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Siamo Cosmopoliti. Blog di viaggi d'Arte, Fantasia e Regioni. Viaggi nel Cinema, nel Teatro. Cosmopoliti di città e di scena. Dall’Italia al romanzo, dal racconto alla fiction, dal Teatro all'economia. Confondere Letteratura, Arte, Città, Nazioni sarà un modo per incantare.

sabato 26 novembre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (Decima Puntata)


Le parole possono dire molte cose, ma i fatti, i fatti urlano. Urlano così tanto da stordire.
«Ti stordiscono tanto da farti pensare cose sbagliate, Inutile Checca!» disse una donna alla televisione.
Era la nuova sit-com del momento. Ambientata dentro un’automobile, c’erano due uomini che volevano una donna. Lei era sempre al volante. Prima litigava con uno, poi con l’altro. Uno dei due la baciava e lei litigava con l’altro. Il secondo la baciava e lei litigava con il primo. In tutto quel ronzio televisivo ci si divertiva parecchio. Erano le battute e l’incastro delle storie che facevano ridere. Lo schema delle azioni era ripetitivo, tanto da rendere le puntate un classico mediatico. La struttura dei personaggi era poi assai bizzarra. Sembrava una slapstick comedy degli anni venti mischiata a Camera Café.
Dovrebbero esserci più attori e meno avvocati, ci sarebbe maggiore quiete nell’universo: messo in chiaro che gli uomini stanno recitando, sincerando la loro posizione, chi mai potrebbe prendersela con loro?
Il programma era prodotto da Olga Ninfresi.

Mi sarebbe piaciuto entrare in un negozio e chiedere:
«Scusi, mi dà un misuratore d’amore?»
E ricevere in risposta, veloce e tranquilla: «Certo, gliene prendo subito uno. Desidera l’ultima versione aggiornata?»
Ma non c’era negozio che ne vendesse. Neppure i grandi magazzini ne erano provvisti.
Con un “misuratore d’amore” avrei potuto capire quanto amassi una persona; se gli altri mi avessero amata più di quanto avessi fatto io. Avrei saputo se amavo più di quanto credevo di poter fare. Insomma avrei saputo se e quanto ferivo la gente o se la gente feriva più me.
Pensavo tutto questo mentre correvo sul marciapiede. Ridiscesi una via e mi ritrovai sul mare. Respirai l’aria salmastra. Non c’era caldo a quell’ora.
Feci lo stesso il pomeriggio dopo. Quando fui stanca, presi a tornare verso casa. Di tanto in tanto mi voltavo. Non mi giravo soltanto per guardare l’orizzonte. Quando correvo mi giravo e stavo attenta a che nessuno mi venisse alle spalle, pronto a colpire.
Da piccola non giocavo a fare l’infermiera sexy per il suo dottore innamorato. Giocavo a salvare vite, le vite dei miei amici. Loro urlavano e io correvo da loro. Loro chiedevano aiuto e io volavo a tirarli su da un burrone. Li salvavo dalla lava, li proteggevo e mi battevo per loro contro mostri informi. Poi inseguivo il nemico. Ma quando ero io in difficoltà, ero sola. L’unico modo per sconfiggere i cattivi era continuare ad essere coraggiosa, continuare a parlare, stringendo i denti.
Riuscivo a non essere sconfitta da quei nemici, che alla fine inseguivo e perdonavo. Quei cattivi di cui subivo il fascino.
Certo ero io che inventavo le catastrofi, gli scontri, i pericoli. Però ero lì a salvare gli altri e malamente anche me stessa. Era come se già allora sapessi che prima o dopo il male colpisce ed io mi stavo abituando piano piano ad esso.

