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mercoledì 25 dicembre 2013

Trenetterario


(Scorrere alla fine del brano per la nota dell'autrice)
 
 
Una vecchia signora dai capelli cotonati si rivolse alla donna che aveva accanto e con tono squillante le disse di fare attenzione. Entrambe avevano i volti incartapecoriti e stavano salendo sul treno davanti agli occhi curiosi di G.L., un giovane di ventotto anni.
Dalla banchina del binario cinque diretto a Como, lui osservava da parecchi minuti quante più persone poteva. Fece passare avanti una ragazza carica di libri, che pensò dovesse essere una studentessa, poi andò a prendere posto.
G.L. stava cercando storie, aveva bisogno di un soggetto. Non sembrava un uomo ansioso di successo, ma lo era: vicino ai trent’anni temeva di non saper più raccontare, soprattutto temeva di non esserne all’altezza.
Da un po’ si era convinto che la letteratura del nuovo millennio appartenesse alle donne, era bizzarro, ma per lui era come se il mondo si fosse capovolto. A partire dall’Ottocento i grandi autori cominciavano ad essere le grandi autrici. Le scrittrici avevano dato vita a capolavori della letteratura e ora, giusto ora che lui aspirava a divenire uno scrittore popolare, ora erano le donne che vincevano. Era nato nel secolo sbagliato.
In mente gli venivano innumerevoli nomi di autrici. Tutto ciò di più gradito nella contemporaneità era produzione loro. E se un tempo alle grandi scrittrici veniva riconosciuta una mente da uomo, ora era G.L. che si riconosceva un intelletto femminile. Il problema era proprio questo, lui si sentiva sdolcinato, soggettivamente troppo delicato, allo stesso modo di come da lettore giovane e casalingo aveva reputato Petrarca. Gli uomini ormai scrivevano cose svenevoli e talmente sciocche che mancavano di letterarietà, credeva. I nomi delle autrici gli si ripresentavano continuamente come pensieri fissi e ripetitivi. Austen, Alcott, Rowling, Rhimes. Jane, Joanne, Joìne. Tutti nomi che gli martellavano la testa.
Austen, Alcott, Rowling, Rhimes. Jane, Joanne, Joìne.
Poi si distrasse. Il treno andava verso Como, era partito da diversi minuti, fuori dal finestrino il paesaggio scorreva veloce e sfocato: a G.L. ricordò uno dei quadri plurisignificantisti visti durante una mostra al Palazzo Reale.
Quel passeggero di idee tornò ad osservare le persone a lui più vicine. La ragazza universitaria era sparita. A fianco a lui una donna sui quaranta era a telefono e non faceva nulla per non fare sentire la propria conversazione. Tuttavia lui non ne fu infastidito, al contrario si dimostrava curioso in ogni cosa.
Senza accorgersene G.L. continuava a ritrarre impastosamente le labbra, come se volesse ingoiarsele. In tutto lui sembrava impastato, la sua voce era impastata, la sua bocca lo era. Era un uomo impastato perché pensava troppo, era impastato nella testa. Ma se qualcuno gli avesse chiesto cosa significasse, lui non avrebbe saputo dare una risposta.
La barba scura, curata, e il suo muovere la bocca a quel modo avevano richiamato lo sguardo della donna al telefono. Lui non sembrava averci badato, tanto era pensieroso.
Sentiva di stare vivendo un’età di ribaltamento. Era come durante un rapporto con l’altro sesso, quel momento in cui la donna decide di stare sopra. Il suo era il sesso ribaltato. In letteratura, in economia, in politica, in ogni cosa.
Aveva smesso di fare smorfie, perso in tali pensieri che credeva ora eccezionali e lungimiranti.
G.L. venne distratto di nuovo, questa volta da una conversazione.
<<Scrivere troppo correttamente sarebbe sbagliato: viviamo in un mondo la cui lingua è decisa dagli strati sociali più bassi. Per essere realistici bisogna essere un po’ ignoranti o scorretti e inopportuni>> disse una voce maschile da dietro il sedile. Il ventottenne pensò che ad aver parlato dovesse essere un professore.
G.L. non aveva mai studiato a scuola per motivi di salute, era un autodidatta, e per questo soffriva di timidezza: il suo comportamento impastoiato, per lui, non era come un virus, come una febbre, ma era vissuto come un malessere cronico, da ciò ne soffriva, non senza ormai un po’ di affezione.
Autodidatta impastoiato, alle parole udite, sembrò illuminarsi. Anche se non era stato mai accademicamente brillante, aveva un buon intuito e un discreto senso di osservazione critico-editoriale. Si definiva bifronte per il suo essere bloccato e infinito.
G.L. vide la donna a fianco a sé chiudere la telefonata e allontanarsi lungo il corridoio della carrozza del treno.
<<Concordo in ciò che dice, Professore>> fece una nuova voce, questa volta femminile, ancora dietro le spalle di G.L., il quale si scoprì compiaciuto di aver individuato la professione dell’uomo.
