e le tazzine di fronte a me. Poi riempì la caffettiera.
«Insomma sei diventata tu la malvagia» mi disse sarcastica.
«Si, sono i primi che riescono a darmi questa etichetta»
«Ahah! Ricordi quando in classe Maria Grazia alla domanda a quel gioco che facevamo tra compagni “Chi è la più buona e dolce?”, ti indicò e tu ci rimanesti male perché volevi essere come Uma? Ahah!»
Ciondolai la testa, questa volta ridendo anch’io.
«Bene, allora! Urrà per te che ci sei riuscita!»
Quando mi versò il caffè caldo guardai il tavolo. Mi accorsi che c’era dello zucchero sparpagliato.
«Fede, prendi un panno» seguì un attimo di silenzio, esitai «Prima non c’erano»
«Che cosa?» mi domandò sorpresa.
«Queste macchioline di zucchero» dissi.
Anche lei si accorse dello zucchero sparso.
«Non sono stata io!» proseguii, giustificandomi al suo sguardo.
Alzò le spalle. Prese una bottiglia d’acqua e due bicchieri. Si sedette di fronte a me e cominciammo di nuovo a parlare dei nostri problemi.
«Davvero perfido! Ma io te l’avevo detto! Ti diceva troppe cose su di lui!» mi disse «Che motivo ha un ragazzo di dire certe cose alla fidanzata del suo migliore amico? Io te lo dicevo! E tu! Scema! Che non uscivi con me e Flavia»
«Mi dispiace! Ma sai quanto mi fidavo, quanto ero disposta a fare per lui! Quanto ho davvero fatto per lui. Credevo di amarlo»
Federica alzò il sopraciglio tirando su il naso.
«Smettila di guardarmi così! Come potevo immaginare tutto questo? Dopotutto ci credevo» abbassai lo sguardo.
«Fè» corrugai il viso.
«Si?»
«..ma prima queste c’erano?» le dissi indicando delle gocce di caffè sul tavolo. Quando dopo qualche attimo ci accorgemmo che c’era anche dell’acqua bislaccamente versata sul piano di legno su cui eravamo poggiate, ci guardammo. Ci alzammo dalle sedie e, leggermente inquietate, ritornammo nei nostri letti. Nonostante fosse passata un’oretta, non avevamo ancora sonno.
Federica abitava in doppia con una studentessa che era andata per il week end dai suoi genitori, Flavia Udine, anche lei mia cara amica. Nelle altre camere della casa ci stavano due trentenni.
Pensammo di unire i letti della stanza. Quando misi i piedi nelle pantofole, cominciai a ridere. Non riuscii a spiegarmi per un paio di secondi.
«Non per qualcosa!» urlai non potendo trattenermi «Ma prima non c’erano!!»   
Attaccate alle babbucce c’era della polvere. Ridemmo così tanto da farci calare la stanchezza. Eravamo irrefrenabili. Prima lo zucchero, poi il caffè, l’acqua! Alla fine anche la polvere compariva a chiazze! Ma cos’era? L’ironia delle coincidenze ci si presentava a pois!
«Su, forza! Spostiamo i comodini e avviciniamo i letti» dissi sorridendo.
«Ma dove li vuoi mettere?» mi domandò Federica perplessa, mentre indicavo la disposizione al centro della stanza.
«No! Non come i morti in mezzo alla stanza!» protestò.
«Non è in mezzo alla stanza! Ma poi, non come i morti!» le risposi inorridita «Come una famiglia!» spiegai dolcemente «Tua madre dove ce l’ha il letto grande?»
Ad un certo punto non ci rendemmo più conto se ridevamo per la stanchezza, per i dispiaceri o per i letti di per sé.
Alla fine trovammo un accordo e ci addormentammo.
Ero consuetudinaria, volevo il mio letto, le mie cose. Un po’ come se avessi avuto già ottant’anni. La mattina dopo, appena sveglia, andai a lavarmi in bagno. Non vedevo l’ora di uscire da casa e fare colazione.
