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domenica 16 dicembre 2012

"Il bianco della Signora Cognome" al Mag Cafè di Milano



di Nicolò Vallone


Il contrasto tra l’abile scrittrice e la ragazza emozionata a dover mostrare e spiegare la propria opera davanti a un pubblico, seppur di pochi intimi: questa la sensazione emersa durante la presentazione de “Il bianco della Signora Cognome”, tenutasi la mattina di domenica 16 dicembre presso il caffè Mag, sul Naviglio Grande. Giuseppina Biondo, 22enne studentessa di Lettere Moderne presso la Cattolica di Milano nonché scrittrice di racconti, appariva in preda a giovanile ed entusiastica agitazione nel parlare ai suoi amici e conoscenti milanesi della sua prima opera, composta due anni or sono quando ancora viveva nell’amata Sicilia.
Proprio il contrasto interno è un tema fondante del libro, il cui nucleo è costituito da un percorso interiore che vede come protagoniste la narratrice interna (il cui nome e cognome conosceremo soltanto nell’ultima riga) e la misteriosa signora Francesca Cognome, presentataci fin dalla prima delle 55 pagine di cui si compone il racconto. Se nella prima parte del racconto la signora Cognome è una sorta di sogno proibito della nostra narratrice, un’aspirante giornalista che ne vorrebbe conoscere la storia per raccontarla, nella seconda parte le si svela a poco a poco, attraverso una serie di quattro incontri nei quali la signora Cognome fa da mentore all’insicura ragazza. Le vicissitudini quotidiane della giovane, specialmente la sua vita sentimentale, da semplice svolgimento della storia si configurano come fonte della visione della vita da parte della ragazza, paradigma di una mente brillante ma ancora acerba. Attraverso l’esposizione dei propri cinque dipinti, la misteriosa signora affronta cinque tematiche basilari per l’essere umano: Fantasia, Ambizione, Amore, Fede e Immortalità. Il rapporto che s’instaura tra la signora Cognome e la ragazza non è un pedantesco maestro-allievo, bensì uno scambio d’idee quasi socratico (se non fosse che le due donne non passeggiano, ma sono ben ferme nella casa della Cognome): in uno stimolante rapporto dialettico, l’osservazione delle tele segna il momento in cui la giovane protagonista mette a nudo le proprie convinzioni e le rivede, le cambia, le consolida. Non potrebbe essere altrimenti, del resto: l’attempata signora Cognome e la giornalista in erba sono emanazione diretta dell’Io della Biondo; nella mente dell’autrice, i suoi dubbi di ventenne trovarono sfogo sia nelle opinioni della narratrice che nelle più solide, ma mai proposte presuntuosamente come Verità, convinzioni della signora Cognome. Il racconto si conclude con la lettura di una breve storia, praticamente un metaracconto, di esotica ambientazione e universale tematica: una vera e propria chicca posta in appendice al breve ma intenso viaggio filosofico della giovane. La parola Fine tuttavia non è mai realmente posta: la conclusione della vicenda scritta lascia ancora spalancata la porta della riflessione e dell’introspezione
La lettura fruisce piacevole: qualche perdonabile pecca di gioventù a livello di “sicilianismi” non guasta lo stile apprezzabile della Biondo. Un po’ arditamente forse, l’autrice si lancia in qualche stacco stilistico: se all’inizio troviamo l’elegante termine “meretrice” per indicare la prostituta, più tardi apprendiamo che l’uomo che sta portando violenza contro la signora Cognome “puzzava di piscio”… ma se vi dicessimo che nella sua ultima fatica letteraria la “maga” J.K. Rowling ha fatto altrettanto?



(le foto della "Colazione Letteraria")

 


venerdì 14 dicembre 2012

Colazione Letteraria al Mag Cafè di Milano

 di Nicolò Vallone


Diffondere la propria opera al nord senza dimenticare le proprie radici: questa l'intenzione della giovane Giuseppina Biondo. Scrittrice per vocazione, studentessa per ambizione, siciliana con passione: per la propria terra e per lo scrivere. Da Mazara del Vallo, località marinara in provincia di Trapani dove è nata 22 anni or sono, Giuseppina ha portato nella solo-in-apparenza grigia Milano tutta la fantasia e la vocazione artistica della splendida Trinacria: "Il bianco della Signora Cognome" è il primo dei tre libri pubblicati dalla Biondo, edito da Edizioni Pipitone. Trattasi di un racconto breve, in cui una Giuseppina ancora matricola di Economia presso l'Università di Palermo mise tutta la propria personalità, muovendo i primi passi nell'affascinante mondo della produzione libraria. Dal 2010 la vita della giovane scrittrice è cambiata: ha cambiato casa editrice, città e corso di studi. Trasferitasi nel capoluogo lombardo, si è iscritta all'Università Cattolica del Sacro Cuore, dove studia Lettere Moderne; non prima di aver pubblicato altre due opere: "I racconti di febbraio" e "Amediade e Decaloclo", entrambi editi da Libridine. Destino vuole che Giuseppina abbia preso casa nel quartiere dei Navigli, vicino alla stazione di Porta Genova e alla Darsena, una sorta di piccola Mont-Martre milanese (vi abitava la poetessa Alda Merini e vi risiede il musicista Giovanni Allevi). Proprio qui, per la precisione nel caratteristico locale MAG, domenica 16 dicembre alle 10:30 la scrittrice presenterà per la prima volta al pubblico di Milano l'opera che ha segnato il suo esordio da scrittrice. "Il bianco della Signora Cognome" sarà spiegato dall'autrice con tutta la sua passione e semplicità, col suo consueto smagliante sorriso e l'incantevole occhio cristallino che vi faranno affezionare subito a questa giovane vulcanica mente siciliana. Vale infine la pena di ricordare il non banale aspetto della destinazione di parte del ricavato delle vendite milanesi del libro presentato domenica: "Il bianco della Signora Cognome" contribuirà ad istituire una borsa di studio per le scuole medie di Mazara. Dove non possono (o non vogliono) i governi, possono (e vogliono) le persone innamorate della propria terra.

martedì 13 novembre 2012

Aprirò a caso i miei appunti, i miei taccuini e riporterò qui alcuni aforismi, certe frasi. Ma se non li leggerete con gli occhi giusti, sono certa che non troverete nulla di interessante.


<<Lu vitti masculu!>>

Se scriviamo fiabe, qualche volta, lo facciamo per privacy.

Un giudice dovrebbe sempre informarsi sul segno zodiacale dei propri imputati.

Quando realizzai di non credere più, mi sembrò di aver perso tutto.

Non ero io che cercavo il perché di ogni cosa. Semplicemente c'era un perché per ogni cosa.

Essere volubile era la mia risorsa.

La migliore vendetta è la presa di coscienza.

In amore vale il "lascio e raddoppio".

E allora capii che lo sguardo folle era lo stesso del dolore o dell'effetto del flash.

Ciò che è chiaro, non sempre è evidente.

Certe volte temevo di scambiare la mia città per un circuito.

Un uomo così bello non doveva fare lo steward, doveva soltanto essere delle donne.

Che cos'è questa smania? E' la musica? E' la sconfitta? E' l'amore?

Mi dispiace davvero per tutto ciò che non riesco a rispettare. Promesse, condizioni. Amori.

Adoravo ciò che riuscivo a mantenere. Promesse. Amici. Amori.

E' così che si torna indietro nel tempo allora. Bastava una corsa e uno pseudo-amante.

Quale donna non conosceva disperazione?

Qualche volta convincersi di se stessi diventa un talento.

Quando il mio sogno sarà il matrimonio, sceglierò l'attore più bello.

I cani sarebbero stati ottimi scrittori se avessero potuto: erano osservatori, solitari e fedeli.

Correre è scappare? 

I sogni che possiedo sono più grandi di me, li ho nutriti per 20 anni.

Il momento più bello è durante gli esami di economia: comincio a scrivere.