<<Bisogna aggiungere che se fino ad un secolo fa i maschi venivano iniziati nelle case di tolleranza>> il Professore cominciò una nuova considerazione <<adesso gli uomini sono i giocattoli giovani, belli, ricchi o maturi delle donne. L’iniziazione avviene nel peggiore dei modi. Sono sempre le donne a farli cambiare, ma solo secondo i loro gusti, i vostri gusti, sempre se non li prendete per poi lasciarli appena stanche>>.
Un mezzomisogino, ecco cos'era!
<<Professore, credo che lei abbia ragione su tutto, ma per secoli ci siamo oscurate>> continuò la voce giovane e femminile <<la nostra, fosse rivalsa o vendetta, è ad ogni modo come un nuovo senso del dovere. Sta tornando la ginarchia, il matriarcato>>.
<< È forse questo senso del dovere a farvi primeggiare? I dati delle aziende sono i primi ad affermare la vostra eccellenza amministrativa>>.
<<Forse; in letteratura però è causa dell’uomo, lo scavalcamento che subisce>>.
<<Si spieghi meglio>>.
<<Gli uomini hanno parlato per secoli delle stesse cose. Se volessi rimanere nella storia della poesia come hanno fatto loro, dovrei soltanto usare il linguaggio quotidiano, a tratti poetico, visionario; parlerei della fugacità del tempo, del ricordo, dell’età felice fanciullesca o descriverei le città e le folle; e se lo facessi con la nostalgia del passato allora verrei consacrata a classico>> ad un tratto la donna fece una pausa, non poco teatrale, e riprese dispettosa <<Tutti così questi grandi poeti italiani. C’è il rischio che diventino ridicoli da un momento all’altro, da un secolo all’altro. Si dice di loro che cambiano, che portano innovazione, ma hanno scritto tutti le stesse cose>>.
G.L. era esterrefatto per quella coincidenza, per quella conversazione così affine al suo pensiero, così radicale e severa.
A quel punto decise di alzarsi e andarsi a sedere dietro, con quei due passeggeri, in modo da potersi intrattenere nella conversazione.
<<È vero, bastano un’analisi attenta e una scrittura semplice, la semplicità dei tuoi anni, intendo. Prima o poi infatti sarà un linguaggio antico, classico e verrà qualcun altro a richiamare una nuova semplicità, che comunque rimane uguale alla tua, figliolo>> a quelle parole G.L. trasalì, era all’in piedi, bloccato. La voce era del Professore, ma seduto sui sedili non c’era nessuno.
<<Ma cosa...?!>> esclamò perplesso il giovane passeggero, trattenendo a stento lo stupore.
<<Trenetterario, trenetterario…>>
Trenetterario, trenetterario.
G.L. non capiva, era attonito; i sedili erano liberi: non vi erano figure da dove erano arrivate le voci. Lui si guardò attorno, non c’era nessun passeggero oltre a lui.
<<Ma cosa? >> ripeté.
<<Questo è un treno letterario, ragazzo. Trenetterario, trenetterario>>.
<<Non sai in che modo pensi? >> domandò ora la voce femminile.
<<Figliolo, non sai forse com’è fatta la tua mente?>> lo interrogò il Professore evanescente.
Sebbene invisibile, qualcosa doveva esserci, sonoramente c’era.
G.L. non rispose, aspettò che una delle voci seguitasse nella spiegazione.
<<Vedi, figliolo, tu sei un saggista, un critico, e la tua mente lavora così>> prese a spiegare la voce maschile <<come un treno>>.
<<Ci sono menti intellettuali che pensano veloci e seguono un percorso lineare. Ci sono poi menti come flipper: il loro pensiero si muove rapido, spinto di volta in volta da un lato all’altro, balzando, schizzando da una parte all’altra. Tan, tan, tan. Intellettuali, artisti che impazziscono presto. E infine ci sono menti con pensieri come cavalli: selvaggi, veloci, che scorrono senza un percorso stabilito, ma liberi di muoversi a seconda dell’istinto, del muscolo; e non dal solo Caso come per il flipper, e sempre più libero e bizzarro di un treno. Ma tu sei un treno, un treno moderno, veloce>>
Trenetterario, trenetterario.
Per G.L. era un crescendo di confusione, era disorientato. Non stava dormendo, non stava sognando. Cosa stava facendo per essere in quello stato?
<<Stai pensando e il trenetterario è il tuo essere impastato, ragazzo>>.
Ogni frase era una lezione di smarrimento. Più il tempo passava, più tutto perdeva senso. E quel "figliolo", quel "ragazzo", ripetuti in continuazione non facevano che dimezzarlo tra fastidio e rassicurazione.
<<La mia mente>> disse come febbricitante, ma ad un tratto desideroso di rimanere lì per spiegarsi <<Io mi conosco, so di essere anche irruente>>.
<<Si sente un cavallo, Professore>> rise la voce femminile.
<<Cara, lascia che parli>>.
<<Sì, sì, certo, ma resterà confuso per un altro po’, se lo lasciamo fare. E noi non saremmo qui se lui non fosse un trenetterario>>
<<Oh, suvvia, silenzio>> sbottò la voce dell'uomo accademico.
<<Qualche volta, qualche volta>> diede come risposta G.L. <<ho anche scritto qualche canzone>>
<<Oh, cielo! Ah, sì?>> la donna pareva ora cominciare a schernirlo <<E come fanno queste canzoni? Recitane una>>.
G.L. rimase un attimo fermo, indeciso, non sapendo se dovesse davvero ripetere un testo.
<<Sì, sì, forza>> incitò la voce-donna. E non ricevendo nessun diniego dal Professore, cominciò una canzone, che però non era sua:
 
