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Siamo Cosmopoliti. Blog di viaggi d'Arte, Fantasia e Regioni. Viaggi nel Cinema, nel Teatro. Cosmopoliti di città e di scena. Dall’Italia al romanzo, dal racconto alla fiction, dal Teatro all'economia. Confondere Letteratura, Arte, Città, Nazioni sarà un modo per incantare.

martedì 12 novembre 2013

L'Isola delle Femmine

(Nota dell'autrice: semi-misandrica ancora una volta. Comincio a divertirmi a inventare storie di questo genere. C'è un fiabesco, un leggendario, nella misandria. Un certo mistero dovuto alle persone che decidono di stare sole o parzialmente tali. Comunque sia, credo che ormai "misandrico" è il tema di un mio progetto. Dopotutto potrebbe essere un modo per unire letterarietà e consumismo. Vedremo...)    




Non so descrivere il cielo che c’era il giorno in cui andai a vivere sull’Isola delle Femmine.
Di fronte a me, sull’autostrada, una massa alta e grigia, scura, era bucata dalla luce del sole. La luce creava un effetto straordinario lungo i bordi delle nuvole. Poi, volgendo verso la mia destra, oltre il finestrino, tutto era come graffiato, stracciato, e mentre la macchina correva, notavo tutti i blu, gli azzurri accesi e i celesti limpidi che andavano ad alternarsi a quelle nuvole lacerate orizzontalmente, fino a raggiungere il mare basso. Ero lontana dalla materia e rischiavo di svenire, di annullarmi, per la bellezza di quella natura così grandiosa e che non vedevo da tanto. Non parlavo con il conducente e temevo che mi chiedesse ad un tratto cosa stavo pensando. Lo temevo perché ero come in estasi. Giuro che quanto detto, per come è stato detto, non descrive neppure lontanamente ciò che si presentava di fronte a me quel giorno. So di non essere riuscita a farvi vedere ciò che ho visto, perché quel cielo non è facile da descrivere.
Stavo accompagnando mio fratello ad un appuntamento di lavoro. Il conducente era lui. Guidò fuori dall’autostrada e dopo venti minuti ci ritrovammo in una località di mare. Posteggiò su uno spiazzo di cemento ed entrambi scendemmo. Voleva che tenessi le chiavi, mentre lui andava dentro un ufficio a sbrigare cose di cui mi interessavo a puntate. Stetti appoggiata allo sportello per un po’, guardavo il mare e l’Isola delle Femmine che calamitava di fronte i miei occhi.
Misi l’allarme alla macchina e posai le chiavi in tasca. Mi mossi mollemente sino a scendere un gradino e toccare la sabbia. Avanzai tanto da raggiungere le prime onde. C’era una barca di legno, l’avevo vista da lontano, i remi stavano uno dentro e uno sulla spiaggia. Presi quello fuori e lo gettai dentro insieme all’altro. Mi guardai attorno, non c’era nessuno, non avevo la possibilità di avvertire nessuno, non ascoltai il senso di responsabilità e seguii soltanto l’istinto. Spinsi la barca in mare, tolsi le scarpe e le gettai insieme al maglioncino tra i remi. Alzai i jeans che si erano già bagnati  sino alle ginocchia. Tastai la mia tasca, estrassi le chiavi della macchina e le poggiai su una roccia lontana dal mare, vicino a dove avevo trovato la barca. Era il mio baratto con il suo proprietario. Mio fratello non avrebbe voluto che me ne andassi, tanto meno che lasciassi le chiavi della sua auto costosa su uno scoglio ad un pescatore. Ma lo feci con tutto il gusto della libertà. Non potevo farne a meno. Salii sulla barca, sentendo il legno sotto i piedi. Cominciai a remare e ci vollero un’ora di voga, di slancio e respiro, e due pause sotto al sole e alle nuvole.
