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sabato 13 ottobre 2012

Capitolo I di 90 e mezzo


Una delle prime cose che fece Lavinia Pree quando giunse a Milano fu comprare la sua settima moleskine.
Conoscere gente è una di quelle cose che vale la pena fare. Ventidue anni e mezzo fa erano nate tutte loro, nel 90 e mezzo del novecento nascevano e soltanto ventun anni dopo si incontrarono.
C’era la senese, c’erano le siciliane, la puteolana, la pugliese, la sarda, la nordica, che poi divennero due. C’erano poi delle comprimarie, ma tutte erano dell’anno 1990 e mezzo.
E prima ancora di essere raccontato già c’era chi aveva intuito cosa fosse o cosa volesse dire “90 e mezzo”. Lo sapeva E.D. quando, il primo dicembre dell’anno milanese, Lavinia Pree lo aveva incontrato in centro nella propria città. Lo sapevano. La gente sapeva che “90 e mezzo” era un titolo.
Lavinia Pree giunse a Milano il primo di ottobre. Fu una giornata pienissima, si era svegliata alle quattro di mattina e in autobus aveva raggiunto l’aeroporto di Birgi, volo per Orio al Serio. Arrivata a Milano alle dieci circa, prese l’autobus, la metro e finalmente si recò in convitto. Ricordava bene quando era uscita a Moscova dalle sottovie metropolitane, ricercando il numero centoventitre del corso. Davvero una splendida zona Moscova. Conobbe le prime suore, amabili e sospettose. Le fu data la camera e, lasciate le valigie in stanza, si rinfrescò in bagno per poi uscire con un’amica, che già da anni studiava nella nuova città. Roberta aveva una bella casa, abitava in un quartiere molto comodo. Fecero la spesa all’esselunga e poi pranzarono. Pasta con il pesto e vino bianco, tanto vino bianco per l’arrivo di Lavinia. Pasta e vino. Pasta, vino e caffè. Lavinia mischiò questo triangolo enogastronomico per più di tre volte in meno di tre minuti. Parlò allora di quando si ubriacò la prima e unica volta e di come amasse sempre le stesse persone. “Tanto vino bianco” era la formula della verità.
Dopo pranzo andarono in convitto, Lavinia lasciò le cose che aveva comprato al supermercato ed ebbe pieno timore che la suora all’entrata avesse avvertito il profumo dei suoi festeggiamenti. Ma non era sua abitudine bere molto, quando lo faceva si lasciava alla discrezione della Libertà, quella volta l’unica cosa alla quale si abbandonò fu una certa quantità di mortificazione.
Primo giorno a Milano, prima giornata di shopping con Roberta. Quelle erano fortune. Roberta era la fortuna del marketing del lusso e delle amiche dai capelli scompigliati, bisognose di attenzioni estetiche.
Pree tornò in convitto di sera, nella stanza centoquindici e si collegò al computer. I pacchi e le cartacce ricoprivano l’85% della superficie della camera, da ogni parte c’era un po’ di carta o dello scotch da dover togliere. Non aveva sistemato ancora le scatole che le erano state inviate da casa ed era certa che la situazione sarebbe rimasta la stessa sino all’indomani mattina.
«Speriamo che la coinquilina non arrivi adesso» disse ad un’amica in video chat «ancora sono da sola».
La mattina di giorno due, era domenica, pensò di andarsi a presentare alle ragazze del piano, ma non lo fece. Aveva un blog di opera lirica e spettacolo e vi pubblicava un libro a puntate. Da poche ore aveva ricevuto una notizia che l’aveva esaltata: avevano deciso di finanziarle la pubblicazione di un racconto. Si trovava a Milano, convinta di aver amato le persone giuste e di trovarsi nel luogo giusto. Il giorno prima aveva avuto un deja vu di fronte al portone del convitto in cui alloggiava. Credeva davvero di trovarsi nel luogo giusto.
Per il pranzo era invitata dai due cugini Lumerigo. Pensò di attendere un po’ prima di uscire, era così felice che sapeva che tutti se ne sarebbero accorti. Infatti uscita dal convitto, prima di arrivare alla fermata della metro, si lasciò bloccare da uno stand dell’UNICEF; fece la sua donazione, senza tenere conto che il giorno prima ne aveva fatta un’altra ad un venditore di libri ambulante. La generosità di quella ragazza si svestiva del buon senso quando era nel pieno della contentezza.
A Milano quando si è felici, ci sono pure le fermate metro a ricordartelo. Fermata Gioia. Lavinia Pree sorrise, scese qualche fermata dopo.