Sono cresciuta spartanamentecon due fratelli, in mezzo a tanti amici maschi, giocando a calcio, alla playstation. Cosa che alle ateniesi non era permesso. Poi sono diventata un pò ateniese. Io le ateniesi le immagino un pò come quelle giovani ragazze, sagge che tuttavia non vengono prese in considerazione dalla società, loro vivevano al chiuso delle mura domestiche senza avere voce in capitolo. Tante volte mi sono sentita come una pacera, una mediatrice ma senza successo. Bene se avessi studiato prima Storia Greca con la Bearzot avrei fatto Amediade molto più spartana di quanto non sia. Lei è un pò spartana e un pò ateniese.

Così essere scrittori implica il patire sofferenze standard. Si comincia con l’avere amori impossibili, quelli ideali che nascono prima dei venti anni e che ci si porta per tutta la vita. Si finisce con il cadere in triangoli sgraziati e tempeste emotive tipiche della menopausa.
L’uomo si illude di essere unico, diverso. In realtà siamo tutti uguali, tutti uguali eccetto di fronte la legge. Tutti uguali nelle emozioni. Le storie si ripetono. È per questo che gli scrittori patiscono tragedie comunissime. Il tessitore fa si che gli autori si ritrovino in determinate circostanze. Ed è da questo, scrivendo di cose che tutti proviamo alla stessa maniera, che è derivato il mio successo. Ma adesso ho ventiquattro anni, allora non avevo ancora nessuna ricompensa dal dolore. Il dolore viene ringraziato sempre dopo, dagli artisti.

Le parole possono dire molte cose, ma i fatti, i fatti urlano. Urlano così tanto da stordire.

Il mondo è pieno di persone che si abbandonano. Anche solo per attimi. Ma chi li regge i distacchi? Due fidanzati si lasciano, devono riflettere e decidere sul da farsi. Ci si lascia per riflettere perché anche l’Amore più grande ha i suoi dubbi. Sebbene possa suonare egoista, la confusione rimane in noi in base al bisogno che si sente dell’altro.

Non importa se si viene sconfitti, feriti, durante la lotta. L’importante è lottare sino alla fine. Io per quel giorno avevo lottato, tornata a casa avevo solo bisogno di un po’ di riposo. L’indomani sarebbe andato meglio. Tutto va meglio dopo uno scontro.

Nella vita le giuste alleanze contano moltissimo. Ne va delle nostre personalità che mutano e migliorano e peggiorano a seconda. Che cosa magnifica sarebbe creare un'unica, enorme, ermetica alleanza. Ci priviamo dell'evoluzione stando in guerra.

Quando finisce qualcosa, tutti sappiamo il perché; quanto meno sappiamo cos’è successo. Potremmo insomma ricostruire la verità dei fatti, se solo lo si volesse. Ma non tutti lo fanno, non tutti lo preferiscono. È così che ci ritroviamo in situazioni orrende.

Quando sono nata c’era così tanta gente nella stanza che mi mancò il respiro, cominciai a respirare affannosamente, così mi disse mia nonna che mi aveva osservata prima che gli infermieri mi portassero in un’altra stanza. A distanza di ventiquattro anni posso constatare che tutt’oggi troppa gente non mi lascia respirare. La differenza è che oggi sono io ad uscire e ad andare via, forse lo faccio troppo velocemente ma vado via a cercare l’aria per sopravvivere, devo farlo.

«Il cioccolato riassume noi donne. Dolcezza, bontà ed estrema perversione» dissi.

Ero un’economista e piuttosto che studiare l’indice azionario FTSE MIB, provavo a risolvere le deformi ragioni che portavano gli uomini a troncare i rapporti.

Da qualche minuto ero sull’autobus da Palermo verso la mia città. Dal vetro guardavo i palazzi del centro. I manichini dei negozi erano le statue di oggi. Era arte deviatrice. Certe vetrine si ammirano, quasi fossero quadri di Gauguin.



Triangoli. Ve l’ho detto la scorsa volta: i numeri sono importanti. In amicizia, ad esempio, credo che il numero perfetto sia quattro. Quattro amiche è Il Numero. Potrei farvi tantissimi esempi di quartetti indimenticabili presenti in film, libri o nella mia vita.
In amore è diverso. Il numero è tre. A chi non  capita almeno una volta di dover scegliere tra due persone? L’amore bisogna sceglierlo. È così che si deve fare i conti con l’aut aut più difficile per una donna confusa.