Pregai anche. Ma non la preghiera di chi chiede un buon mare o dei marinai che chiedevano un ritorno. Io chiesi che nessuno arrivasse a turbare o invadere la vita che avrei creato.
Andai a vivere sull’Isola delle Femmine. Una delle mie abitudini laggiù fu di correre attorno a quella terra, per conoscerla. Correre lì significava avere continuamente lo sguardo sul mare, verso il cielo, essere come i gabbiani. Era tutto quello che mi serviva.
Quando ancora non abitavo lì, avevo sempre rimproverato alle mie amiche la loro sciocca scommessa sul rapporto a due: rimproveravo quelle che ponevano la loro attenzione su, non l'amore, ma solo sul rapporto a due, il loro malato voler trovare qualcuno a tutti i costi.
<<Ca siti foddri (trad. “Che siete folli”) >>, l’avevo ripetuto tante volte alle loro teste.
Ciò nonostante avevo anche ammesso che avrebbero dovuto rimproverare pure me, che avevo focalizzato tutto sull'amore e non sul rapporto a due. Avrebbero dovuto rimproverarmi per le mie ossessioni e allora forse non mi sarei trovata lì, sull’Isola delle Femmine.
Un giorno mi giunse una notizia triste da parte di un’amica e allora spinsi la barca con il piede verso il mare e ripresi a remare. Ritornai. Dovetti fare di più. Stavo andando a prendere quella ragazza che conoscevo da tanto. Piangeva, piangeva e voleva parlare. Ma io non volevo avere tempo per ascoltare quelle lagne su uomini che prendevano in giro le donne. Allora le dissi di stare zitta, la trascinai a forza sulla barca. Ricordo perfettamente di averla presa per i capelli, con una certa violenza, e poi strattonata sulla barca. Dovetti remare, remare, remare molto veloce e senza sosta, e ripetere quella preghiera che sino ad allora era stata ascoltata. Nessuno, speravo, sarebbe dovuto arrivare a disturbare.
Piano piano avevo riempito quell’isola. Non tutte le femmine che vennero ad abitarvi avevano avuto bisogno della mia autorevolezza, alcune giunsero da sole. Una addirittura arrivò a nuoto, fu quella che mi stupì più di tutte. Di tanto in tanto qualcuna se ne andava. I periodi di permanenza variavano da femmina a femmina.
Le regole le dettavo io, che vi abitavo da più tempo e avevo ormai braccia quasi da uomo, e per questo mi condannavo un po’. Cambiavo atteggiamento in continuazione, a volte severa, altre volte democratica, altre ancora anarchica o selvaggia.
Quando l’unica regola fu decisa e venne rispettata, una certa stabilità, compattezza, dipinse il cielo.
Io fui la prima ad arrivare, ma non l’ultima ad andarsene. Ricordo il giorno in cui andai via, erano passati tre anni dal primo. Portai con me la barca, ne erano state costruite altre, per questo avevo voluto portarla via. Quando giunsi sulla battigia, trovai le chiavi dell’auto di mio fratello là, dove le avevo lasciate, sulla roccia. Decisi quindi che il baratto con il pescatore non si era concluso o era da ritenere decaduto. Presi le chiavi, per sicurezza le misi in tasca, e salii sul gradino di cemento cinquanta passi più avanti. La macchina era ancora là e sbuffai, sapevo che mio fratello non aveva ancora finito. La vita sull’Isola delle Femmine però vi dico che era esistita davvero, per tre anni. Era il cielo, solo il cielo era difficile da spiegare, così strappato, come graffiato per esteso da sinistra verso destra sopra quell’autostrada. 