Tutti dicono bugie. A volte si dicono, si mente. Da piccola le dicevo per non andare a scuola. Avevo “mal di pancia”. Ma non era brutto perché sapevo che mia madre capiva che volevo stare a casa, avevo bisogno di riposo e gioco. Mi sorrideva. Se davvero avesse creduto che mi sentissi male si sarebbe preoccupata. Ma i suoi occhi, la sua espressione mi dicevano che quelle piccole bugie non erano cattive perché lei sapeva cos'erano. Sapevo che non avrei potuto ferirla, perché lei sapeva.
Non c’era nulla da temere da quelle bugie. Esistono le bugie buone, quelle a fin di bene e quelle che non possono fare male. Non tutte  vengono dette con l’intento di ingannare.
E poi, francamente, avrei giocato sino alla nausea per tutta la mattina. Mia nonna avrebbe cucito i vestiti ai giocattoli e mio nonno, quando fossi stata stanca o annoiata, mi avrebbe raccontato di Orlando e Rinaldo. Prendevo i pupi siciliani, ci mettevamo sul divano e lui raccontava. Stavo molto attenta ad ascoltare e a giocare con i pupi. Perlopiù li guardavo. Con tutte quelle armature e rifiniture spigolose, taglienti, era facile farsi male. Non so chi ce ne avesse regalati due come souvenir.
Bisogna rimanere piccoli il più a lungo possibile: nonostante le conseguenze negative che ne possono derivare, quelle positive saranno sempre maggiori. Una volta la maestra aveva dato come compito per casa di scrivere quale fosse il nostro sogno. La mattina dopo molti miei compagni avevano scritto “volare”. Io avevo un sogno diverso: diventare regina per aiutare i poveri. Un po’ problematica come cosa. Oggi preferirei volare anch’io, piuttosto che divenire Capo del Governo, ma già allora sapevo che bisognava avere dei poteri, dei talenti, per aiutare gli altri.
Sarebbe bello se potessimo mantenere la maturità che si possiede da bambini. Ma non sempre ci si riesce. Dei due eroi del ciclo bretone, ora colgo un aspetto in particolare. Rinaldo contendeva Angelica a Orlando, suo cugino.

«Lei ti ama disperatamente. Ma non lo ammette. Vaga da una storia all’altra come se il ricordo possa liberarla da quello passato» disse Federica Metrello al mio ex.
«Ma che stai dicendo? Sei scema?» intervenni io all’improvviso dentro la conversazione.
Mi svegliai di soprassalto, pensando a quanto cretina fosse la mia amica, nonostante si trattasse solo di un sogno.

Pensare a certe cose fa davvero paura, eppure bisogna convivere con alcune di esse e combattere sempre fino alla fine. Me ne stavo sul balcone di casa, convinta più che mai che le sere d’estate fossero state inventate per suonare la chitarra, scrivere nuovi racconti o per rivivere certe paure, proprio lì dove mi trovavo. Così in tutto quel miscuglio di cose prendevo la moleskine e scrivevo.
Ti amo. Ed è sempre troppo tardi. O forse è altro che cerco ed è troppo presto per capirlo. È solo paura. Non è niente. Sarà sempre così.
Certe volte questa paura sembra tutto. E io non riesco a muovermi. E se fosse la fine, dovrei saperla affrontare. Prima o poi bisogna affrontarla. E c’è un motivo se mi rifuggo nei libri o nelle immagini che scorrono in tv. Quei telefilm che riescono a illuderti nuovamente quando ormai tutto ti ha disilluso.
E adesso che ti ho trovato e ti ho accanto, ti amerò e farò di tutto per lasciarmi amare. Non posso prometterti che non fuggirò, lo faccio sempre, ma ti assicuro che tornerò da te, se ciò che provo è amore.
Ora ditemi voi, se ciò non denota un problema…
L’amore fa male! Anche perché scrivere periodi così paurosamente sdolcinati, è davvero improponibile. Non sono una stilnovista eppure mi ci sento in pieno se rileggo certe cose! Se si ha voglia di dolcezza, ci si mangia un gelato o del cioccolato, non bisogna scrivere cose smielate! È vergogna pure riportarle!