sabato 13 ottobre 2012

Capitolo I di 90 e mezzo


Una delle prime cose che fece Lavinia Pree quando giunse a Milano fu comprare la sua settima moleskine.
Conoscere gente è una di quelle cose che vale la pena fare. Ventidue anni e mezzo fa erano nate tutte loro, nel 90 e mezzo del novecento nascevano e soltanto ventun anni dopo si incontrarono.
C’era la senese, c’erano le siciliane, la puteolana, la pugliese, la sarda, la nordica, che poi divennero due. C’erano poi delle comprimarie, ma tutte erano dell’anno 1990 e mezzo.
E prima ancora di essere raccontato già c’era chi aveva intuito cosa fosse o cosa volesse dire “90 e mezzo”. Lo sapeva E.D. quando, il primo dicembre dell’anno milanese, Lavinia Pree lo aveva incontrato in centro nella propria città. Lo sapevano. La gente sapeva che “90 e mezzo” era un titolo.
Lavinia Pree giunse a Milano il primo di ottobre. Fu una giornata pienissima, si era svegliata alle quattro di mattina e in autobus aveva raggiunto l’aeroporto di Birgi, volo per Orio al Serio. Arrivata a Milano alle dieci circa, prese l’autobus, la metro e finalmente si recò in convitto. Ricordava bene quando era uscita a Moscova dalle sottovie metropolitane, ricercando il numero centoventitre del corso. Davvero una splendida zona Moscova. Conobbe le prime suore, amabili e sospettose. Le fu data la camera e, lasciate le valigie in stanza, si rinfrescò in bagno per poi uscire con un’amica, che già da anni studiava nella nuova città. Roberta aveva una bella casa, abitava in un quartiere molto comodo. Fecero la spesa all’esselunga e poi pranzarono. Pasta con il pesto e vino bianco, tanto vino bianco per l’arrivo di Lavinia. Pasta e vino. Pasta, vino e caffè. Lavinia mischiò questo triangolo enogastronomico per più di tre volte in meno di tre minuti. Parlò allora di quando si ubriacò la prima e unica volta e di come amasse sempre le stesse persone. “Tanto vino bianco” era la formula della verità.
Dopo pranzo andarono in convitto, Lavinia lasciò le cose che aveva comprato al supermercato ed ebbe pieno timore che la suora all’entrata avesse avvertito il profumo dei suoi festeggiamenti. Ma non era sua abitudine bere molto, quando lo faceva si lasciava alla discrezione della Libertà, quella volta l’unica cosa alla quale si abbandonò fu una certa quantità di mortificazione.
Primo giorno a Milano, prima giornata di shopping con Roberta. Quelle erano fortune. Roberta era la fortuna del marketing del lusso e delle amiche dai capelli scompigliati, bisognose di attenzioni estetiche.
Pree tornò in convitto di sera, nella stanza centoquindici e si collegò al computer. I pacchi e le cartacce ricoprivano l’85% della superficie della camera, da ogni parte c’era un po’ di carta o dello scotch da dover togliere. Non aveva sistemato ancora le scatole che le erano state inviate da casa ed era certa che la situazione sarebbe rimasta la stessa sino all’indomani mattina.
«Speriamo che la coinquilina non arrivi adesso» disse ad un’amica in video chat «ancora sono da sola».
La mattina di giorno due, era domenica, pensò di andarsi a presentare alle ragazze del piano, ma non lo fece. Aveva un blog di opera lirica e spettacolo e vi pubblicava un libro a puntate. Da poche ore aveva ricevuto una notizia che l’aveva esaltata: avevano deciso di finanziarle la pubblicazione di un racconto. Si trovava a Milano, convinta di aver amato le persone giuste e di trovarsi nel luogo giusto. Il giorno prima aveva avuto un deja vu di fronte al portone del convitto in cui alloggiava. Credeva davvero di trovarsi nel luogo giusto.
Per il pranzo era invitata dai due cugini Lumerigo. Pensò di attendere un po’ prima di uscire, era così felice che sapeva che tutti se ne sarebbero accorti. Infatti uscita dal convitto, prima di arrivare alla fermata della metro, si lasciò bloccare da uno stand dell’UNICEF; fece la sua donazione, senza tenere conto che il giorno prima ne aveva fatta un’altra ad un venditore di libri ambulante. La generosità di quella ragazza si svestiva del buon senso quando era nel pieno della contentezza.
A Milano quando si è felici, ci sono pure le fermate metro a ricordartelo. Fermata Gioia. Lavinia Pree sorrise, scese qualche fermata dopo.
3 ottobre 2012. Lavinia si svegliò ed una volta pronta uscì in corridoio per andare a fare colazione. Fu allora che fece la sua prima conoscenza, una ragazza in accappatoio usciva dal bagno comune del piano.
Con un saluto cordiale si divisero. Si rincontrarono dieci minuti dopo, in sala colazione. Lavinia una volta scesa prese posto ad un tavolo, lasciò la borsa su di una sedia e andò a prendere un po’ di caffè e due fette biscottate alla zona self-service, rinunciò alla crema di cioccolato e nocciole da spalmare sul pane. Si andò a  sedere. Dalla porta vide entrare la ragazza di prima e venne raggiunta al tavolo. Si chiamava Michela, abitava vicino Milano e si trovava lì anche lei per studio. Stavano approfondendo il discorso sull’università, quando si sedette con loro un’altra ragazza, alta, mora, con un paio di occhiali da vista a goccia: Sandra, veniva da Siena.
Lavinia finì per prima e salutò le altre, cominciava le lezioni universitarie e voleva arrivare presto. Fuori dal portone si accorse che c’era fresco, era ottobre e un clima così, dalle sue parti, lo si aveva a novembre, dicembre.
L’università era immensa; le pietre rosse del prospetto, i chiostri, i corridoi, tutto giocava sulla suggestione e l’antichità. Frequentava il corso di laurea di Lettere Moderne all’Università Cattolica. Giunta nell’aula della prima lezione non trovò nessuno. Poi arrivarono due ragazze, tra uno sguardo ed un altro si presentarono. Più inaspettato fu l’arrivo della quarta ragazza. Si trattava di Sandra, la stessa del convitto e si sedettero insieme. La senese era più grande di un anno, faceva la specialistica in Lettere Classiche ed una materia le accomunava. Sebbene Sandra l’avesse solamente a partire dal secondo semestre, si trovava lì perché voleva informarsi sugli argomenti e i crediti. Più o meno era lì per questo.
Si rividero in convitto più tardi, a metà pomeriggio; erano nello stesso piano, Sandra una camera più avanti di Lavinia.
La giovane toscana si accese una sigaretta sulle scale d’emergenza e Lavinia le fece compagnia. Si stavano raccontando un po’ delle loro storie, quando arrivò un’altra ragazza, Daiana. Questa era un anno più piccola di Lavinia. Cominciò a spiegare un po’ come andavano le cose in convitto. Si trovava lì già da un anno, aveva moltissimi aneddoti riguardo al posto e studiava al Politecnico, anche lei era siciliana. Sandra e Daiana si erano conosciute da qualche giorno.
La mattina seguente Lavinia, dopo le prime ore di lezione, andò a prendersi un toast e un caffè americano da Arnold. Era da sola e sfruttava l’occasione per ammirare la città e ogni parte della zona di Sant’Ambrogio. Anche sedersi al tavolo di un locale era motivo di ammirazione. Ma dopo aver finito il caffè americano aveva da fare la pipì, non trovò un bagno e così si sedette su un muretto e aspettò che si facesse l’ora della lezione successiva.
Anche nei giorni seguenti andò a prendersi il caffè americano. Si sentiva piena, libera, grazie a quell’esperienza che durava da neppure una settimana. Nuove conoscenze, nuova città, nuove ambientazioni, una nuova vita, con un nuovo caffè. E stava andando proprio da Arnold quando una mattina inciampò e quasi cadde da una rampa di scale all’università. Pensò che fare brutte figure le serviva per ricordarle chi fosse. Il pomeriggio di giorno cinque aveva ricevuto una telefonata, volevano finanziare la pubblicazione di duemila copie del suo racconto. Cadere le serviva per tenere sotto controllo la convinzione crescente e altezzosa della sua carriera. Fallire era fondamentale per non diventare presuntuosi. Lei era una ragazza, una bambina che gattonava e ancora inciampava nel mondo delle grandi carriere. Ma amava le biografie letterarie. Cadere le serviva per ricordare di essere ancora piccola.
Una sera di quella prima settimana andò a trovare i cugini Lumerigo.
«Non c’era destino che rimanessi dove volevo» disse Lavinia.
«Oh, certo che c’è» le rispose sua cugina, mentre finivano l’insalata di mandorle e arance rosse.
«Non sono dove volevo essere qualche anno fa, due anni fa non volevo starmene qui, avevo scelto Palermo»
«Ma non sei forse dove vuoi essere oggi?» le sorrise Bianca.

mercoledì 26 settembre 2012

Le diatribe politiche sono a buon punto

I periodi più belli della Storia studiata nelle scuole sono quelli in cui chi sta al potere pone attorno a sé uomini di cultura, intellettuali e artisti. C'è un motivo se ci sono rimasti periodi, epoche ammirevoli e altre oscure o di reggimento dittatoriale. E c'è anche un motivo se alla crisi di oggi vedono rimedio solo alcune persone, le stesse che sanno come va la storia. Oggi le diatribe politiche interne sono a buon punto. Siamo davvero a buon punto per una svolta. Più semplicisticamente qualcuno deve pur arrivare.
Al di là delle cause scatenanti i singoli eventi e gli specifici mutamenti epocali, che fanno della diversità delle divise e degli abiti la diversità dei secoli (l'antica Roma la identifichiamo con la toga, l'Europa medioevale con le armature, la Germania del Novecento con le divise naziste ecc..), al di là di queste vi sono dei momenti, delle azioni umane universalmente riconoscibili e riscontrabili attraverso la psicologia, l'ambizione, il grado di ricchezza e moralità degli uomini alla guida delle nazioni, azioni umane che possono farci capire più di quanto vorremmo nello snodo della comprensione dell'attualità.
La lungimiranza visionaria di chi guarda al passato per capire il presente e produrre un futuro di progresso, non apparirebbe tanto singolare e straordinaria (tanto lungimirante e tanto visionaria) se tutti ci approcciassimo allo studio critico della disciplina della Storia.
Affascinante da questo punto di vista è la storia greca. Poche società riescono a riassumere, come fa questa, la psicologia del potere, del trasformismo politico. Basta la storia greca a mostrare come bisognerebbe avvicinarsi al buon governo di uno Stato. L'Italia, magnifica, straordinaria, eterogenea per ritmo, stile di vita e modo di guardare, dovrebbe osservare la strada alle proprie spalle. A quel punto potrebbe davvero eguagliare il passo con le altre Donne d'Europa. "Gli uomini costituiscono le città" diceva Tucidide. La Penisola è perfetta e dato che l'Italia è fatta di Italiani, sono gli Italiani che devono evolversi un attimino. 
C'è rimedio davvero alla nostra situazione ed è molto vicino. Sussiste un solo problema, che farà ancora una volta da segnale. Ad un certo punto, seppure perlopiù a distanza di tempo, dopo l'arrivo della giusta guida, la conclusione del periodo di splendore vede sempre come primo sintomo di malattia la fine degli intellettuali e degli artisti.
Quando vedremo intellettuali e artisti attorno al potere, rincuoriamoci; quando li vedremo fatti fuori, cominciamo ad allarmarci.
La storia ha dei segni da dover cogliere, sono gli stessi ad ogni epoca. E non è poco, sopratutto se vogliamo moderare una Nazione.