Certe cose si stenta a crederle ma andò proprio così. Avevo dormito da Federica senza portarmi una maglietta di ricambio, non ricordo neppure come mai. Forse avevo lasciato la valigia a casa mia. Avevo portato tutto tranne una t-shirt. Misi allora i jeans, lasciandomi il pigiama di sopra e quando anche Federica fu pronta per uscire, indossai lo spolverino azzurro.
Fu una mattina incredibile. Andammo a fare colazione. Ci fermammo in piazza Politeama ad osservare la Palermo nelle prime ore della mattina. Tutti i negozi erano ancora chiusi. Ci sedemmo al secondo bar che vidi e prendemmo un cornetto con cappuccino. L’aria fresca del mattino mascherava lo smog delle auto che ancora non avevano preso a circolare numerose.
Girammo negozi, acquistammo una serie incredibile di cose. La mia prima moleskine, ad esempio. Una maglietta ed una felpa da jogging e anche qualche libro.
Quella mattina la definimmo “Shopping in pigiama, dal cornetto alla Feltrinelli e Zara, tra depressione e sperpero”.
Perché, sì, fu divertente, oltremodo bizzarra come giornata, ma io ero particolarmente giù di morale. Perdere l’amore e prendere chili è un vero disastro emotivo, un circolo vizioso terribile. Conosco persone che dopo la fine di un fidanzamento hanno perso due o tre taglie. Sinceramente le invidio!
Io sono più il tipo da fritto-misto-post-trauma o da cioccolatoterapia con extradosaggio.
E Federica è come me.
Arrivammo a casa dopo l’una. Lei era distrutta per quanto avevamo camminato. Io avevo il cuore parzialmente ricolmato dagli acquisti e dai sacchetti che tenevo in mano.
Entrai in cucina. Trovai una baguette sul tavolo. Fede era ancora in camera a sistemare la sua borsa. 
«“Marìì, le baguette!”» urlai alla maniera del fornaio de “La Bella e la Bestia”. Federica entrò con gli occhi spalancati, facendomi cenno di star zitta… la sua coinquilina si chiamava Maria e la baguette era la sua!
Mortificata tornai a fare silenzio.
La notte prima, stavamo per prendere sonno, quando sentimmo Maria uscire dalla camera accanto alla nostra. A quanto ci parve era in compagnia perché passando per il corridoio le sentimmo dire con tono soddisfatto «Grevio e antipatico!»
Ma collezionare brutte figure, era per noi fonte di risanamento. Dio solo sa, se la coinquilina ci aveva sentite di notte soffocare le risate tra i cuscini o un attimo prima parlare del suo pane.
Mangiammo presto la pasta e poi andammo in camera di Federica.
Cominciai a guardare le foto appese alle pareti. C’era Flavia bambina.
«Anche Flavia è stata bambina»
La foto sembrava di un bimba adottata a distanza. Accanto ad essa c’era un foglio appeso che recitava: “nome in codice: albero in fiore.” A occhio, sì, pareva una bambina adottata dalla Romania. Federica si divertì quando glielo dissi.
Tra le tante altre foto ne scorsi una sua. Era piccola anche lei e sembrava adottata a distanza, ma questa volta la provenienza era  Filippine.
Quando Federica avesse finito la valigia, saremmo passate a prendere la mia e poi diritte alla fermate dell’autobus per tornare nella nostra città.
Mi stavo annoiando così accesi il piccolo televisore, sistemato sulla scrivania. Federica si mise a ridere ricordando il personaggio di un telefilm che adoravamo al secondo liceo.
«Comunque è vero che abbiamo sempre voluto un amico gay» dissi.
Federica stava facendo il letto. Scosse leggermente la testa, sorridendo.
«Io l’ho avuto!» cantilenai soddisfatta, scherzando.
«Sei sicura di volertene vantare?» mi rispose.
Rimasi con la bocca aperta in una smorfia di finto oltraggio. Perché poi, tanto amici, non eravamo stati.