Ci sono due ragazzi per i quali sono sempre riuscita ad abbandonare un amore. Sono due e li amo, li ammiro allo stesso modo. Li emulo da quando sono nata. Loro così forti, io così debole. E davvero non capisco il perché di questa strana suddivisione di “talenti”. Avete mai ascoltato la parabola narrata nel Vangelo secondo Matteo 25, 14-30, quella dell'uomo che lascia i suoi beni, i talenti, ai servi? Cercatela. Io sono una di quelle persone che ne ha ricevuto solo uno, di talento. Ma vi assicuro che non l’ho nascosto né conservato.
Ad ogni modo, l’amore per gli altri uomini mi spaventa. Temo il futuro.
«Avevo quasi dimenticato di essere ipocondriaca. Il mio essere responsabile lo devo all’ipocondria. Il mio essere irresponsabile lo devo all’amore. Vorrei riavere i miei undici anni. Riaffrontare le paure che avevo a dodici. Otto anni fa non avrei creduto di arrivare fino a qui. Adesso non voglio chiedermi cosa accadrà. Pensare al dopo mi mette paura e mi fa fuggire. Quante cose successe, quanti amici ho conosciuto, quanti ne ho abbandonati, ne ho dovuto abbandonare. È incredibile. Otto anni dai miei spaventati dodici» mi disse la mia amica Filli «L’amore per gli uomini, certo, può spaventare, ma non posso più permettermi di temere il futuro»
Le avevo chiesto se temeva l’amore.
Tutti dovrebbero essere un po’ ipocondriaci.
Volevo essere responsabile, volevo diventare una donna affermata, non solo sognatrice. Volevo laurearmi in economia, diventare giornalista pubblicista. Pubblicare qualche libro. Aiutare le persone che avevano bisogno di me.
«E pensare che un tempo, a causa della mia ipocondria, la parola “Tomorrow” mi faceva impressione. Adesso non penso ad altro che al domani. No, non si può avere paura del tempo» concluse Filli.

Cominciai a perdere la maturità a partire dai miei diciotto anni. Prima lo ero stata parecchio. Una volta qualcuno mi disse che ero piccola per quel ragazzo che sarebbe diventato il mio Amore Storico. Ma non era così.
Non ero piccola, ero responsabile, ero innamorata e non avevo paura, non sarei fuggita e adesso scrivo così perché ho una canzone romantica che mi guida e per nient’altro. Quante vite si vivono durante questa esistenza?

mercoledì 23 novembre 2011

La Lingua in 150 anni d’Italia

Esercito. Emigranti. Donne. Fu attraverso l’arruolamento, il viaggio ed il focolare domestico che il popolo prese coscienza del bisogno impellente, primario, di imparare la lingua italiana, lingua dall’armonica forma e dalla sublime malleabilità fonica.
La lingua d’Italia vide sorgere la propria vita nel Trecento dalle ceneri dei dialetti che ammantavano tutta la penisola. Alla base del movimento politico che condusse nel 1861 all’Unità, c’era una lingua che vantava prestigio culturale e artistico in diverse nazioni al di là dei confini e al di sopra degli idiomi francese, tedesco e inglese, oggi, ahimè, più forti e diffusi. Basti pensare come nel Cinquecento l’Italia fu genitrice, culla e prima sede dell’Opera Lirica, del genere melodrammatico, per capire di quanta onorificenza fosse stata insignita la lingua e così anche di quanta ammirazione e rispettabilità potesse risentirne il Paese intero anche attraverso i secoli: l’Italia regna tutt’oggi nel mondo, sprigiona enorme fascino nell’ambito del teatro d’opera; resta agli italiani il compito di renderne merito e di farne perdurare il valore.

L’11 ottobre c.a., presso la Biblioteca delle Oblate a Firenze, è stata inaugurata la mostra “Una di lingua. La lingua italiana negli anni dell’Italia unita. Esposizione questa promossa dall’Accademia della Crusca congiuntamente alla Società Dante Alighieri e all’Asli (Associazione per la Storia della Lingua Italiana) che permarrà sino al 30 novembre. Scopo ultimo è quello di imprimere, diffondere e fissare nel pubblico l’importanza del ruolo della lingua quale fondamenta e fonte di unità nazionale.



Motivati da interesse e guidati dal Docente di Storia della lingua italiana Michele Colombo, giorno 17 c.m. circa ottanta studenti di Lettere Moderne dell’Università Cattolica di Milano e di Brescia hanno visionato i pannelli presenti nella Biblioteca delle Oblate. Questa in principio era un convento facente parte di una struttura fiorentina più complessa, l’ospedale più antico della città. Le oblate, da cui deriva il nome della stessa costruzione, accudivano, infatti, le donne dell’ospedale, fondato dal padre della dantesca Beatrice.
Deliziati dalle informazioni acquisite, dalla scoperta di dizionari dall’unicità indiscussa quale ad esempio il Tommaseo-Bellini, oggi sostituito dal Grande Dizionario della Lingua Italiana Utet, anche piacevole curiosità è stata riscontrata per tre libri sui quali i curatori della mostra hanno voluto focalizzare l’attenzione. Cuore di De Amicis, Le avventure di Pinocchio di Carlo Collodi e Scienza in cucina e l’arte del mangiare bene di Pellegrino Artusi sono opere che hanno segnato profondamente l’immaginario collettivo e l’uso morfo-sintattico del pubblico lettore, trasmettendo non di rado formulazioni dialettali e modi di dire tipicamente toscane anche nel resto d’Italia.