3 ottobre 2012. Lavinia si svegliò ed una volta pronta uscì in corridoio per andare a fare colazione. Fu allora che fece la sua prima conoscenza, una ragazza in accappatoio usciva dal bagno comune del piano.
Con un saluto cordiale si divisero. Si rincontrarono dieci minuti dopo, in sala colazione. Lavinia una volta scesa prese posto ad un tavolo, lasciò la borsa su di una sedia e andò a prendere un po’ di caffè e due fette biscottate alla zona self-service, rinunciò alla crema di cioccolato e nocciole da spalmare sul pane. Si andò a  sedere. Dalla porta vide entrare la ragazza di prima e venne raggiunta al tavolo. Si chiamava Michela, abitava vicino Milano e si trovava lì anche lei per studio. Stavano approfondendo il discorso sull’università, quando si sedette con loro un’altra ragazza, alta, mora, con un paio di occhiali da vista a goccia: Sandra, veniva da Siena.
Lavinia finì per prima e salutò le altre, cominciava le lezioni universitarie e voleva arrivare presto. Fuori dal portone si accorse che c’era fresco, era ottobre e un clima così, dalle sue parti, lo si aveva a novembre, dicembre.
L’università era immensa; le pietre rosse del prospetto, i chiostri, i corridoi, tutto giocava sulla suggestione e l’antichità. Frequentava il corso di laurea di Lettere Moderne all’Università Cattolica. Giunta nell’aula della prima lezione non trovò nessuno. Poi arrivarono due ragazze, tra uno sguardo ed un altro si presentarono. Più inaspettato fu l’arrivo della quarta ragazza. Si trattava di Sandra, la stessa del convitto e si sedettero insieme. La senese era più grande di un anno, faceva la specialistica in Lettere Classiche ed una materia le accomunava. Sebbene Sandra l’avesse solamente a partire dal secondo semestre, si trovava lì perché voleva informarsi sugli argomenti e i crediti. Più o meno era lì per questo.
Si rividero in convitto più tardi, a metà pomeriggio; erano nello stesso piano, Sandra una camera più avanti di Lavinia.
La giovane toscana si accese una sigaretta sulle scale d’emergenza e Lavinia le fece compagnia. Si stavano raccontando un po’ delle loro storie, quando arrivò un’altra ragazza, Daiana. Questa era un anno più piccola di Lavinia. Cominciò a spiegare un po’ come andavano le cose in convitto. Si trovava lì già da un anno, aveva moltissimi aneddoti riguardo al posto e studiava al Politecnico, anche lei era siciliana. Sandra e Daiana si erano conosciute da qualche giorno.
La mattina seguente Lavinia, dopo le prime ore di lezione, andò a prendersi un toast e un caffè americano da Arnold. Era da sola e sfruttava l’occasione per ammirare la città e ogni parte della zona di Sant’Ambrogio. Anche sedersi al tavolo di un locale era motivo di ammirazione. Ma dopo aver finito il caffè americano aveva da fare la pipì, non trovò un bagno e così si sedette su un muretto e aspettò che si facesse l’ora della lezione successiva.
Anche nei giorni seguenti andò a prendersi il caffè americano. Si sentiva piena, libera, grazie a quell’esperienza che durava da neppure una settimana. Nuove conoscenze, nuova città, nuove ambientazioni, una nuova vita, con un nuovo caffè. E stava andando proprio da Arnold quando una mattina inciampò e quasi cadde da una rampa di scale all’università. Pensò che fare brutte figure le serviva per ricordarle chi fosse. Il pomeriggio di giorno cinque aveva ricevuto una telefonata, volevano finanziare la pubblicazione di duemila copie del suo racconto. Cadere le serviva per tenere sotto controllo la convinzione crescente e altezzosa della sua carriera. Fallire era fondamentale per non diventare presuntuosi. Lei era una ragazza, una bambina che gattonava e ancora inciampava nel mondo delle grandi carriere. Ma amava le biografie letterarie. Cadere le serviva per ricordare di essere ancora piccola.
Una sera di quella prima settimana andò a trovare i cugini Lumerigo.
«Non c’era destino che rimanessi dove volevo» disse Lavinia.
«Oh, certo che c’è» le rispose sua cugina, mentre finivano l’insalata di mandorle e arance rosse.
«Non sono dove volevo essere qualche anno fa, due anni fa non volevo starmene qui, avevo scelto Palermo»
«Ma non sei forse dove vuoi essere oggi?» le sorrise Bianca.