domenica 11 settembre 2011

Intervista a Maria José Siri, Tosca al Teatro Massimo


Maria José Siri
nelle vesti di Floria Tosca
Vi avevo lasciati con Giulio Pelligra. Di seguito le domande al soprano Maria José Siri, sudamericana, originaria di Canelones, Uruguay. Il suo curriculum è ricchissimo di premi e note, sul sito ufficiale si legge: “Appena affacciatasi in Italia, si aggiudica il Primo Premio sia al Concorso Internazionale dell’Accademia Musicale Umbra che al Mattia Battistini di Rieti, prima di ottenere gli stessi ambitissimi Primi Premi Assoluti ai Concorsi Nuevas Voces Liricas al Teatro Colòn di Buenos Aires e al Concorso Internazionale di Bilbao in Spagna”.
Nel 2006 a Dresda, in Germania, ha vinto il Primo Premio Assoluto e il Premio del Pubblico nella Competizione dell’Opera, concorso internazionale di canto dell’opera italiana. È nel paese della Merkel che si svolge la maggior parte della sua carriera.
In Italia ha debuttato nel 2008 al teatro Carlo Felice di Genova ne Il Trovatore di Verdi. Successivamente a Palermo nell’Aida, in Pagliacci al Maggio Musicale Fiorentino. Ha cantato ancora l’Aida alla Scala e al Maggio Fiorentino, I due Foscari a Trieste. Vanta collaborazioni con Zeffirelli, Barenboim, Zubin Mehta e insieme al cineasta Ferzan Ozpetek.
A settembre sarà Floria Tosca al Massimo di Palermo, ad ottobre la ascolteremo anche come Leonora nel Trovatore.

La voce, il dono per il quale l’uomo più saggio pagherebbe e l’uomo più irrazionale commetterebbe efferati delitti pur di averlo. Tu lo possiedi. Sin da piccola hai manifestato le tue abilità? Quando ti sei accorta della tua voce?
Io ho cantato sin da piccola.
Ma sopratutto trascorrevo il tempo - ricordo a quattro anni - gioccando con un pianoforte a coda in miniatura, di giocatolo però, con i tasti neri dipinti su quelli bianchi. E c’era qualcosa che non mi tornava. Mi mancavano alcuni suoni, dicevo!
Essendo un po’ cattivina pensai: se lo distruggo forse mi comprano un pianoforte vero... e cosi é stato. Non a coda, ma vero!! Ed é allora che iniziai a canticchiare e a suonare il pianoforte.
Ricordo che fu all'età di nove anni che scrissi la mia prima canzone, parole e musica, provai qualcosa di diverso, che solo suonando il pianoforte. E fu in quel momento che iniziai a sognare di diventare cantante, ma in un angolo molto intimo della mia anima (era un sogno che non osai neanche esprimere per paura).
Una persona timida può inibire la propria voce? Essere sicuri di sé contribuisce a sviluppare le capacità canore?
Io credo che la timidezza può influenzare molto. Se all'inizio di un percorso scolastico, per esempio, un bambino/a viene preso in giro perché canticchia e questa liberazione e divertimento che prova al cantare non viene apprezzato o motivato, la timidezza può fare che si annulli la voglia di cantare. 
Invece essere sicuri di se stessi aiuta a sviluppare i propri talenti e capacità, anche se il mondo non lo apprezza. È più la necessità di portare avanti quello che vuoi (vale per lo sport e per l'arte), che il giudizio che possano avere gli altri.
Hai raggiunto molti traguardi. Qual è il prossimo che ti sei posta? Il teatro che vorresti varcare e il progetto che vorresti portare a termine.
Il mio principale traguardo è quello di diventare ogni giorno un'artista più personale, poter lasciare un'impronta sia a livello vocale che interpretativo. Adoro la recitazione e credo che bisogna non aver paura di essere autentici e perché non diversi! Non riusciremo mai, noi giovani, a diventare una Callas o una Tebaldi! Loro sono state uniche per le loro caratteristiche vocali e personalità, e quello non si può imitare. Sono i nostri grandissimi riferimenti ma bisogna buttarsi a cercare dentro se stessi per trovare la vera personalità artistica! 
Per cabala non parlo dei progetti che ho davanti e che tengo tanto a portare a termine, ma posso dire che adoro l'opera italiana e sarà sempre il pilastro principale del mio repertorio, anche se da un po' penso di allargarlo. Il mio prossimo progetto sarà l'opera Russa con il mio debutto, nel ruolo di Tatjana, alla Staatsoper di Berlino con Eugene Onegin.
Immagino che sia stato naturale per te affermarti come soprano, ma il tuo percorso è stato privo di difficoltà e delusioni? Hai mai pensato di poter fare altro nella vita?
Il mio percorso, come per tutti, non è stato privo di difficoltà, di delusioni. Ancora non posso dire che mi hanno scoraggiato! Non posso immaginarmi facendo altro nella mia vita, forse suonando qualche strumento o  recitando, ma proprio fuori dell'arte non mi vedo!
Hai cantato grandi autori, innumerevoli libretti d’opera lirica. In quale ti riscopri maggiormente e perché?
Mi riscopro soprattutto nei ruoli molto passionali, dove ci sia un carattere molto forte ed espansivo. Tosca è un bel esempio di questo, direi che per ora il numero uno!
L’evento che ha segnato la tua vita e che ti ha condotta ad essere ciò che sei.
Un equivoco ha fatto sì che io sia ora una cantante lirica, quando andando a lezione di sassofono hanno sbagliato  l'orario e sala di prova! 
Floria Tosca uccide il Barone Scarpia
Sicilia, canterai presto nelle vesti di Floria Tosca al Massimo di Palermo. Quali sono le tue aspettative ed emozioni?
Tornare al Teatro Massimo di Palermo dopo tre anni (dall’anno in cui ho cantato l’Aida) è già una grande emozione per me! La mia grande aspettativa è di emozionare il pubblico!! 
Cara Maria Josè, concludi l’intervista con un saluto uruguayano al popolo che ti attende presto tra i palchi suggestivi di Palermo.
Los espero a todos en el Teatro Massimo donde con gran placer interpretare Floria Tosca!