Poesia che un poeta ubriaco decanta, magari mentre fa pipì in un vicolo
 
Il sole cambia colore a tutto,
e non è questione di luce.
La terra, la pelle, rossa;
i campi, i capelli, biondi.
Ma non è la luce.
Cambia come ustione e guarigione,
cambia come pennarello e altro.
Cambia come con il profumo.
Ma il Sole non è la Terra
E la Terra non cambia il Sole.
«E il vino?
Cambia, il vino, al sole?
Cambia forse colore?>>
Il vino non è la terra e la
Terra cambia il vino.
Il sole è poesia,
la terra sua poetica,
il vino fa poesia.
Ma la poesia è
quando qualcuno
decide di fare
di un vaneggiamento il genio.
Il non significato
scorrevole e
cantilenante, frenetico, succinto,
è poesia.
Il linguaggio diverso, uguale.
Il vino è poesia, non bevuto.
Il vaneggiamento
geniale è quello naturale,
sfinito, lacerato, imbrunito.
E il sole cambia i colori,
imbrunisce il vaneggiamento,
è poesia.
 
<<Oh, effettivamente potrebbe sembrare anche un cavallo, vedo che è un capitalista dal cuore di sinistra>> dovette concludere la voce-donna.
<<Forse è vero che chi scrive fiabe non può che essere di sinistra. Talvolta neppure i contadini sono vicini al popolo quanto i sognatori>> fece eco la voce del Professore.
G.L. credeva da tempo che esistessero due tipi di gente di sinistra. C’erano i comunisti poveri, tutti desiderosi di una ricchezza che non avevano mai avuto; e c’erano i sognatori, questi poveri spacciati, elitari ma altruisti, pensierosi ma reazionari, timidi ma passionali; quelli che se avessero potuto stare su una nuvola, ci sarebbero stati, a guardare giù tutti; quelli che amavano da lontano, per forze strane.
<<Non deve essere difficile trovare una storia per una mente così stilisticamente poliedrica>> aggiunse il Professore, come alleggerendo le preoccupazioni di G.L.
<<Qualcuno talvolta arriva e mi sottolinea come, fintanto che non si guadagna con essa, la scrittura non può essere intesa come attività lavorativa. Tengo a dire in mia difesa, in questo tribunale di econocentrici, che il lavoro è nato prima della moneta. Ma capisco che la visione edulcorata del capitalismo -che mi piace perché consente se non altro un cambiamento e un progresso dei vestiti, degli abiti del nostro tempo, che verranno prima o poi a distinguerci nei secoli- fa sì che venga confuso il lavoro con il profitto, l'amore con l'interesse e Banderas per un panettiere solitario tra spighe e mulini di un mondo bucolico e privato>> la voce-donna aveva assunto un tono diverso, da arringa, aveva parlato come se fosse un’avvocatessa per metà estranea a ciò che stava accadendo. Quell’attimo di alienazione dialogica stridette, ma tutto, ogni azione, era un continuo stridere con l’attimo precedente.
Dal finestrino da qualche attimo stava entrando una nebbia bassa e sottile; aveva già avvolto i piedi e le caviglie di G.L., andava spostandosi e ora si era alzata sino a che il ragazzo non poté distinguere più metà di sé. Si voltò, alla sua destra non vi era più il treno. Si trovava adesso in un luogo per metà treno per metà teatro. Materialmente laddove si allineavano i sedili del pubblico, lì cominciava la parte di treno che si estendeva alla sua sinistra. Come un modellino di cartone realizzato da un bambino per gioco, quell’ambiente destò l’attenzione completa del ventottenne.
Sulle teste del pubblico comparvero, fluttuanti, delle figure che a mano a mano andavano addensandosi. Un cavallo correva cavalcato da un uomo sopra gli spettatori che non si mossero, non vedendo ciò che stava accadendo. Ritratte non più sull’ambiente chiuso di un teatro, ma su un paesaggio verde, su una pianura materializzatasi lentamente sotto i soli occhi di G.L., le figure si avvicinavano.
Il cavallo correva e si avvicinava inarrestabile ad un uomo semialzato.