giovedì 7 novembre 2013

Prima era, ora fu

(Nota dell'autrice: scritta il 5 e il 7 novembre 2013, "Prima era, ora fu" è una poesia molto libera metricamente, e data la passione per la narrazione fantastica, l'intenzione è stata sin da subito di versificare una breve fiaba utopistica. Più bio, per una civiltà più limpida. Usiamo la tecnologia pulita. Il mio invito lo faccio con le rime, come i brindisi ;) )


In primavera nell’estrema Nalù
vi si recò una donna dell’Occidente radicale,
andò lì perché non c’era il tempo presente, ma uno strano crinale:
Prima era, ora fu.
Non vi era scritto nome sulla strada,
mancavano percorsi e indicazioni
e non c’era mappa: di illusioni
era creata Nalù, città d’arte, non Dada,
ma sì del Caso, di dubbio e incertezze.

La donna solitaria, constatate le grandi altezze
- C’erano vette su vette a Nalù -
vide il tempo procedere matto “Prima era, ora fu”.
Un gioco di città era Nalù,
che era stata davvero costruita
da chi del mondo si era istruita.

La donna dell’Occidente radicale,
si era tinta e rivestita,
aveva un tempo osservato come assale
la natura potente e risentita.
Irresistibile, calamitica, era ora,
potente e visionaria,
non vi era caldo, vento, bora.
Nalù era aria
buona.
Buona.

Polis immaginaria
inarcata di strutture bio:
dell’energia del vento si faceva mondo.
Eliche di mulini moderni,
gigantesse inanimate andavano girando,
e come per volontà di un Dio,
il male sembrava rimanere lungo i confini esterni.

La donna dell’Occidente radicale,
pareva già introdurre qualcosa a Nalù.
Considerazioni, orazioni,
invocava, interrogava.
E un giorno salì sulle vette, lassù,
sola ancora una volta, per curiosità del crinale.
Cominciò a narrare.
L’aria portò le parole lontano,
ovunque, fino le eliche: lì il suono investì
nuovamente l’atmosfera
e le pale le resero meno rare, a raggiera.
Si diffusero, i termini, e c’era il presente finalmente lì,
e qualcosa di limpido e arcano,

come se le parole di quella novella Diana,
dall’altitudine leggera,
non dimenticata la propria era,
avessero potuto tramutare Nalù in realtà quotidiana.

lunedì 4 novembre 2013

Che donna intelligente era stata

(Nota dell'autrice: le ipotesi di come le vite si possano sviluppare sono, anche loro, fonte di immaginazione, di racconti e autoanalisi. Ecco dunque una nuova novella, questa volta di una misandria più nascosta, quasi-misandrica.
Spero sempre che la mente del personaggio non venga confusa con la mia. D’altronde non si può scrivere solo di rose e fiori, di cui ho anche scritto. Se la scrittura è un gioco, allora è bene spaziare nelle immedesimazioni e nei generi. Enjoy this short read.)



