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lunedì 15 luglio 2013

La studentessa inesistente

(Nota dell'autrice: da dove nascono le storie? Oggi vi dico dalla Sfiga. Solo dopo una giornata come questa, poteva nascere “La studentessa inesistente”. Ammetto che mi sento un po’ una scrittrice comunista con questo testo, forse sarò anche così d’ora in poi.)

La studentessa inesistente


È stato nella biblioteca dell’università statale di Milano che mi sono accorta di come lo studio alieni noi giovani. Dopo tre ore passate concentrata su un testo di letteratura, ho alzato il capo e mi sono guardata attorno. Tutti erano chini, la luce dei loro posti li illuminava uno a uno, seri e impegnati. Erano lontani anni luce dal mio momentaneo risveglio.
Ma non fu solo quello a farmi capire che eravamo affetti da alienazione da studio, neppure il fatto che sapevo che la società aveva prolungato la preparazione sino ad un’età incredibilmente adulta. Fino a trent’anni in Italia studiamo, perché, sì, per avere un buon lavoro dobbiamo fare una triennale, una specialistica, un master, qualche stage prestigioso. Ed è come se la maggior parte non sentisse l’ansia del tempo. Ma chi studia biografie letterarie come me, viene assalito sempre dall’ansia del tempo. Alla mia età si dovrebbero fare le grandi cose, si dovrebbero smuovere i poteri, le terre, andare contro mare. Si dovrebbe scrivere la propria singolare biografia e invece ridotti all’alienazione. In quell’orrendo momentaneo risveglio l’università mi sembrò una fabbrica a catena di montaggio. Ma non fu solo quello, dicevo.
Mi accorsi dell’effetto dello studio una volta uscita fuori da quell’enorme sala studio, dal tetto altissimo che rendeva ancora più piccole le figure studiose al mio passaggio; al mio passaggio quelle figure non sembravano ingrandirsi, ma rimanere sempre minute. E come non me lo spiegavo.
Uscita all’aria, la realtà non pareva realtà. I miei occhi da miope sembravano velati da qualcosa che non c’entrava con i gradi mancanti. C’era un distacco tra me e le colonne, i corridoi, che riguardava anche il mio udito e il mio tatto; e lo ripetevo alla mia amica che mi stava accanto e che non pareva rendersi conto dell’alienazione.
Io mi ero momentaneamente risvegliata, e lei?
Non lo sapevo. Non sapevo quanti eravamo svegli, l’unico modo per scoprirlo era parlare loro, trovarli tra i tanti… e fare cosa? Una congregazione? Fare gli emarginati? O le guide? Ma gli automi non seguono mai le guide morigerate, i giusti, seguono quelle che gli hanno messo i cip dentro. Il cip della fede, sapete? Quel cip che rende gli automi convinti, senza dubbi. Quel che fanno è la cosa corretta, fa credere loro il cip, devono fare la guerra per questo, dice loro il cip.
E allora cosa potevo fare io? Non volevo vedere quelle menti flaccide, temevo le menti flaccide, le più pericolose. Le menti sciocche sono davvero le più spaventose. E allora mi ripromisi tre volte di cominciare a cercare gente brillante, che vivesse momenti di risveglio più costanti e lunghi dei miei.
Dovevo avere questo impegno. Se io avessi aiutato loro, loro avrebbero aiutato me. E forse avremmo trovato un modo per rimanere svegli. Inalienati.
E l’ignoranza? Come avrei colmato l’ignoranza che detestavo? Oh, io non la detestavo più. Era grazie all’ignoranza che la gente e le cose sapevano ancora sorprendermi, come quando da piccoli si osserva per la prima volta la terra in giardino, rannicchiati con il petto sulle ginocchia a quattro piccoli palmi di distanza da essa.
Ma improvvisamente mi tornò una paura. Ora non potevo permettermi quei pensieri, non potevo creare quelle illusioni, quelle domande. Avevo un esame da sostenere a giorni. Avevo un esame dopo qualche giorno.
Così tornai dentro, al mio posto, in biblioteca, a studiare. Dormire è una delle migliori fughe di sempre, si fugge interamente dalla vita. Sentire piegare le gambe per sedermi fu l’ultima sensazione e già giravo le pagine, dormivo come non mai, studiando alienata e allineata agli altri, sino a non potevo sapere quando.

martedì 9 luglio 2013

Poesia che un poeta ubriaco decanta, magari mentre fa pipì in un vicolo

(Nota dell'autrice: leggere velocemente per ricreare il suono, lentamente per comprenderne il significato)

Poesia che un poeta ubriaco decanta, magari mentre fa pipì in un vicolo

Il sole cambia colore a tutto,
e non è questione di luce.
La terra, la pelle, rossa;
i campi, i capelli, biondi.
Ma non è la luce.
Cambia come ustione e guarigione,
cambia come pennarello e altro.
Cambia come con il profumo.
Ma il Sole non è la Terra
E la Terra non cambia il Sole.
«E il vino?
Cambia, il vino, al sole?
Cambia forse colore?>>
Il vino non è la terra e la
Terra cambia il vino.
Il sole è poesia,
la terra sua poetica,
il vino fa poesia.
Ma la poesia è
quando qualcuno
decide di fare
di un vaneggiamento 
il genio.
Il non significato
scorrevole e
cantilenante, frenetico, succinto,
è poesia.
Il linguaggio diverso, uguale.
Il vino è poesia, non bevuto.
Il vaneggiamento
geniale è quello naturale,
sfinito, lacerato, imbrunito.
E il sole cambia i colori,
imbrunisce il vaneggiamento,
è poesia.