Il cavaliere tirò fuori la propria spada e una testa volò in alto, rotolando poi a terra con ancora un’espressione di scherno.
Il corpo senza testa ricadde in avanti, mentre il cavaliere e il cavallo si voltavano a guardare.
Poco distante e a loro invisibile, un terzo essere scosse il capo, desolato, e alzata una mano alla bocca soffiò verso la testa senza corpo. Questa si alzò da terra, avvolta da una luce brillantinosa, luccicante come paillettes, e volteggiò tre volte prima di andarsi a posizionare sulle spalle del proprio ex corpo.
Gli occhi del capo mozzato strabuzzarono e una risata risuonò. Il cavaliere corse via e quando l’altro uomo si alzò da terra, la testa gli scivolò dal collo: quasi perdendo l’equilibrio la prese tra le mani.
<<Ma cosa succede?>> domandò la testa al corpo; questo alzò le spalle.
"Come avrebbe potuto rispondere d’altronde?" si chiese G.L., immerso in quelle vicende. Ciò che era surreale per chiunque altro, a lui non appariva diverso dal quotidiano.
<<C’è chi è la propria testa e chi è il proprio corpo, raramente si è pienamente entrambi. Io sono la mia mente>> affermò la testa.
" E io sono la mia mente?" o era il suo corpo? G.L. si toccò la barba.
E chi era quell’altro? Quel cavaliere? G.L sembrava incuriosito solo dai personaggi e non da quell’inverosimile viaggio, dagli strani ambienti.
<<È sempre attraverso un punto di vista a noi esterno che ci rendiamo conto se siamo più mente o più corpo>> mormorò tra sé. Il pubblico-spettacolo-spettatore era tornato adesso alla sua destra e lui era di nuovo solo lì di fronte.
<<E l’altro ancora? Quello del soffio?>> continuò a mormorare a voce questa volta più alta, con l’apparente irritazione di chi si chiede perché la persona che sta aspettando sia in ritardo.
<<Doveva essere una divinità punita; in principio era un dio greco, che fu costretto a vivere in un’epoca di non credenti: nel Medioevo, laddove era stato spedito, nessuno più credeva a divinità bizantine, e lui pareva più una fatina che una divinità da temere>> G.L. si stava dando risposte come se sapesse davvero tutta la storia. Quel trenetterario non voleva arrestarsi. Quando sarebbe giunto a Como? Il pubblico applaudì, la gente si era alzata e la voce di una donna cantò Applause. G.L. pensò in quel momento che Lady Gaga fosse proprio brava, Appaluse gli produsse lo stesso effetto della Cavalcata delle Valchirie.
Svenne.
Quando aprì gli occhi si ritrovò alla stazione di Milano, sdraiato sulla banchina. Si raddrizzò puntando le braccia sulle mani.
Non c’era nessuno e si sentiva soltanto un rumore. Il giovane vide davanti a sé gli ingranaggi di un enorme orologio muoversi e incastrarsi di volta in volta, di ruota in ruota. Svenne ancora, a causa della sua fobia del tempo inarrestabile.
Si svegliò bagnato dalla pioggia. Riparò sotto la tettoia di una veranda in mezzo ad un giardino. G.L. si asciugò il viso, la barba nera sembrava più lunga di prima, tutta bagnata, e una voce iniziò a recitare una poesia. Il suono usciva come da un vecchio disco in vinile.
 
Piove. L’aria è calda,
dal tetto spiovente cade, scrosciante,
l’acqua.
Le tegole si lavano,
rinfresca la veranda,
l’odore dei pini.
Ora i tuoni,
ora sul cemento,
ora sull’oleandro,
ora sul limone.
Sul lacero, sull’acerbo,
ovunque cade.
Ora non si teme, si rilassa.
Sembra settembre,
gli undici anni,
il prima della scuola.
È stupendo…
<<Questa un’elegia…>>
… mentre l’albero di fichi,
nascosto da pioggia,
nasconde le griglie
di un barbecue.
<<…che è già finita>>.

G.L. svenne per la terza volta. Aperti gli occhi, si ritrovò in una selva oscura e seppe che il viaggio trenetterario sarebbe continuato ancora per almeno tre cantiche.