Che donna intelligente era stata.
A  ventidue anni aveva già pubblicato due saggi di sociologia contemporanea, scriveva su più testate giornalistiche, stava concludendo il suo primo romanzo e studiava scienze della formazione.
Le si prospettava un avvenire non comune, quando aveva improvvisamente deciso di smettere. Aveva capito che, dopo il fascino per le figure forti, quelle libere che scardinano dalla terra anche il resto della società, dopo il fascino, non restava che l’infelicità. Aveva, ancora peggio, compreso che era l’infelicità ad alimentare tutta la grandezza delle personalità nelle quali finiva per riconoscersi e nelle quali voleva riconoscersi.
Così si era trovata ad un bivio tragico, uno di quelli in cui si decide per la cosa più difficile, più contronatura, la più conveniente per il dopo.
Aveva capito perché per secoli le donne erano rimaste in disparte: se fosse ritornata in disparte anche lei, come le tante altre del passato e del presente, allora sarebbe stata finalmente normale, felice, fresca.
Ma come poteva essere così? Doveva scegliere se guidare o lasciare le redini, lasciare la frizione, lasciare qualsiasi meccanismo di sé, rideponendo la sua sbocciata vita a forze che non conosceva. Doveva ritornare formica tra le formiche, e doveva andare nella loro stessa direzione, perdere quell’abitudine a baciarle contromano.
Nessuno in città avrebbe pensato che sarebbe finita così. Chi la conosceva aveva da tempo capito che il suo sguardo superbo era soltanto determinazione mista a desiderio di sognare. Era la superbia dell’arte e della rarità. Chi poteva condannare quel tipo di sentimento? Dopotutto creava uno sguardo così bello, così colto. Sì, era lo sguardo dei colti, non degli accademici, i colti quelli che avevano compreso come la propria vocazione e la propria strada andassero in un verso unico.
Ma lei aveva cambiato direzione. D’altra parte era una che guidava, le piacevano le marce. Avrebbe saputo mettere il cambio automatico per lungo tempo?
Il suo era un animo tormentato. Aveva mollato tutto per capire se sarebbe finita quella sensazione al ventre, se quelle tormente interne, afose, avessero smesso una buona volta, se anche lei avesse smesso con sogni, ambizioni. Lei si era fermata. Ora, ferma, pensava che non doveva fare nulla. Non aveva responsabilità verso gli altri, né verso se stessa.
Il trucco fu facile perché si basava sul trucco.
Smise di ascoltare telegiornali, di informarsi. Cominciò a badare solo ai propri capelli e all’estetica. Le sembrava di aver trovato l’incoscienza. Era di un’incoscienza che odorava di secoli, millenni, odorava di ogni donna rimasta nascosta nella storia, di quelle che i libri non li volevano neppure regalati. Sarebbe stata la mummia della miglior vita.
Che donna intelligente era stata.
Venti anni dopo nessuno diceva nulla di lei. A vederla in auto, in casa o per le strade, era uguale ai cliché delle donne-pubblicità, era uguale a tutte coloro che nel Duemiladieci sembravano senza pensieri. Era una di quelle che, ad osservarla, veniva da chiedersi come facesse a vivere così. In quel modo. Viveva, viveva e basta. Puliva casa, usciva, si faceva bella, pranzava con il marito e aiutava i figli a studiare, i figli così belli che somigliavano al padre per diligenza e nei sorrisi.
Ci si chiedeva come avesse fatto. Come era riuscita? Come aveva potuto?
Che donna intelligente era stata.
Era stato mentre metteva il latte a tavola e serviva la colazione alla famiglia che amava, che una mattina andò in onda l’intervista ad una venticinquenne dal maglione blu, a collo alto. Aveva vinto un premio letterario under 30. Una giornalista della Rai le poneva una domanda dopo l’altra e la ragazza rispondeva umile, come se quella vittoria potesse essere considerata una prova per la propria anima.
Nel frattempo la colazione stava continuando al di qua dello schermo; i bambini e il marito mangiavano senza prestare attenzione all’intervista. Le palpebre della donna invece andarono su e giù due volte.
Che donna intelligente era stata.
Chi avrebbe capito? era l’unica domanda che si era posta venti anni prima, prima di fermarsi, e che ora non si poneva più.
Erano giunti poi i suoi sessantadue anni e aveva preso l’abitudine di raccontare il proprio passato ai nipoti, oltre che curare il giardino di casa. I bambini stavano entrando in soggiorno accompagnati dal genero, quando una mattina verso mezzogiorno era stata invitata in tv una scrittrice di quarantacinque anni per pubblicizzare l'uscita del suo quarto romanzo.
La donna cambiò canale, sintonizzandone uno per i nipoti.
Che donna intelligente era stata.
A ottantadue anni apprese che la vincitrice del premio Nobel per la Letteratura di quell’anno era stata scelta tra due sessantacinquenni, entrambe italiane.
Non ricordava più dove avesse messo il suo ultimo pensiero scritto, dove avesse segnato l’ultimo pensiero prima di fermarsi. E quando in un pomeriggio sonnacchioso sognò bizzarramente le parole che aveva scritto sessant’anni prima, non se ne rese neppure conto. Una figura giovane, brillante, che prometteva, parlava, alzata proprio di fronte a lei.
Non so quale maledizione mi colpì, ma fui costretta a non innamorarmi mai delle cose reali nonostante fossi avvezza da sempre alla verità e la ricercassi continuamente. Gli uomini di cui mi innamorai, quando erano belli per me, erano brutti per gli altri; quando li vedevo intelligenti, erano visti sciocchi; quello che poi mi pareva il più buono, fu il più cattivo; il più simile a me, il più diverso; il più affascinante, il più grezzo; quello su cui avevo maggiori aspettative, si rivelò il più deludente. Quando capii che si trattava di una maledizione, perché non poteva essere altrimenti, mi chiusi dentro la cucina e bevvi tutta l'acqua che riuscii a introdurre nel mio organismo. E aveva un senso tutto quello che feci. Dopo infatti uscii. Ne avevo voglia. Ero piena e gli altri mi vedevano piena. Ma quello che seppi solo io fu che, non l'acqua, non la fantasia, ma le frivolezze mi facevano vedere come gli altri. La leggerezza dello spirito, e non del corpo, fa vedere il presente. Ero pesante d'acqua, ma il mio pensiero aveva il peso delle zucchero filato. Ero finalmente un pò più sciocca e un pò più felice
Chi avrebbe capito?
Che donna intelligente che era stata.