martedì 14 agosto 2012

The White of Ms Lastname




Traduzione a cura di Cristina Sansone e Luigi Tumbiolo


Chapter I


Tall. Gaunt. Dressed in black, the garb long almost to her toes.
            And that singular expression: her mouth that widened from check to check, long like she was constantly smiling.
            Her bare arms were small, slender; her fingers long and thin.  You could see her bones, visible through her garments, as she was emaciated.
            Glasses so dark that they hid her eyes, protecting them from the rays of the sun. In the end, her quick steps were always accompanied by that tiny, short-haired dog tied to his leash.
            Everyone in town has seen her at least once, they’ve watched her walking through the streets, but nobody ever seemed to really know her.
            In another time you would have thought that she was a dame hiding a mysterious secret, that she might have been a witch or a woman of the night.  But she was nothing of the sort. I knew that she had no relation to any of these things and I wanted to know who she actually was, to find the secret of her imitable life, of her unusual and hypnotic image.
            One year ago,  I was still not yet a journalist and I became interested in her, curious about her persona. I started to search for some information and not too long after I learned that she was an artist, a painter. She was known as Francesca Lastname. She was French.
            When I went to go speak to Ms. Maria, her neighbor, I asked her what kind of work she did, what did she do to pay the rent.
            “She paints” exclaimed the old lady who lived across the street in response to my questions.
            “The landlord doesn’t ask her for rent money, he wants her paintings. Once he confessed to me that one day they will be worth a lot. So she paints”
            “And what does she paint?” I asked, fascinated. They must have been rare pieces to allow her to not pay the rent.
            “ I haven’t had the pleasure of seeing one of her paintings” answered the old woman with a sad tone. She watched me intensely and I realized that she too has wished for a long time to know more about that mysterious woman. I exchanged the look. She was a good lady, she was a high school teacher in the city many years ago; now she is 80, small pink stains colored her face and at this point her hair was all white. I wished her goodbye, returning to my walk towards home.

mercoledì 16 maggio 2012

Intervista a Michele Colombo, Professore presso l’Università Cattolica di Milano


Docente di Storia della Lingua Italiana presso l’Università Cattolica di Milano e di Brescia, Michele Colombo possiede un curriculum vitae intenso e carico di attrattiva. Oltre a vantare un elenco nutrito di pubblicazioni, è stato visiting professor in numerose università all’estero, tra le quali spiccano quelle in Russia, Ungheria e Australia. Di seguito, una breve intervista sulla lingua e sul romanzo italiani.

Romanzo contemporaneo in Italia. C’è chi sostiene che sia in atto un decadimento del gusto del pubblico ed un imbarbarimento dello stile e dei contenuti da parte degli autori. Qual è il Suo parere al riguardo?
Credo non si possa generalizzare. Lo dico, per la verità, da semplice lettore, visto che l’argomento non rientra tra quelli di cui mi sono occupato nella mia attività di ricerca. In ogni caso, mi pare che le sciatterie, di contenuto e di forma, siano più di alcuni che dell’insieme. E mi riferisco all’impiego di sesso e violenza per puntellare una trama altrimenti fragile fragile, oppure a tratti del parlato che non sono motivati artisticamente, ma denotano semplicemente incuria. Un esempio in positivo: Giuseppe Pontiggia, un autore che apprezzo molto per la sua umanità e che ha sempre mostrato una scrittura curata e semplice al tempo stesso.

Nella lingua letteraria e nazionale cos’è mutato rispetto al secondo dopoguerra? Quali sono i cambiamenti linguistici oggi più manifesti?
Il primo cambiamento fondamentale, per quanto riguarda l’idioma nazionale, è certo che l’italiano è ormai parlato correntemente pressoché dalla totalità dei cittadini italiani: da quest’uso quotidiano della lingua discendono poi una serie di mutamenti, principalmente nel senso di una semplificazione, in particolare sul piano morfosintattico, delle strutture. Si tratta spesso, d’altronde, di caratteri che già da secoli sono presenti nella storia dell’italiano, come l’uso di gli per ‘a lei’ (basta leggere Boccaccio) o l’impiego della dislocazione a sinistra (il tipo Il giornale lo compra mio padre), che nel parlato sostituisce spesso l’uso del passivo con complemento d’agente espresso (Il giornale è comprato da mio padre).

Il romanzo dell’Ottocento. Lei ne parla in una Sua pubblicazione. Manzoni e Verga, un milanese e un siciliano, un asse di unità linguistica. Ci indica il punto di convergenza della lingua in questi due autori?
Il punto di convergenza − considerando la produzione narrativa − è, mi pare, duplice: per un verso si tratta senz’altro dell’Italia stessa, cui entrambi intendono parlare con una voce che, per dirla con Verga, venga da «polmoni larghi»; d’altro canto sia l’uno sia l’altro sono concentrati, pur con prospettive molto diverse, sul mondo degli umili, cui vogliono dare una voce dignitosa: è una stima per la realtà popolare che credo costituisca anche un punto importante dell’identità italiana.

Adesso, procediamo a ritroso: lei si interessa anche di grammaticografia secentesca e di volgari medioevali. Qual è la fase più affascinante, più incisiva per l’evoluzione linguistica?
Sono davvero in imbarazzo nel rispondere, anche perché, ogni volta che nei miei studi passo a un ambito nuovo, sia dal punto di vista cronologico sia da quello tipologico, mi appare, almeno all’inizio, molto più appassionante di tutti quelli che ho affrontato fino ad allora. Direi che quel che importa per rendere affascinante un argomento è cogliere il nesso che lo lega a una visione d’insieme: se questo c’è, il gusto dello studio non può mancare.

Dal 19 al 22 marzo si sono svolti cinque incontri sui dialetti italiani con la professoressa Maria Desyatova dell’Università Ortodossa di Studi Umanistici San Tikhon (Mosca). Il dialetto colora la comunicazione, in esso troviamo colloquialità spontanea. Può in alcuni casi essere definito anche aulico ed elegante?
Senza dubbio. Anzi, direi che nella poesia dialettale contemporanea − basta citare Franco Loi − l’impiego dell’idioma locale si è spesso connotato più per il tono raffinato che per il legame con la tradizione popolare.

Può essere sbagliato insegnare i dialetti nelle scuole?
Non credo che il dialetto debba essere inserito tra le materie scolastiche: il che non significa, beninteso, che il suo uso debba essere represso dagli insegnanti o che − soprattutto nella scuola media superiore − l’insegnamento dell’italiano non sia arricchito da riferimenti al vernacolo locale. Ma il problema attuale della scuola mi pare la ridefinizione dei saperi fondamentali su cui concentrare l’attenzione degli alunni, non quello di aggiungere nuove materie; per il dialetto, tra l’altro, sarebbe difficile trovare docenti preparati, soprattutto nel caso si trovino a insegnare fuori dalla propria città d’origine.

Concludiamo l’intervista con una richiesta assai meno didattica: ci saluti in antico vernacolo milanese.
In antico milanese? Per la verità, arrivo a malapena al milanese moderno: ve salüdi!

martedì 8 maggio 2012

“Non rifugiarti nell’ombra”, Eugenio Montale tra esteriorità del mondo e interiorità dell’uomo