In occasione della Gita fiorentina, gli studenti di Lettere hanno avuto altresì il grato onore di visitare l’Accademia della Crusca, istituzione dall’antichissima tradizione, fondata nel 1583 e che annovera tra i suoi membri grandi nomi della linguistica e della letteratura italiana.
Il percorso riservato agli universitari ha ben messo in risalto il pregio e la storica funzione dell’Accademia, vero centro di ricerca colta e dimora di edizioni e testi pregnanti di suggestione e fascino culturale. Emozionante è la presenza di due lettere, scritte rispettivamente da Alessandro Manzoni e Giacomo Leopardi, in ringraziamento all’istituzione fiorentina, la quale li aveva nobilitati ad accademici. 


"Leggere, Comporre, Festeggiare/,  Fare spettacoli"

Lettera firmata da Giacomo Leopardi

Lettera firmata da Alessandro Manzoni
Promuovere la lingua italiana è segno di critico e cosciente esponenzialismo nazionale. Istruiamoci con una patriottica lente di consapevolezza storico-letteraria e, una volta inorgoglitoci, sarà più naturale a chiunque cliccare off sui reality televisivi.  

domenica 13 novembre 2011

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (Nona Puntata)


Le coppie litigano. Si tengono per mano e si lasciano. La gente sa verso cosa va incontro. Arriva il momento in cui ci si rende conto che litigare è inevitabile.
Il punto è che noi donne, se siamo single, siamo depresse, se siamo fidanzate, abbiamo la pressione alta. Se si è pronte ad affrontare una rabbia quotidiana, allora si è delle prescelte capaci di arrivare all’altare del matrimonio. Ma litigare è una cosa che dà fastidio e non tutte sopportiamo.
«State attenti a non farvi troppo male» avevo scritto ad una mia amica che era in una situazione difficilissima.
Il mondo è pieno di persone che si abbandonano. Anche solo per attimi. Ma chi li regge i distacchi? Due fidanzati si lasciano, devono riflettere e decidere sul da farsi. Ci si lascia per riflettere perché anche l’Amore più grande ha i suoi dubbi. Sebbene possa suonare egoista, la confusione rimane in noi in base al bisogno che si sente dell’altro.
L’Amore può essere eterno. Tuttavia mentre l’Eternità dura quanto la vita di tutti gli uomini messi insieme -passati, presenti e futuri-, l’Amore non fa sempre lo stesso. Neppure il più grande poeta d’amore ha mai reso eterno il suo sentimento o la sua musa. Immortali si, eterni no.

Indossato bikini e copricostume, preparata borsa e occhiali da sole, stavo ormai cercando le infradito nell’armadio. La giornata in piscina prima che si aprisse la stagione balneare era con Federica Metrello una tradizione da quattro anni. Finalmente pronta, misi in moto la macchina. Ero uscita da casa quando ricordai di aver dimenticato la crema abbronzante. Eravamo male persuase, volevamo arrostirci sotto al sole. Giunta da lei, venni rincuorata. Aveva provveduto a comprare un olio mentre io stavo a Palermo. Così dopo un caffè e mezza brioche al cioccolato, eravamo davvero due porche contente: belle, con lo zucchero che scorreva dentro di noi e tanti, tantissimi nuovi pettegolezzi da scambiarci. Chi ha bisogno di uno psicologo quando si hanno amici pettegoli?
Una giornata rilassante. Era quello che ci voleva. La copia del “Sole 24 ore” che mi ero portata, presto si era impasticciata di olio e crema. Mi sistemai il cappello di paglia. Non copriva i miei lunghi capelli.
Dopo un tuffo in mezzo ad un gruppo di bambini, mangiammo un panino, ci scolammo due birre e il rituale era finito anche per quell’anno.