venerdì 9 settembre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (1° Puntata)


A Gaspare che mi voleva in Economia
e a Giovanni che mi voleva a Milano

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La chiamavano la Geometra. E non perché il padre fosse ingegnere, ma perché era la più grande produttrice cinematografica di triangoli d’amore. Finanziava film e serie televisive. C’era chi sosteneva che avesse vissuto un trauma, chi subito il fascino. Ma al di là di tutto lei rimaneva il top della produzione adultera.
Era per questo che stavo per rivolgermi a lei.

È difficile cominciare, ma è ancor più complicato scegliere l'inizio. Ragion per cui, tra tanti incipit, ho deciso di partire così: ...da tempo raccolgo pagine su pagine per un progetto, lo faccio dall’aprile di un anno fa. Inizialmente ho acquistato delle moleskine, appuntai presto molte idee in esse. Così un giorno, ritrovandomi dei veri piccoli testi, decisi di ricopiarli al computer. Ne ho parlato sin da subito ai miei amici, entusiasmandoli e rendendoli spesso protagonisti. Ma vedete non sono dei diari le mie Sei Moleskine. Si tratta piuttosto de La Bacheca. Prima di acquistare la Moleskine n° 1 avevo, infatti, un grave difetto comportamentale. Nel pieno di una crisi post-rottura, lasciavo trapelare ogni mio pensiero, ogni mia cinica ironia, ogni cosa, senza remore, pubblicandolo e condividendolo con chiunque fosse mio amico su Facebook. Con chiunque potesse leggere la mia Bacheca.
Tutto quello che vi racconterò riguarda qualcosa che già è passato. Ma d’altronde cos’altro raccontiamo che non sia passato? Anche lo scrittore con più fantasia usa scrupolosamente il suo.
Più di un anno fa era aprile e mi chiamavo Cristina Neri anche allora. Forse il nome è una delle rare cose che non cambiamo nella vita. Tutto il resto muta, nonostante si cerchi di resistere alle rivoluzioni con violenti sacrifici.
Sono sicura che qualcuno ha deciso e scritto (da qualche parte) che noi umani dobbiamo essere soggetti a stravolgimenti, quando tutto sembra quieto.
Dio è uno scrittore, ne sono certa ormai. Uno scrittore non si fa scrupoli a far morire qualche personaggio di tanto in tanto, non bada alla violenza che propina per aumentare l’interesse del pubblico.
Così è Lui che decide chi far vincere, chi perdere, designa chi deve farlo ridere e chi commuovere.
Nel mio caso ha deciso di competere.