In un gioco naturalistico e altalenante di elementi astratti e concreti, animati e talvolta privi d’essenza vitale, si tinge la visione mai macchinosa della realtà montaliana.
Luci e presentazioni materiali di ambienti e stati d’animo travalicano l’immaginario metropolitano contemporaneo per incorniciare i paesaggi vicini ed incontaminati dell’autore e della lirica più tradizionale, quella proiettata verso squarci agresti rivelatori di forte enfasi poetica.
La poesia Non rifugiarti nell’ombra, tratta dalla raccolta “Ossi di seppia”, non si esime dalla compresenza di tutti questi caratteri.
La natura e la dialettica delle ombre-luci, presenti nella poesia sopra citata, si intrecciano con la natura e la dialettica, dunque con il moto interiore, con le contraddizioni molteplici proprie dell’uomo: luce ed ombra, natura luminosa ed oscura, all’interno, nell’animo, e all’esterno del corpo, nel mondo.
In un’estrema analisi non solo troviamo l’invito a non fuggire e l’intento “di accettare la realtà e di cogliere l’elemento di riscatto” come suggeriscono Francesca D’Alessandro e Claudio Scarpati nel volume “Invito alla lettura di Montale”[1]; in questo componimento si snoda tra le righe anche la natura ambivalente dell’uomo: ci muoviamo tra dubbio e sicurezza, tra bene e male, tra il “disagio” ed il “sereno di una certezza”. È tutto un intreccio della natura umana e di quella dell’ambiente circostante.
Ricorrono i temi tipici di una poesia non sentimentale, non smielata e romantica, ma più ridondante di immagini sfilacciate, sfibranti, in dissolvenza e quasi vaporose – in particolar modo si guardi alla terminologia nella seconda parte del componimento –  che riportano al sentimento tipico dello smarrimento, di uno status di perenne incertezza, di quel malessere che conduce alla fuga e alla rinuncia. Tuttavia la poesia è un canto all’abbandono dell’arrendevolezza: l’autore chiede di non rifugiarci, di non mollare nel momento di maggiore fatica, di non seguire l’esempio animale del falchetto che si precipita, si affretta, nell’ombra durante la caldura. Eugenio Montale divelle, sradica, la paralisi che blocca l’uomo nel canneto ed esorta a riflettere sull’esistenza, su ciò che abbiamo di fronte, sulle “forme della vita”, che subito si deteriorano e che perdiamo per effetto dello scorrere del tempo[2].
Non a caso si può ricostruire tale analisi sulla visione del poeta e della sua opera. Infatti, facilitato dagli studi autodidattici, Montale entrò presto a contatto con varie e autorevoli letture filosofiche (quelle che meglio reputava necessarie, che lo irretivano, ammaliandolo e portandolo a decifrare in sé medesimo lo stile e le strutture tematiche che in seguito lo contraddistinsero), impregnando così la sua progenie letteraria, forse anche inconsapevolmente, di rimandi e di riflessioni quanto più profondi e talvolta metaforici, celati dal suo buon gusto di mettere in primo piano, nella superficie delle parole e dei testi, oggetti che sottendevano ulteriori e più suggestivi significati introspettivi e ideologici. Pur verificandosi un’“aspra ma decisiva vittoria della forma sulla psicologia”, come affermato dal Contini[3], non si può negare come la coscienza, la personalità e la psiche di Montale vengano ad esibirsi nei suoi testi, quasi con delicata inibizione, ma pur sempre mostrandosi.
Per tutta la durata del componimento, lungo l’asse verticale della poesia, si avverte una tensione vibrante, creata elaboratamente dal raffinato uso, frequente e talvolta ripetuto, della costrittiva alveolare sonora r accostata nel suono da b, t, g e ancora da sb, st, sg… così sino a poter enumerare tante altre combinazioni composte o più semplici. La consonante r è ancora signum di quel conturbante sbalzo – di cui si è detto sopra –  tra l’oscurità del dubbio e la luce chiarificante che diviene determinazione di sicurezza, determinazione di ciò che è certo. L’anatomia del testo, così fatta, coadiuva la scoperta dell’autore e dell’uomo di “Ossi di seppia” e più delicatamente fa scorgere l’ambivalente sfaccettatura del creato. Un poeta e una poesia di molteplici dubbi, illusioni e al contempo speranze riposte e ferme convinzioni: si tratta di un mobilitarismo etico ed esistenziale, quasi cosmico e riassuntivo del tutto.
E ancora il maestro genovese si adopera, abile e armonico, in una poesia farcita di gustosi ingredienti letterari: pur mancando uno schema ritmico tradizionale, fisso, non scarseggiano assonanze e consonanze, figure retoriche del suono che contribuiscono a rendere Non rifugiarti nell’ombra un dolce textum, una tela di filosofia e umana rappresentazione. Sono insomma evidenti la realtà ed il magnifico moto poetico di Montale, le cui raccolte di poesie furono da lui stesso ritenute un’unica opera. Opera lirica – a ben dire per un critico di musica e teatro –  di una vita d’autore e fremito.
La contraddizione, le disillusioni, le vicende del Montale-uomo avvalorano la tesi, come se fossero indici di una lotta equilibrata tra movimento meditativo e afasia, tra azione e  ritiro solitario-poetico, tra materia e astrattezza. Nelle pagine delle opere dell’autore riversano la sottile natura umana, l’eleganza di un linguaggio che rende nitide le immagini che vuole proiettare. In quelle pagine affluiscono tutte le caratteristiche tipiche che fanno di uno scrittore un grande maestro.


[1] F. D’Alessandro – C. Scarpati, Invito alla lettura di Montale, Mursia, Milano, 2004, p. 52.
[2] Gianfranco Contini, filologo e critico letterario italiano, nonché grande conoscitore del Nostro, nella sua raccolta di saggi Una lunga fedeltà, Scritti su Eugenio Montale (Einaudi 2012)  dichiara che “la distruzione meridiana è il segno esterno più indicativo di questa figura che è: sciogliersi della vita”.
[3] G. Contini, Una lunga fedeltà, Scritti su Eugenio Montale, Einaudi, Torino, 2012, p. 45.

mercoledì 4 aprile 2012

Intervista a Matteo Terzi, busker a Milano

In queste settimane ho conosciuto molta gente e fatto incontri con il pubblico straordinari: giovani, bambini e adulti; in Friuli e in Sicilia. Con ognuno abbiamo realizzato uno splendido dialogo e questa è una fra le cose più belle che mi ha portato l’aver pubblicato libri. 
Adesso però sono io che voglio farvi conoscere qualcuno. Ecco la sua storia. Domande e risposte vi presenteranno Matteo Terzi.


Dove nasci di fatto e dove simbolicamente?
Di fatto nasco in America, nel New Jersey. I miei genitori si trovavano lì per lavoro e dopo pochi mesi dalla mia nascita ci siamo ritrasferiti a Milano. Chissà, forse il fatto di essere nato viaggiando ha influito sulla mia vita "da grande" :-) Simbolicamente invece nasco a Lione, in Francia. Lì per la prima volta mi sono messo in gioco come musicista di strada. Lì per la prima volta ho capito che tipo di emozioni si potessero provare a vivere sulla strada. Non avevo soldi e non conoscevo praticamente nessuno in quella città, avevo solo la mia musica. E dopo essermi messo a suonare tra le sue vie per un mesetto buono mi ero praticamente costruito una piccola famiglia. Persone che venivano in strada apposta tutti i giorni a portarmi regali, offrirmi un pranzo o una birra. Ho i brividi ancora oggi a pensarci... fu davvero meraviglioso, dopo Lione non avevo più dubbi: la mia vita sarebbe stata on the road.

On the road. Un buon letterato associa il fascino di questa formula allo scrittore Jack Kerouac, in lui viene descritta l’America negli anni del jazz e nei suoi romanzi la musica e la strada sono il fulcro narrativo. Tu canti per le vie di città e metropoli, ma il tuo è un genere musicale diverso rispetto a quello della beat generation. Affascini il pubblico per la tua storia e il tuo modo di presentarti, tuttavia è lecito pensare che il più ammaliato dalla figura di busker (artista di strada) sia tu stesso. Sbaglio? Qual è il tuo modello? Esso è tutto musicale o anche letterario?
Non sbagli affatto, anzi complimenti per l'intuizione! È proprio così, ho sempre amato la figura del busker. Mi ha sempre affascinato questa vita fatta di umiltà e di libertà. Portare la propria arte gratuitamente nelle strade, sentirsi libero di prendere e partire quando vuoi (perché la musica, quella fatta col cuore, funziona in tutte le strade del mondo)... cosa c'è di più bello da vivere? Detto questo ti dico la verità, non sono mai riuscito a finire “On the road” di Kerouac. Sebbene sia stato un grandissimo letterato ho sempre visto i suoi viaggi come viaggi di piacere, come dire... un modo diverso di vivere una vacanza. Il punto fondamentale per me è: mantenersi viaggiando, quello significa davvero vivere on the road.