 

(Nota dell'autrice: cari lettori, la storia di G.L. è metafora del pensiero umano: partendosi infatti da un episodio contingente, materiale, di vita quotidiana (la partenza in treno), il protagonista giunge attraverso voli pindarici alla più alta ed elegante forma di pensiero, quella della poesia, del canto poetico, dell'arte, giunge a Dante. Non è forse questa la libertà propria di una mente intellettuale e pensatrice? Partire dalla materia per perdersi nelle riflessioni più ariose? I tre tipi di mente artistica (trenetterario, flipper e cavallo) sono poi similitudini nella metafora.
Indubbiamente radicali e provocatorie possono apparire alcune teorie dettate dalla mente di G.L, ma sono senz'altro motivate da paure e timori  propri del personaggio che, non per pregiudizio suo o per mia rivalsa, riprendono certe classifiche/statistiche capitate tra le mie mani e che mi hanno fatto riflettere. Dopotutto anche la paura di non essere all'altezza, ogni paura è umana e possibile; e ogni pensatore può formulare le teorie e le fobie più bizzarre e illogiche. Non per questo penso di essere caduta nel qualunquismo, nel pregiudizio, non penso di aver fornito falsificazioni, ma semplicemente ho estremizzato, ingigantito una paura. Lungi da me il pensare alla superiorità dell'essere in relazione al sesso, ciò non esclude che io possa scrivere anche testi di genere misandrico. Rimane un genere, non un voler affermare me o le mie idee, le quali non sono mai così radicali, sicure o rancorose.
All'interno di "Trenetterario" ci sono tra le altre cose richiami terminologici ad autori uomini, quali "bifronte", "dimezzato", con significato possibilmente diverso da quello usato dalla critica letteraria, ma che riprendono e ricordano figure certamente di spicco, tutte maschili, e che evidenziano il mio affetto e la mia stima per le figure della letteratura italiana in cravatta.
Il parere politico sui comunisti, invece, nasce da una semplice idea che qualunque semplice cittadino potrebbe formulare. Nulla di socialmente rilevante, un parere forse banale o forse che possiede un pizzico di verità.
La mia scelta di scrivere un dialogo dove tutti i personaggi concordano tra loro, infine, è ancora una volta frutto della metafora metaletteraria: rappresentano le contraddizioni che abbiamo, la nostra parte maschile e femminile, la parte maschile e femminile di G.L., la sua parte meditativa, matura e quella irruente, giovanile.
Questo racconto, secondo me, ha tante piccole verità, è un racconto non-sense.
Grazie per aver letto)
 


domenica 22 dicembre 2013

Racconto di Natale. Il Turcano e la signora Hannet.




( Nota dell'autrice: Cari Lettori, questo è il racconto che ho scelto di inviare alle scuole medie per il progetto "Giovane Critico". Per ovvie ragioni non starò qui, oggi, a commentarlo. Darò i pro, e sopratutto i contro, di questa storia tra qualche mesetto. Ma per il momento, essendo vicinissimi al Natale, ho il piacere di condividerlo con tutti voi, piccoli e grandi.
... Buona lettura e Buone Feste!)



Poteva essere la storia di Natale più magica di tutte, ma così non fu. La signora Beth Hannet, rigida nel comportamento come nel nome, era intransigente e severa su ogni fronte. Sua cugina Clarabelle attribuiva alle troppe “t” del suo nome la vera causa che l’aveva resa incurvabile.
«Una morale di ferro» dicevano coloro che la conoscevano o che avevano modo di incontrarla anche per un istante. Di origine inglese, ma di madre tedesca, ora si prendeva cura della famiglia Wislomn, famiglia di Londra che da poco più di un mese si era trasferita nella città italiana di Palermo.
Palermo era, per come si presentava agli occhi dei turisti, una città ottocentesca, era dorata. Nelle forme delle case, delle strade, era di un'altra epoca. Si sarebbe potuta paragonare ad una città dell’oltre Manica, se solo non fosse stato per il forte caldo ed il sole afoso che batteva in ogni dove.
Poi però il frastuono del traffico e degli abitanti riportava chiunque osservasse quella città al presente. Non era tanto difficile vedere fumare ragazzini di undici anni (“Bambini!” precisava la governante anglotedesca con fastidio), ma questo non impressionava neppure la compostezza della famiglia Wislomn, che conosceva bene i comportamenti dei giovani londinesi.
Però ciò che non turbava o sbigottiva i Wislomn, stravolgeva e imbarazzava la signora Beth Hannet. Povera signora Beth Hannet, non poteva sapere cosa sarebbe accaduto alla fine del secondo mese, nessuno avrebbe potuto sapere tanto.
«Bisogna attendere la fine di ogni storia per capire chi è il povero!»  rispose la sedicenne Alis, che non poteva sopportare la divisione sociale tra ricchi e poveri, rivolta verso la signora Hannet, la quale aveva appena finito di leggere una fiaba ad Adelasia, la più piccola dei Wislomn.