lunedì 5 settembre 2011

Intervista a Giulio Pelligra, tenore siciliano

Nato nel 1986, Giulio Pelligra è un giovanissimo tenore catanese. A venticinque anni vanta innumerevoli riconoscimenti, menzioni d’onore ed interpretazioni nelle più note opere liriche. Sposino di Lucia di Lammermoor lo scorso giugno, si è esibito al Teatro Massimo di Palermo anche nelle vesti di Ein Jüngling (Un Giovane) in Die Gezeichneten nell’aprile 2010. Ho avuto così modo di udirlo in entrambi gli spettacoli e di intervistarlo questo settembre.

Conte D’Almaviva nel Barbiere di Siviglia già nel 2006 presso il Teatro Nazionale di Malta. Qual è l’anno a cui riconduci l’inizio della tua pregevole carriera? Quando scopri di avere la talentuosa abilità della voce lirica?
L’anno in cui riconduco l’inizio della mia carriera è il 2006, proprio con Malta, che è stato il mio debutto assoluto in teatro e in ruolo principale, come quello del Conte nel Barbiere; mentre la scoperta della mia voce avviene all’età di sei anni. Durante una delle feste in casa cantando dietro mio nonno, il quale a sua volta ha voce di tenore, ma che, per cause di tempi e lavoro, non ha potuto coltivare se non in forma amatoriale.
Chi si è accorto delle tue doti e chi ti ha indirizzato? È stato naturale per te, una volta riconosciuta la tua capacità canora, intraprendere il percorso, escludendo ogni altra possibile professione?
L’accorgersi delle mie doti canore lo devo alla mia famiglia. Intraprendere questo studio, fortemente voluto da me e appoggiato dai miei genitori, è stato abbastanza facile perché sin dall’inizio ho subito sentito che il canto era parte della mia vita e che non avrei potuto fare altro all’infuori. Pertanto anche adesso lo vivo come parte integrante di me.
Dal sito dell’agenzia Aliopera si legge: “…debutta nell’opera L’Elisir d’Amore di Gaetano Donizetti nel ruolo di Nemorino presso il Teatro Greco di Taormina; vince il primo premio al concorso regionale “Salvatore Cicero”  dell’orchestra Sinfonica Siciliana”.
Hai sempre trovato la gratificazione che ti aspettavi nella tua terra? C’è qualcosa che devi alla Sicilia?
Debuttare Nemorino al teatro greco di Taormina all’età di 20 anni è stata una delle cose più gratificanti della mia carriera e per questo devo ringraziare la Sig. Smith ed il M° Lombardini che mi hanno dato la fiducia e l’apporto giusto per affrontare questo debutto importante nella mia bella Sicilia. Poter cantare al Teatro Massimo due produzioni è stato gratificante, all’inizio del mio percorso di studio a Palermo, passando davanti a quel magnifico teatro, guardandolo, pensavo “Chissà se un giorno….”. E alla fine il giorno è arrivato e per questo ne sono grato. Palermo mi ha dato tanto e io devo tanto a Palermo. Alla mia Sicilia dico «Sempre fiero di essere siciliano», anche la vincita del  primo premio “Salvatore Cicero” alla Sinfonica Siciliana mi gratifica perché mi ha dato la possibilità di poter debuttare al Teatro Politeama e di avere un seguito di altre collaborazioni, anche la Traviata al Luglio Musicale Trapanese che mi ha dato la possibilità di debuttare Alfredo sempre nella mia terra. Pertanto la Sicilia mi ha dato tanto e io devo tanto alla mia terra.