Non so come si faccia a raccontare lo stato d’animo che avevo, senza essere smielata, senza risultare antipatica alla lettura. Quindi io scrivo, se vi do noia andate avanti.
Ogni giorno prendevo a lavorare su di me. In Sicilia si mangia tanto, soprattutto per le festività. E l’estate rappresenta una grande festività prolungata a due mesi, quasi tre. Arrivano parenti, amici, chi prima chi dopo e dunque è un continuo preparare prelibatezze e acquistare dolci e specialità locali. Noi siciliani, tra le altre cose, cresciamo con uno stomaco geneticamente modificato ed un senso dell’appetito/ della fame notoriamente sviluppato, direi abnorme. Nonostante quanto detto, in estate io lavoravo su me stessa. E quindi limitavo le cene (risultando al confine della maleducazione e dell’insensibilità), e attendevo l’ora giusta per andare a correre. Poche settimane prima avevo cominciato a guardare due serie televisive. Del tutto inconscia del benessere che mi avrebbero dato, non sapevo che esistesse la cinematerapia.

Freddezza e forza, impeto senza trasporto. Voglia di combattere per gli altri più che per se stessi. Era questo che mi piaceva fare.
L’impeto è il voler tendere verso qualcosa in maniera forte, violenta. Immaginate di non scaricare in nessun modo questa forza, quest’energia, perché finirebbe per esaurirsi e voi non vorreste che accada. Ecco, questo è l’impeto senza trasporto. È un download interiore che non termina, uno strano calore che sentite premere sullo stomaco. Non è fame  e  non sono neppure le più dannose farfalle.
Il risultato è la formulazione di pensieri altamente introspettivi. Immancabili le frasi su Facebook aumentavano.
Io amo, ma che cosa amo e chi amo non lo so. @Federica Metrello, so che ti piace il mio saper dare una spiegazione a tutto, ma a questo non so dare una spiegazione. Ancora non ci riesco, non capisco dove sia il problema e mi dispero.
È da un giorno che ci penso. No, non l’ho mai detto. Non l’ho mai detto forse perché sono andata via troppo presto, forse perché a chi avrei voluto gridarlo non l’ho urlato, forse perché ho confuso l’amore con l’amicizia, forse perché non lo dirò mai. E forse non lo dirò mai. A chi potrei mai dire “ti amo”?
Avevo taggato Federica e lei mi aveva chiamata.
«Cristinuccia, vieni e ti offro un caffè?»
«Sappiamo risolvere sempre i nostri problemi» dissi.
«Con un caffè?»
«No, rinviando ogni cosa. Ogni volta»

Se non ci fossero pregiudizi, ci sarebbe meno sensualità.
Quanto avevano detto di me era solo il pretesto per dare inizio a quello che non avevo saputo scegliere mesi prima.
Passata per la peggiore, mi costringevano a riflettere, a pensare e a guardarmi allo specchio. Alla fine giunsi ad una conclusione non male. La vita comincia sempre con un grande malessere, una promessa ed una bugia. 

Luglio si avvicinava. Studiavo diritto commerciale con una mia compagna di liceo. Lei faceva giurisprudenza. Dovendo preparare la stessa materia, avevamo deciso di studiare insieme. Avevamo preso a vederci ogni giorno per almeno due ore la mattina e due il pomeriggio. A volte anche la sera. Una di queste, ad esempio, la passammo da lei. Fu davvero intenso e produttivo. Un’altra, invece, eravamo rimaste da me. Dopo aver cenato, eravamo scese in giardino. Tavolo, sedie e le sue sigarette. L’aria era magnifica. Gli aranci e i fiori di casa si mescolavano al profumo del mare e della notte. In preda alla mia usuale enfasi tragica e all’impetuosità narrativa raccontai la storia. Bice mi ascoltava e poi, come ogni buona amica, mi aiutò. Cominciò semplicemente a parlare di altre cose. Si era fidanzata da poco. Era serena e riusciva a trasmettermi la tranquillità dell’amore. Poi parlammo di uno degli argomenti preferiti e più divertenti. Uomini, baci. Sesso.
«“La prima volta chiuderai gli occhi e stringerai i denti, non è come nei film, non una danza” le dissi» con la sigaretta tra le dita, Bice mi raccontò che aveva incontrato di recente una nostra amica comune, ancora vergine.
«Bice, quest'affermazione è magnifica» esclamai, mi sorrise.
«È lei che vuole aspettare»
«La capisco bene» convenni.
Dopo un attimo di silenzio aggiunsi «E lei cosa ti ha risposto?»
«Non c’è un modo d’effetto, carino per dirlo. È vergine. Ed è arramata di sesso senza sapere cosa significhi farlo. Vuole del sesso animalesco»
Io e Bice ci guardammo ammiccanti. Chi non lo voleva, era chi non voleva dirlo.