La sera in cui la governante raccontò le prime storie di Natale, Alis non era con loro, non ascoltò e così non poté agitarsi.
«Con quelle sue renne» stridette con voce acuta Beth Hannet in direzione della piccola Adelasia, e mentre lo diceva storceva il naso come se dovesse starnutire da un momento all’altro. In realtà la bambina avrebbe scoperto molto più tardi che la cara Beth Hannet era infastidita da tutto ciò che la circondava, eccetto che dai Wislomn: per loro nutriva una grande stima e un senso di appartenenza che a volte la faceva arrossire di fronte alla benevolenza del signore e della signora di casa.
«Con quelle sue renne quest’anno verrà anche qui» provò ad aggiungere con il tono più dolce che le riuscisse.
Nonostante non credesse in Babbo Natale già da tantissimi anni, le era stato detto dai Wislomn di dover raccontare storie natalizie alla piccola Adelasia e c’era una nota particolarmente irritante per la signora Hannet da dover rispettare: dovevano essere fiabe e favole con animali fantastici e con “Santa Claus” sempre presente.
«Sempre presente» recitava poi con impazienza, quasi irrequieta a causa del racconto che stava leggendo.
E quando aveva detto “qui” intendeva che Babbo Natale sarebbe arrivato proprio nella loro casa di Palermo; ma no, c’era il rischio che non sarebbe giunto lì per Natale, perché il giorno di Natale tutta la famiglia Wislomn, compresa la signora Hannet ed il suo pessimo carattere, sarebbero potuti essere altrove. L’imprevedibilità della vita è la costante più frequente di incostanza.