La qualità che più ti appartiene, ti è necessaria e che personalmente colpisce fra tutte le altre è la vincente ed umile sfrontatezza del saper cantare per strada con il sorriso.
Il coraggio, in ciò che fai, credi che sia indispensabile oppure è un’altra la chiave di lettura da dare alla tua crescente notorietà?
Si, credo di si. Vedi, ora non sembra, ma quando ho iniziato a suonare a Milano, ormai un anno e mezzo fa, di coraggio ce n'è voluto tanto. Sai, finché sei all'estero, dove non conosci e non ti conosce nessuno, anche se fallisci, prendi, parti e ricominci da capo. Nella tua città no. Qui è stata dura. E sono dovuto andare anche contro a molti colleghi musicisti che mi dicevano: "in Italia suonare per strada è da barboni, che cazzo vai a fare?" E sai quando ho capito di aver vinto la mia sfida? Quando ho visto quegli stessi musicisti che mi dicevano così andare anche loro a suonare in strada a Milano :-)

In quali città ti esibisci e su quali piattaforme? Mostra la natura internazionale e cosmopolita del tuo personaggio.
Come ti dicevo faccio base a Milano per la maggior parte dell'anno, dopodiché però mi prendo anche dei periodi per suonare all'estero. Due anni fa ho fatto appunto Lione, l'Ardeche, Montpellier, Perpignan, Vic, Girona, Tarragona, Barcellona, Valencia, Madrid e Tenerife. In queste città ho suonato in strada, come faccio a Milano. Imparando le lingue sul posto. Mentre l'anno scorso ho invece accettato alcune proposte di festival buskers (festival appunto delle arti di strada) in Italia, e ho suonato a Santa Sofia, Ferrara, Bologna, Pisa e Lucca.

C’è un genere che si addice alla strada più di altri? Molte sono le cover nel tuo repertorio: qual è il punto di unione tra esse e la tua sensibilità di artista?
In strada non si tratta di generi, ma di cuore. Se sei bravo la gente si ferma. Ma è solo se regali un'emozione che ti lascia una moneta. E l'emozione non la impari. Ce l'hai e la trasmetti solo se fai musica con sincerità, con coerenza. Le cover che suono, ad esempio, non le suono perché sono famose, ma perché ognuna di esse ha rappresentato qualcosa nella mia vita, è stata colonna sonora di un'emozione, e suonando quelle canzoni, mi sento di riesumare e raccontare quelle emozioni. Ecco perché non mi stufo mai di suonare. Mai mai mai. Se potessi suonerei anche per giorni interi.

Cosa pensi che manchi nel tuo percorso e cosa, invece, credi ti distingua rispetto agli altri cantanti? Per esempio la tua voce, cosa e quanto le riconosci?
Fino a qualche settimana fa mancava un disco del quale fossi soddisfatto. Sai, io non mi sento un grande professionista della musica, voglio dire, non è che dove mi metti canto e suono e sai che verrà bene perché sono un professionista. No, tutto al contrario, io per "rendere" ho bisogno prima di tutto di essere a mio agio, sentirmi accolto dall'ambiente che mi circonda... Ecco perché ogni volta che vado in uno studio di registrazione mi inibisco, la voce si raffredda e non riesco mai a portare a casa niente di buono e non ero mai soddisfatto delle cose che registravo. Allora mi sono attrezzato e mi sono fatto un piccolo studio in casa mia... certo la qualità di registrazione non sarà mai la stessa, ma chissenefrega! Ora posso registrare a fianco del mio letto, nell'intimità di casa. E questo si sente. Ora manca solo il disco di inediti, che dovrebbe essere pronto a giugno. Quello che mi distingue credo sia la sensibilità e la coerenza che metto nel mio lavoro. Vedi, di musicisti bravi ce ne sono tanti, ma in pochi riescono davvero a trasmettere qualcosa... Musicisti che magari cestinano canzoni e idee perché "sono troppo semplici, hanno troppi pochi accordi"... come se la musica bella fosse solo quella complicata... cazzate. Quando hai qualcosa da dire devi dirla, sia che arrivi con un accordo che otto cambi di tonalità.

Adesso parlaci del progetto “Soltanto Insieme”.
"Soltanto Insieme" è un progetto nato da un'idea di Daniela Argentino, una ragazza che ho conosciuto suonando in strada. Si tratta di un gruppo di persone che si riconosce nella mia storia per sensibilità, aspirazioni, valori e si mette insieme per costruire sogni. Daniela ha definito questo gruppo "la famiglia di adozione di Soltanto", e non c'è niente di più vero. Siamo in tanti che siamo ancora capaci di sognare in un paese ogni giorno più vicino al baratro. Non dobbiamo avere paura, ma parlarci, conoscerci e dare vita alle nostre idee. Per maggiori info ecco l'indirizzo :-) http://www.facebook.com/groups/293238807416118/

Busker, dicci tu cosa significhi oggi.
Busker oggi per me significa avere il coraggio di sognare. In qualsiasi campo. Voglio raccontarti questo aneddoto... suonando in strada a Ferrara l'anno scorso ho conosciuto una ragazza, Simona. Ci mettiamo a parlare e le racconto la mia storia, di come sono diventato busker. E lei rimane sbalordita, mi dice che sono una grandissima persona e che mi ammira molto. Dopodiché le chiedo “E tu? Che storia hai?” E lei mi dice che ha sempre sognato di fare l'architetto e dopo un periodo di stage sottopagati ha deciso di rischiare tutto quello che aveva da parte e anche di più, per aprire il suo studio di architettura, che negli anni è andato e sta andando sempre meglio. Oltre a ciò nei momenti liberi si veste da clown e porta il sorriso ai bambini negli ospedali. Le ho detto: “tra me e te il vero busker sei tu. Sono io che ammiro te. Si può essere busker anche senza viaggiare”.

Infine se ti dico “Il bianco della Signora Cognome” o “I racconti di febbraio” ti viene in mente niente?
Ho visto che sono i titoli di due tuoi romanzi, li ordino in libreria e poi ti scrivo dopo averli letti :-)

Un saluto ai lettori, un saluto da strada e un invito.
Più che un saluto, un ringraziamento a chi ha dedicato parte del suo tempo per leggere fin qui. Siamo bombardati di input in qualsiasi momento del giorno e della notte ormai, e trovare dieci minuti da dedicare alla mia storia non è banale. L'invito è per i prossimi concerti in strada, che potete trovare direttamente alla mia pagina a questo indirizzo: www.facebook.com/soltanto.
Grazie a te Giuseppina.


domenica 19 febbraio 2012

Cari Lettori de "La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo"

Cari Lettori,
ieri mattina ho deciso di prendermi una pausa da "La Bacheca". Nonostante io abbia pubblicato soltanto 1/12 di quanto prevede il progetto finale, spero che le puntate che avete letto -o vi accingete a leggere- siano state di vostro gradimento per l'ironia e la semplicità. Non escludo che quanto prima io venga colpita da ispirazione e pubblichi un altro post con un'altra puntata, ma per il momento, fermezza permettendo, credo che mi fermerò qui. Con questo, quindi, non voglio dire che metto da parte il romanzo di Cristina Neri. Voglio piuttosto avere altre priorità e magari attendere nuove illuminazioni. Non so quanto potrò resistere a non creare nuovi intrecci con i personaggi che ormai conoscete, ma sono sicura che al momento sia la cosa più saggia.

Navigli, Milano


In questi mesi ci siamo divertiti, ora però la riflessione mi ha portata a questa conclusione.
Non mi dispiace per me: so che quando avrò voglia, potrò riprendere in mano tutto. Mi dispiace un pò più per il rapporto con voi: è incantevole vedere come le Puntate vi abbiano coinvolto... ricevere i vostri commenti, le vostre mail e vedervi condividere frasi e link è fantastico, senz'altro il momento più bello. E di questo vi ringrazio.
Certa che alle vostre sollecitudini non riuscirò a dire di no, vi chiedo di attendere e qualora dovessi pubblicare troppo presto nuovi episodi ricordatemi le parole "...senza siddiàrisi di sognare". Così rispetterò una promessa. 

