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martedì 8 maggio 2012

“Non rifugiarti nell’ombra”, Eugenio Montale tra esteriorità del mondo e interiorità dell’uomo


In un gioco naturalistico e altalenante di elementi astratti e concreti, animati e talvolta privi d’essenza vitale, si tinge la visione mai macchinosa della realtà montaliana.
Luci e presentazioni materiali di ambienti e stati d’animo travalicano l’immaginario metropolitano contemporaneo per incorniciare i paesaggi vicini ed incontaminati dell’autore e della lirica più tradizionale, quella proiettata verso squarci agresti rivelatori di forte enfasi poetica.
La poesia Non rifugiarti nell’ombra, tratta dalla raccolta “Ossi di seppia”, non si esime dalla compresenza di tutti questi caratteri.
La natura e la dialettica delle ombre-luci, presenti nella poesia sopra citata, si intrecciano con la natura e la dialettica, dunque con il moto interiore, con le contraddizioni molteplici proprie dell’uomo: luce ed ombra, natura luminosa ed oscura, all’interno, nell’animo, e all’esterno del corpo, nel mondo.
In un’estrema analisi non solo troviamo l’invito a non fuggire e l’intento “di accettare la realtà e di cogliere l’elemento di riscatto” come suggeriscono Francesca D’Alessandro e Claudio Scarpati nel volume “Invito alla lettura di Montale”[1]; in questo componimento si snoda tra le righe anche la natura ambivalente dell’uomo: ci muoviamo tra dubbio e sicurezza, tra bene e male, tra il “disagio” ed il “sereno di una certezza”. È tutto un intreccio della natura umana e di quella dell’ambiente circostante.
Ricorrono i temi tipici di una poesia non sentimentale, non smielata e romantica, ma più ridondante di immagini sfilacciate, sfibranti, in dissolvenza e quasi vaporose – in particolar modo si guardi alla terminologia nella seconda parte del componimento –  che riportano al sentimento tipico dello smarrimento, di uno status di perenne incertezza, di quel malessere che conduce alla fuga e alla rinuncia. Tuttavia la poesia è un canto all’abbandono dell’arrendevolezza: l’autore chiede di non rifugiarci, di non mollare nel momento di maggiore fatica, di non seguire l’esempio animale del falchetto che si precipita, si affretta, nell’ombra durante la caldura. Eugenio Montale divelle, sradica, la paralisi che blocca l’uomo nel canneto ed esorta a riflettere sull’esistenza, su ciò che abbiamo di fronte, sulle “forme della vita”, che subito si deteriorano e che perdiamo per effetto dello scorrere del tempo[2].
Non a caso si può ricostruire tale analisi sulla visione del poeta e della sua opera. Infatti, facilitato dagli studi autodidattici, Montale entrò presto a contatto con varie e autorevoli letture filosofiche (quelle che meglio reputava necessarie, che lo irretivano, ammaliandolo e portandolo a decifrare in sé medesimo lo stile e le strutture tematiche che in seguito lo contraddistinsero), impregnando così la sua progenie letteraria, forse anche inconsapevolmente, di rimandi e di riflessioni quanto più profondi e talvolta metaforici, celati dal suo buon gusto di mettere in primo piano, nella superficie delle parole e dei testi, oggetti che sottendevano ulteriori e più suggestivi significati introspettivi e ideologici. Pur verificandosi un’“aspra ma decisiva vittoria della forma sulla psicologia”, come affermato dal Contini[3], non si può negare come la coscienza, la personalità e la psiche di Montale vengano ad esibirsi nei suoi testi, quasi con delicata inibizione, ma pur sempre mostrandosi.
Per tutta la durata del componimento, lungo l’asse verticale della poesia, si avverte una tensione vibrante, creata elaboratamente dal raffinato uso, frequente e talvolta ripetuto, della costrittiva alveolare sonora r accostata nel suono da b, t, g e ancora da sb, st, sg… così sino a poter enumerare tante altre combinazioni composte o più semplici. La consonante r è ancora signum di quel conturbante sbalzo – di cui si è detto sopra –  tra l’oscurità del dubbio e la luce chiarificante che diviene determinazione di sicurezza, determinazione di ciò che è certo. L’anatomia del testo, così fatta, coadiuva la scoperta dell’autore e dell’uomo di “Ossi di seppia” e più delicatamente fa scorgere l’ambivalente sfaccettatura del creato. Un poeta e una poesia di molteplici dubbi, illusioni e al contempo speranze riposte e ferme convinzioni: si tratta di un mobilitarismo etico ed esistenziale, quasi cosmico e riassuntivo del tutto.
E ancora il maestro genovese si adopera, abile e armonico, in una poesia farcita di gustosi ingredienti letterari: pur mancando uno schema ritmico tradizionale, fisso, non scarseggiano assonanze e consonanze, figure retoriche del suono che contribuiscono a rendere Non rifugiarti nell’ombra un dolce textum, una tela di filosofia e umana rappresentazione. Sono insomma evidenti la realtà ed il magnifico moto poetico di Montale, le cui raccolte di poesie furono da lui stesso ritenute un’unica opera. Opera lirica – a ben dire per un critico di musica e teatro –  di una vita d’autore e fremito.
La contraddizione, le disillusioni, le vicende del Montale-uomo avvalorano la tesi, come se fossero indici di una lotta equilibrata tra movimento meditativo e afasia, tra azione e  ritiro solitario-poetico, tra materia e astrattezza. Nelle pagine delle opere dell’autore riversano la sottile natura umana, l’eleganza di un linguaggio che rende nitide le immagini che vuole proiettare. In quelle pagine affluiscono tutte le caratteristiche tipiche che fanno di uno scrittore un grande maestro.


[1] F. D’Alessandro – C. Scarpati, Invito alla lettura di Montale, Mursia, Milano, 2004, p. 52.
[2] Gianfranco Contini, filologo e critico letterario italiano, nonché grande conoscitore del Nostro, nella sua raccolta di saggi Una lunga fedeltà, Scritti su Eugenio Montale (Einaudi 2012)  dichiara che “la distruzione meridiana è il segno esterno più indicativo di questa figura che è: sciogliersi della vita”.
[3] G. Contini, Una lunga fedeltà, Scritti su Eugenio Montale, Einaudi, Torino, 2012, p. 45.

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