Avevano lasciato Londra con la prima neve di novembre; quell’anno l’inverno si preannunciava rigido, ma una volta scesi in Italia, dovettero ricredersi: non sarebbe stato un Natale freddo.
Il signor Ed Wislomn era il nipote di un ricco proprietario di industrie dell’Inghilterra meridionale; aveva ereditato tutto il patrimonio dal padre, scomparso ormai da un anno; aveva perso la madre e i nonni ancora bambino e possedeva soltanto il vago ricordo del nonno che lo spingeva su un’altalena nella casa dell’Oxfordshire, dove trascorrevano le vacanze invernali. Adesso aveva deciso di trasferirsi in Italia perché era stato il suo sogno sin da piccolo. Quando camminava per il mercato di Palermo, ciò che lo circondava in tante cose gli ricordava le vie della Baghdad delle mille e una notte.
Quanto a Beth Hannet, lei, che conosceva appena il tedesco appreso dalla madre, non capiva nulla di ciò che la gente diceva o urlava, né in italiano né in siciliano: il gran vociare tra i banchi del Ballarò, che ormai aveva superato quelli della Vuccirìa, le metteva una grand’ansia e indisponenza.
«Variegata» si ripeteva quando sentiva di non reggere più la lontananza da Londra «Tutto qui è variegato» ma più se lo ripeteva per provare ad apprezzare quella vita, più sembrava pazza ed indisciplinata nei suoi pensieri e negli atteggiamenti.
E fu in una domenica sera a dicembre che credette lei stessa di essere impazzita. Mentre si recava nella chiesa anglicana di via Roma, continuava a girarsi indietro per paura di essere seguita, quando le si mostrò qualcosa davanti.
Basita e terrorizzata si portò una mano alla bocca e sbarrò gli occhi guardando in direzione di una cosa fluttuante e grigiastra: pensò che fosse salita la nebbia, poi che le fosse venuta la cataratta, infine credette di essere impazzita. Quando si accorse che quella nebbia aveva una forma fantasmagoricamente umana quasi svenne. La cosa tentò di reggere il suo barcollare, ma non poteva afferrarla.
«Oh, lo dimentico sempre!» disse.
«Santo cielo! Che cos’è? Cosa sei? Sono forse morta?» domandò la signora Hannet, sentendosi mancare ancora una volta.
«Oh, no! No! È sempre la prima cosa che pensate! Accidenti a me! Sono il Turcano Bianco, il Modello del Natale siciliano!» si dispiacque quell’entità ventosa; la signora Hannet avvertiva una folata gelida ogni volta che lui emetteva dei suoni. Per un attimo non vide più nulla, soltanto via Roma illuminata come sempre.
«Il.. il… Turcano... del Natale sicil… No, no, devo tornare a Londra! Basta sono sfinita, basta! Stanotte farò le valigie e tornerò dove è giusto che sia!» andò in escandescenze la Hannet «Poveri Wislomn, mi dispiace lasciarli! Oh, se mi dispiace lasciarli! Ma devo andare, il mio povero senno!»
«Lei non andrà da nessuna parte» ricomparve il Turcano Bianco che si era abbassato a prendere una pietra rettangolare e piatta da un tombino, scomparendo qualche attimo alla vista della signora. Per un momento la Hannet divenne più bianca del Turcano e questa volta svenne, irregolare e floscia sul marciapiede.
Quando si risvegliò, svariati secondi dopo, era ancora sul marciapiede ed in compagnia del Turcano Bianco.
«Ma chi diavolo è lei?!» urlò, guardandosi intorno alla ricerca di persone che potessero aiutarla, ma magicamente sembrava che non vi fosse nessuno.
«Mi dispiace disturbarla, ma lei si deve calmare e deve ascoltarmi» prese a spiegare il Modello del Natale siciliano. Egli si presentava di un color panna evanescente, con abiti eleganti novecenteschi e grosso modo corrispondeva a ciò che da bambina Beth Hannet pensava che fosse uno spirito o un fantasma di trentacinque anni. E dato che lui non la faceva parlare e non voleva togliersi dalla sua vista – nonostante lei si sfregasse gli occhi con le mani e scuotesse la testa- Beth stette ad ascoltare.
«Innanzitutto non sono né uno spirito né un fantasma.»
La Hannet assottigliò lo sguardo per capire se si trattava davvero di cataratta: per un attimo sperò che si trattasse di un comunissimo italiano e che, a causa della propria cataratta e sordità crescenti, avesse frainteso le parole e la consistenza materiale.
«Oh, signora, non sia sciocca, non ha la cataratta, è ancora giovane! E non ha neppure frainteso un bel niente di ciò che ho detto o che lei abbia visto in me!»
Inquietata, la donna temette che il personaggio che le si era presentato lì di fronte, impedendole di andare alla messa della domenica, fosse capace di leggerle nella mente.
«È così!» le diede conferma il Tucano Bianco «E non si deve preoccupare, sono abituato ai più orribili discorsi; le bugie e l’ipocrisia non mi spaventano e non mi stupiscono più» concluse con tono un po’ divertito.
«MA PERCHÈ È QUI?» sbottò la Hannet.
«Sono un… quasi-spirito… del Natale siciliano» riprese lui «Sono un Modello, modello perché vedo e vengo seguito» chiarì con enfasi teatrale, enfasi pessima secondo il suo singolare pubblico. A quarantanove anni quella donna non poteva davvero più credere ad altre cose che non fossero quelle in cui aveva sempre creduto.
«Cosa vede?» domandò Beth Hannet adesso con un filo di voce.
«Vedo ciò che pensa la gente; chi mi vede, invece, finisce con il vedere sempre qualcosa che non gli piace e alla fine  mi segue.»
Il viso della signora si tinse di timore.
«No, no, non si preoccupi, cara Beth…o Hannet, se preferisce» il Turcano provò subito a spiegarsi e si corresse, notando lo sguardo della donna che, in maniera evidente, voleva essere chiamata per cognome da uno sconosciuto.
Le spiegò che doveva raccontare le storie di Natale alla piccola Adelasia e le elencò i motivi.
«Le storie servono a non far sbagliare gli adulti, anche se ciò avviene di rado, e ad addolcire i bambini. Adesso le mostrerò cosa potrebbe accadere se non darà i giusti racconti alla piccola Wislomn. È verità, la letteratura è verità. C'è più realismo in una fiaba che al telegiornale, che nei tribunali e in quelle cose che non si fanno per chiara scelta.»
Il Turcano Bianco aveva deciso di presentarsi proprio a lei per un motivo che spiegò immediatamente. Lui vedeva il pensiero di tutti e, tra i tanti pensieri rumorosi, frastornanti e picassiani, quelli della signora Beth Hannet risaltavano e gli creavano interferenze e mal di testa.
«Per questo ho sentito il dovere di incontrarmi con lei, signora.»
Alla parola “dovere” la Hannet si rasserenò un po’, come se i doveri portassero sempre ordine, semplicità e giustizia. Al che si alzò da terra e prestò lui maggiore attenzione.
«Adesso vedrà» cominciò «è pronta?»
La donna, ancora titubante, fece di sì con il capo e lui le sorrise, i denti scintillanti le ricordarono quelli della pubblicità del dentifricio che avevano acquistato qualche giorno prima e per un momento fu ironica, formulò una battuta fra sé, che non sfuggì al Turcano «Signora, non sono il “Modello-pubblicitario-siciliano”!» e nello stesso istante in cui la signora parve ironica, il Turcano sembrò permaloso.
«Ora, dato che è pronta, io dò inizio alle formule:

Io, il Turcano Bianco,
le mostrerò attraverso un tablet d’argilla,
l’evoluzione dei Wislomn, se privo sarà
di storie di Natale l’avvenire della figlia.»