Vi ringrazio tutti e a presto :)
Giuseppina 

domenica 12 febbraio 2012

La Bacheca di Cristina Neri. Il Chick Lit di Palermo (Tredicesima Puntata)

Dopo un’attesa estenuante e la prima bocciatura ingiusta all’esame di Diritto, uscii da viale delle Scienze ancora profondamente offesa e incredula. Certe volte gli universitari di Palermo sembrano delle vittime, carne da macello, un macello sociale; altre volte sono soltanto il ritratto in scala della società contemporanea, ma è un ritratto notevolmente concentrato di colori; rappresentano la media percentuale approssimativamente più vicina al reale stato delle cose, tanto da spazientire la donna più fedele. Gli studenti di Palermo sono, infatti, innamorati, sono innamorati e lottatori, sono i catulliani della propria città e della Sicilia. Ancora di più lo è chi non va via, sapendo resistere alle crisi d’amore e superandole sino al logoramento personale. Romeo, caduto nell’intreccio della tragedia, si avvelenò e Giulietta si trafisse pur di seguirlo. Loro sono il grande esempio d’amore ed io il mio bacio a Palermo lo diedi.
Al ritorno dall’Università una signora stette quasi per mettersi sotto la mia macchina: dopo che una colonna di autisti non le aveva dato la precedenza, pur di passare non si preoccupò del mio arrivo. Nonostante mi avesse ben vista attraversò la strada. Era impettita e sgomenta. Frenai e sorrisi anche. Un sorriso… Aaaah, le lacrime di una donna non valgono così poco! Né un esame universitario, né un amore andato a male. Non così poco davvero. Quella vecchia e tenace palermitana mi rese orgogliosa.

Benché il turbamento per lo studio mi scuotesse la testa, da tempo il cuore e lo stomaco erano saturi di altri problemi e lo dimostrava il desiderio ininterrotto che avevo di torciglioni e torta setteveli.
«Che mala razza gli avvocati!» dissi telefonicamente a Federica «Di laureati, laureandi e studentelli di Legge ne ho abbastanza. Ho fatto il pieno» la nausea era evidente sul mio viso «…dal benzinaio e tra poco passo sotto da te, appena ti faccio uno squillo scendi»
Dopo due ore ero già di ritorno verso casa.
Alcune persone per negare lo trovano il coraggio, lo trovano per istinto di sopravvivenza, anche se ciò vuol dire far male ad altri. E il cattivo della mia storia aveva tirato fuori un coraggio che sino ad allora non si poteva immaginare che possedesse. Un coraggio ingiurioso e vigliacco.
Me ne stavo su una poltrona a riflettervi sopra. Facebook acceso ed io di fronte al pc.
La paura che tutto finisca, non permette di essere amati, fa fuggire. Ma non volevo fuggire più. Lo avevo sempre fatto. La storicità dei Ventotto Giorni è un’altra costante della mia vita. Superare ventotto giorni insieme ad un ragazzo voleva dire già molto. Doveva essere emblematico per alcuni, ma stoltezza, convenienza ed ira annebbiano la vista e non lasciano cogliere i segni della verità. D’altronde non tutti sono bravi nel fare analisi. Fuggivo in amore come se volessi che qualcuno mi fermasse, un po’ come quando mangiavo e volevo che qualcuno mi bloccasse. Volevo un eroe insomma, ma non c’era nessuno che lo facesse, se non in maniera errata. Volevo che mi fermassero così da rendermi conto di quanto mi volessero bene: le fughe erano degli esperimenti, ma sino ad oggi pare che nessuno sappia come comportarsi in amore. Ero meglio dell’ISTAT per le quote amorose: statistiche e analisi socio-cardiache erano i miei risultati di laboratorio, io e i miei amici eravamo le cavie.
Che poi da sempre le donne fuggono. Quelle che venivano continuamente dette ritrose nel Trecento e nel Quattrocento erano soltanto donne serie e coscienziose: gli uomini di quel tempo avevano qualcosa che non andava, passavano dall’essere amanti all’essere misogini.
E poi.. Ovvia! Petrarca piangeva sempre per amore. Un uomo che piange dà senz’altro speranza (forse non tutti sono insensibili), ma piangere sempre e immortalarlo in ogni componimento è davvero frustrante. C’è un limite al decoro e un uomo quando piange così o è sincero –sì, c’è un margine discreto che lo sia- o vuole nascondere la propria infingarda malvagità o è gay. E una donna non può prendere come marito un complessato, il malefico Jafar o un uomo che non può amarla nel modo in cui andrebbe fatto. Anche perché altrimenti non ci sarebbero più poesia, antagonisti ed impossibilità.
Non saprei da dove partire, quindi ritorno sui miei passi, prima o poi riuscirò a schiudere un’altra porta… so che bisogna andare sempre avanti nella vita, nella morte, ma io amo il mare e seguo il senso delle maree e della risacca.

Dio è il più grande scrittore di tutti i tempi, il creatore di intrecci più squisiti ed incalzanti dell’umanità. Ogni incontro che facciamo ha cause e conseguenze singolari e romanzesche. C’è sempre un motivo se conosciamo gente che in futuro non avremo più accanto ma che in quegli attimi di presente crediamo essere necessari ed indispensabili.
Ero in attesa di parlare con il professore di Diritto e, come una bambina, tendevo a farmi sopraffare dalla timidezza.
“Non distogliere lo sguardo” mi ripetevo.
Alla fine mi ricevette nel suo studio e gli dissi di alcuni problemi insorti durante l’esame. Mi ammise all’appello della settimana dopo.
Guidai sollevata e parzialmente soddisfatta verso casa. Il Politeama era luminoso e caldo. Il sole sembra essere così attratto dalla Sicilia da starci disteso sempre accanto, come l’amante buono che protegge la propria donna ancor prima che ella si sia svegliata e che la ammira in silenzio.
È meraviglioso andare, è meraviglioso restare.
Cambiare è indispensabile. Ed eccita. Tutto ciò che muta prima o poi apporta grandi cose nelle nostre vite. Che siano grandi dolori o grandi gioie questo importa a chi non comprende che veniamo condotti sempre allo stesso punto di arrivo. Illudersi che, trovata la felicità, questa si possa mantenere, è una delle più bizzarre bugie che ci insegna la fantasia. La felicità c’è, ed è formidabile, ma c’è anche la sofferenza, che ci devasta. Ma è un ciclo e bisogna che non ci trovi impreparati.
Dunque è meraviglioso andare, è meraviglioso restare. Preparai il biglietto per tornare in città.
Sembra sciocco, ma bastava trascorrere quattro giorni a Palermo per voler tornare nella mia provincia. Ed era sempre un cambiamento. Il viaggio in autobus era rivelatore. La natura è rivelatrice. Passarci con occhio veloce, attraverso il vetro dei finestrini, faceva accelerare le riflessioni e aprire a nuove conclusioni.
Ma non ci poteva essere pace, ancora.

«Una donna oggi mi ha insegnato che “se non si fa, si diventa pazzi o viene il cancro”» mi disse a telefono Bice.
«Addirittura!» le risposi «E chi è stato, se posso chiederti?»
«La badante di mio nonno»
La mia amica non vide la mia espressione ma gliela descrissi ugualmente. I miei occhi avevano bisogno di essere narrati. Certe allusioni erano così inopportune da richiamarne altre.
«Premurati affinché la tua malizia non ti faccia diventare anche bigotta» mi disse.
Non trattenni una risata.
«Sai che non lo sono, lo sembro al più, ma non sono bigotta» risi ancora.
Pensai che nulla fosse più affascinante di una storia vera. Mischiare la realtà alla fantasia o all’ignoranza poteva risultare esplosivo per il pubblico. E le battute ad effetto, se non affettate, divengono di un suono amabile.