L’ambizione più alta che possiedi. Dove si spinge il sogno di un tenore? A quale palcoscenico?
Se ti venisse offerto, quale protagonista d’opera vorresti essere?
Il sogno di un tenore, in questo caso il mio, è poter cantare nei migliori teatri del mondo come la Scala, il Metropolitan Opera, il Coven Garden, l’opera di stato di Vienna ecc.; anche in quello che considero il mio teatro, Palermo, in un ruolo da protagonista come il Duca di Mantova nel Rigoletto, Nemorino nell’Elisir o Rodolfo nella Bohème. Infine anche affrontare ruoli belcantistici ed autori come Donizetti, Mozart, Gounod ecc.
Presto sarai Roméo in Roméo et Juliette al Teatro Sociale di Trento, Arlecchino in Pagliacci nei Teatri di Lucca e Pisa. Ruoli centrali, ti sorprende ricoprirne così spesso? La tua giovane età ti ha mai creato contrasti con cantanti già affermati?
Devo dire che ricoprire ruoli principali così spesso più che sorprendermi, mi lusinga e mi gratifica. D’altronde ho iniziato il mio percorso per arrivare ad affrontare ruoli protagonistici.
Contrasti con i colleghi affermati mai, anzi mi hanno sempre trattato come la mascotte del gruppo. Ad esempio, quando ho debuttato Nemorino a Piacenza, ho avuto il piacere e l’onore di poter cantare accanto al soprano palermitano Desiree Rancatore, la quale, oltre ad essere umile e dolcissima, è stata gentilissima.
Parlaci di Roméo et Juliette. Rivisitazione dell’originale?
Romèo et Juliette è una delle opere più belle e musicalmente complete e affascinati del repertorio francese. La storia è molto fedele all’originale a parte l’invenzione del personaggio di Stephanò che serve da collante al duello tra Mercutio e Tybalt.
Poi ci sono i ruoli di Romèo et Juliette che  possiedono una bellissima linea di canto e una completezza musicale davvero notevole. Devo dire che il ruolo di Romeo mi ha dato la possibilità di crescere sia musicalmente, che localmente, ma anche dal punto di vista dei sentimenti.
Hai mai preferito essere tra il pubblico, osservare gli spettacoli, piuttosto che essere l’attore in scena? Cosa ti entusiasma di più, l’opera lirica come genere o la carriera di tenore?
Sinceramente preferisco essere sempre sul palco scenico, a meno che mi trovo ad assistere a prove davvero esorbitanti come quelle dei grandi della lirica.
Ciò che mi entusiasma è sicuramente l’opera lirica, penso che la carriera sia una conseguenza alla conoscenza e allo studio dell’opera.
Il miglior insegnamento ad oggi ricevuto dall’esperienza e quello trasmessoti dal docente più stimato negli studi.
Il miglior insegnamento ricevuto dall’esperienza è stato l’osservare i grandi colleghi: come si muovono in palcoscenico e nell’ambiente. Mentre quello del docente è stato sicuramente, oltre a quello tecnico, quello della conoscenza reale di ciò che veramente è questo mondo.
Dacci due nomi: il tenore più grande del passato e del presente, secondo la tua personale opinione.
Devo dire che per me del passato ce ne sono due, di grandi: Pavarotti e Kraus. Del presente stimo molto Alagna.
Saluteresti i miei concittadini e i lettori che ci seguono, riportando la frase di un’Opera?
Vorrei salutare con una frase che dà speranza e luce, dall’opera Romeo et Juliette, “Ah leve toi soleil fais palir les ètoiles” (Ah levati sole, fai impallidire le stelle).