mercoledì 9 novembre 2011

Paul Cèzanne in mostra

Dal 20 ottobre al 26 febbraio quaranta opere dell’artista francese
al Palazzo Reale di Milano


Colori che creano le forme. Questo colpisce del Maestro Cèzanne e su questo ci istruisce con le parole Quand la couleur est à sa rìchesse, la forme est à sa plénitude (“Quando il colore è al pieno della sua ricchezza, la forma è al suo culmine”).
Dimensioni non eccessive, contorni non definiti, tonalità vive, talvolta opache. Le tele appaiono come appena concluse. È l’artista che crea sapientemente un gioco fresco, che lo renderà modello di imitazione per molti pittori che seguiranno nelle pagine della letteratura dell'arte. Picasso e le avanguardie del Novecento ne emuleranno tecniche e ideali.
Natura morta, ritratti e paesaggi sono i soggetti frequentissimi della mostra di Milano. Colta d’esempio l’opera “Zuccheriera, pere e tazza blu”, che per prima trae partecipazione dal pubblico per la modulazione della pittura (accostamenti di pennellate che originano la tridimensionalità degli oggetti), si nota come la luce sprigionata dalla rappresentazione in primo piano sia maggiore ed in risalto rispetto allo sfondo scuro, quasi totalmente nero, che non riesce a far violenza con duro contrasto alla vivacità detta. Luce, colore e tecnica attirano il critico. Questo quadro del 1865, sebbene modesta sia la sua grandezza, accoglie lo sguardo con  tinte calde e vive. Nulla di negativo da poter dire.
Similmente si può affermare di un'altra opera raffigurante natura morta, la “Brocca di grès”. Stile diverso, ma di egual piacevolezza risulta l’impatto con la realtà dissimulata. Cezanne non vuole, infatti, copiare ciò che vede, desidera seguire lo spirito e le sensazioni. Sue sono le parole Tout se réasume en ceci: avoir des sensations et lire la nature (“Tutto si riassume in questo: avere delle sensazioni e leggere la natura”).
Nel dipinto “Bagnanti davanti alla montagna Sainte-Victoire”(1870) l’autore sembra utilizzare la medesima tecnica dell’opera per prima descritta: l’ambientazione, lo sfondo scuri si antepongono al chiarore delle pennellate che formano le donne. Anche qui i contorni sono indefiniti, non modellati.
Vicine tra loro, diverse dalle precedenti, e, ancora, prodotto di una mutazione stilistica, sono il “Viadotto a L’estaque”, la “Veduta dal Jas Be Bauffon” e le numerose copie delle versioni disparate della Sainte-Victoire. In esse ritroviamo il Cèzanne conosciuto a scuola. Verde e ocra predominano, ricordando il paesaggio francese in cui visse il Nostro. Alcuni vi vedranno somiglianze con le campagne siciliane nelle afose giornate d’estate.
Ma per apprezzare le opere, bisogna incontrare e conoscere l’artista. La biografia classica di un uomo immerso in una società e in un ambiente pragmatici, regolati dal rigore delle strutture civili e sociali. Cèzanne soleva osservare la natura e ritrarre paesaggi. Nelle lunghe passeggiate trovava le sue ispirazioni. Si ricordano ora le “Le quattro stagioni” 1860-61, dipinti murali realizzati per la casa dove l’autore trascorse la sua giovinezza, opere che aveva completato per dimostrare le doti al padre che lo voleva laureato in legge.
Lasciati incompleti gli studi di giurisprudenza, intraprese gli studi accademici di pittura. Non apprezzato dai contemporanei, fu tuttavia Maestro per molti altri grandi artisti.
Il bisogno dell’autore di dipingere fu sempre forte, tanto che in vita volle dire “Ho giurato a me stesso di morire dipingendo”.
Ma lui era destinato all’immortalità.