Arrivai in città e il giorno dopo piovve.
Quando il tempo segue le mie emozioni mi sento meglio, mi piace quando ciò avviene. Mi piace quando il tempo segue le mie emozioni.
Il grigio delle nubi, il peso del cielo, era lo stesso di quello che si sente certe volte sopra il petto. Ciò aiutava a sostenerlo. Stetti tutto il giorno a casa. Triste. Ripassai poco per l’esame.

È la stessa sensazione. Quando ti innamori, quando avviene il colpo di fulmine, è la stessa, medesima sensazione che si prova quando si è appena evitato un incidente in auto e si guarda il conducente dell’altro lato. Uguale intensità. E oggi non so se mi sono innamorata od ho evitato un incidente.
Passai dalle mie scuole come se fosse un rito propiziatorio. Avevo bisogno di ricordi positivi, dovevo ricordarmi chi ero. Mancò pochissimo, ma scansai un tamponamento. Il ragazzo dell’altra macchina lo rividi soltanto dopo tanto tempo.
Forse mi resi conto di una cosa in seguito a quel mancato scontro.
La gente chiede aiuto e noi non ce ne accorgiamo neppure. Chissà in quanti urlano dentro di sé, mentre bruciano le ferite.
Ma c’è troppa umidità in città, l’Italia è troppo umida, perché certe ferite si richiudano.
Quindi mi viene da chiedere chi conosce un buon cicatrizzante?
Nella vita è bene imparare a perdonare sin da piccoli, altrimenti bisogna ricordare a chi ci circonda di procurarsi una gran quantità di garze sterili e di cadexomero iodico. A sapere come certa gente non sia capace di perdonare e reagisca devastando ogni cosa, non dico che avrei evitato le conoscenze, ma certamente sarei andata da un rivenditore all’ingrosso di medicinali e avrei fatto del cotone sterilizzato i miei abiti migliori.

«Non posso, Fè, non sarebbe giusto, non posso proprio»
«È una jungla! Devi essere King Kong, non Cita!»
Grazie, @Federica Metrello, per la splendida metafora di oggi.
Ah, gli amici! Non sarò stata previgente con le garze, sì, non sono stata per nulla prudente, e così mi sono lasciata lacerare come da delle fruste. Ma… vedete… a curarmi, come vi ho già detto ho avuto gli amici, il mio esercito. A turno, uno dopo l’altro, si sono alternati nelle cure, come un gruppo di infermieri volontari: uno vegliava durante la febbre dell’infezione, altri si adoperavano durante i vaneggiamenti notturni, altri di giorno, alcuni parlando, altri stando in silenzio, alcuni mi hanno fatto piangere e riprendere, altri mi hanno nutrita e vestita. Tutti meticolosi e adempienti ai loro compiti. Vi assicuro. Alla mia imprudenza hanno riparato loro. Se io fossi una Città, loro sarebbero le Mura. Ma non tutti hanno questo beneficio, non tutti si ritrovano tanti amici nelle intemperie. Non ho visto volgermi le spalle da nessuno.
Sappiate cogliere sempre i giusti indizi nella vita e scoprirete molti più significati di quelli che credevate. Io ho scoperto molta più innocenza di quanta dubitavo di avere.

Soccu cumminavi…
Quando non si sa scegliere, quando non si vuole scegliere, bisogna allora ricercare un equilibrio, si scivola verso un equilibrio e lo si trova… ed è più difficile trovare e mantenere gli equilibri di una vita piuttosto che fare una scelta atona. D’altronde cosa scegliereste voi? L’arcobaleno o il bianco? La tv a colori o quella in bianco e nero? È  tutta una questione di colori e tonalità. Preferireste vedere tutti i colori dell’arcobaleno o solo il rosso? Scegliereste mai di vedere il mondo con meno colori di quanto vi sarebbe consentito? Di quanti ne possiede?

«Per sempre» sbuffai in compagnia di una delle più ciniche delle mie amiche, Federica Metrello «Il Per Sempre uno lo pronuncia e la sorte cambia» continuai.
«Sì, d’altronde con Nino tutti mi vedevano sposata e sappiamo com’è finita»
«Sì, ricordo, lo credevo anche io… la mattina gli portavi la torta per colazione»
Federica rise e aggiunse «So che se tu trovassi un uomo che ti porti una torta a letto la mattina anche tu ti vedresti sposata»
«Già, Un ragazzo e un dolce entrambi a letto» aggiunse Flavia «come il telefilm»
«Ma tanto tutti sappiamo cosa preferiresti, go-lo-so-nA» incalzò Federica con il solito sguardo.
Risi «A proposito! Quando andiamo al Golosone? Alcune colleghe vogliono venire da queste parti nel fine settimana»
«Nel fine settimana?»

Quando un peschereccio italiano venne sequestrato da navi straniere, formulai un unico pensiero.
Le Nazioni sono come le persone. E viceversa. Le persone sono come le Nazioni. Per esempio io sono come l’Italia: mi potrebbero sparare alle gambe, ai piedi, io riuscirei a perdonare. Si, urlerei, parlerei a raffica e inveirei ma alla fine non agirei. Questa è colpa e merito della mia educazione religioso-istituzionale. Ma non tutti sono come l’Italia. L’Italia deve ancora imparare, crescere e smettere di perdonare, facendo del male morale a se stessa. Ma allo stesso tempo argina il sopraggiungere di altre devastanti conseguenze.

Tempo dopo, in un momento di debolezza scrissi una frase su facebook:
Amore Mio, non ho avuto il coraggio di darti la lettera. Il tempo ha permesso che l’animo si quietasse e l’indifferenza vestisse i miei panni. Gli amici mi hanno protetta, custodendomi tra le loro parole, rassicurandomi con i loro consigli, rabbonendo i miei istinti e trattenendomi nella corazza dentro la quale tuttora vacillo. Li ringrazio. Spero imparerai, ma in un modo diverso da quello con il quale ho imparato io.
Quando accadono eventi strani o avvengono cose da cui non riesco a vedere il lieto fine,  scrivo lettere. Ma si tratta di destinatari importanti, persone alle quali voglio molto bene. Mesi addietro avevo scritto una lettera al mio ex in cui chiarivo tutto. Una lettera che certamente non ho consegnato ma che è servita. Ogni cosa che ho scritto non ha fatto altro che chiarirmi le idee. Io ho ben analizzato ogni momento. Ho riscontrato colpe e meriti. Chi non ha fatto chiarezza non sono io. La lucidità alla quale sono pervenuta è la stessa che hanno continuano a voler mascherare, oscurare i miei antagonisti.
Una mia amica non mancò di commentare il mio stato chiedendomi cosa mi succedeva. E così le risposi:
Amica mia, non lo so proprio. I periodi pre-esami lasciano sbigottita pure me. Ho imparato ormai che sono devastanti… faccio, scrivo e dico cose strane. Poi se ascolto canzoni dolci e romantiche mi immedesimo. Ogni volta che credo che la ferita si sia chiusa mi ritrovo ad osservarla ancora aperta.
Mi rendo conto che davo l’impressione di una che si stava dissanguando, ma in amore chi soffre meno di così?
Avete mai notato come si muovono Anna Oxa e Patti Pravo quando cantano? Come muovono le braccia e tutto il corpo? Ecco, questo è l’andamento, questi sono i movimenti che fa l’anima di una donna innamorata, straziata dall’amore, ma giunta alla comprensione.
Ma non era finita quindi condivisi un’altra frase:
Me lo concedo. Sono triste. Sono anche furente. Ho uno  strano istinto e una strana natura. Riesco per gli altri ma non per me. Mi concedo di essere triste adesso. Poi riprenderò a sorridere, perché è una cosa che faccio da sempre. Sin da piccola. Sorridere anche con i lacrimoni sulle guance. Quindi adesso devo solo buttare fuori tutta la tristezza, rimanente o repressa. Devo solo piangere.

Non vedevo ombra di virtù. Poco studio, tanto cibo, poco sport.
Un disastro. Da domani si ricomincia. Lottare e sedurre. Studio, sport, università, scrittura, shopping.
Potevo ancora scegliere. Si può sempre scegliere. Ma che sia una scelta e non soltanto un cambiamento.