Detto questo, sulla mano del Modello del Natale siciliano la pietra rettangolare e piatta si rivelò un tablet dal colore rosso-marrone tipico della terra umida, era d’argilla. Beth Hannet fu catturata dall’immagine che ne venne fuori e l’attimo successivo avvertì la sensazione di essere immersa sott’acqua senza poter respirare. Poi l’aria giunse nuovamente ai polmoni e vide dov’era finita. Si ritrovò ad osservare una scena. La voce del Turcano Bianco, dal colore panna evanescente, stava parlando «Chi crede nelle fiabe, crede nella vittoria del bene. Chi non crede nelle fiabe, può non credere nella vittoria del bene. Chi invece non ascolta fiabe, spesso crede a chi più non si conviene, cadendo, a causa dell’ingenuità, nelle mani degli antagonisti.»
La Hannet era sul marciapiede di una rotatoria, vide passare due macchine con i fari accesi. Dovevano essere le sei del pomeriggio. Su un cartello stradale c’era scritto “Mazara del Vallo”.
Quando si voltò per parlare con il Turcano si meravigliò, alla sua sinistra vi era una distesa d’acqua, il mare era illuminato dai lampioni dalla luce bianca.
Poi si riprese «Ma che ci facciamo qui? Dov’è Mazara del Vallo? Io non so dove sia questo posto»
«Stia tranquilla, capirà. Mazara è una città della Sicilia occidentale, vicino Palermo. Siamo ancora a dicembre, ma sedici anni più avanti. Ci troviamo nel Mondo delle Ipotesi e della Relatività.»
La Hannet non mutò espressione, si era abituata a ciò che le diceva il Turcano. Apatica, voleva sapere sino a che punto la pazzia potesse modificarle la realtà; e il Turcano non le ripeté che non era pazza, nonostante vedesse come lo pensava.
La Hannet aveva la sensazione che stesse sognando, i contorni di ciò che vedeva sembravano reali ma anche impalpabili. Erano “immodificabili”, avrebbe pensato un giorno di tanti anni dopo. Le venne spiegato che tutti potevano vederla, ma nessuno riconoscerla.
«Il Natale arriva anche dove non arriva la neve. A Mazara del Vallo, ad esempio, una città che evocava ai suoi abitanti tutta una grande storia sul suo gran passato, non nevicava. In quasi tutta la Sicilia a dicembre non nevicava, né durante il resto dell’inverno. Ma il Natale giungeva in quell’isola come in qualsiasi altro posto del mondo e le storie di Babbo Natale fioccavano.»
La Hannet fu presa per mano dal Turcano, che ora poteva prenderla. Lei sembrò addolcirsi e non ebbe tempo di tornare rigida perché si trovò in pieno giorno.
«Come ogni cosa che nasce bene e con buoni propositi, il suo governo era presto degenerato in una dittatura.»
«Di cosa sta parlando?» chiese la Hannet.
«Di Madame De LaCur» rispose il Turcano, guardando verso l’alto.
Un’enorme elica girava sull’isola, il freddo generato dalle grigie pale rotanti aveva coperto ogni cosa e Madame De LaCur si chiamava così perché era la Signora della Cura.
«Nel tentativo di curare il proprio Paese, ha poi instaurato una tirannia spietata.»
Beth Hannet non riuscì a trattenersi e portò la mano destra alla bocca. Vide un bambino rinsecchito, di pochi anni; indossava pantaloni corti al ginocchio e tremava rannicchiato in un angolo della strada, riparato da un cassonetto dell’immondizia. Lo sguardo della donna vagò poi altrove, tutto era deserto, quasi ghiacciato e  il sole non si vedeva. La luce che illuminava tutto proveniva dalle pale dell’elica e dai lampioni della strada, sembrava fosse emanata dal freddo.
«È orribile» la voce le moriva in gola.
L’oscurità di quei luoghi era data dai volti scarni, affamati, impauriti.
«Spesso i malvagi non pensano di essere tali. Adesso ci troviamo trent’anni più avanti. Prima ha visto com’era questa città quando Madame De LaCur ancora non era la Signora di ogni dove.»
«Non ho mai sentito parlare di dittatrici, donne. Come può essere successo? Nessuno l’ha fermata?»
«No. Con il freddo di quelle eliche la gente lavora di più e con maggior fretta, per riscaldarsi. L’isola nel tempo è divenuta la terra più produttiva e ricca del Paese di Madame. Nessun uomo ha potuto sconfiggerla. Prima perché il popolo si era lasciato guidare dalle sue urla di ira contro il governo precedente e non si era reso conto della sua pericolosità; dopo perché lei non si lasciava sconfiggere, non amava gli uomini, così loro non potevano farla innamorare, non avevano nessuna influenza su di lei, Madame De LaCur non aveva mai creduto in loro. E infine era convinta della sua causa. Una causa che si era rivelata folle. Ma glielo avevano permesso. La De LaCur domina su ogni terra, ma è su quest’isola che risiede, il luogo dove ha avuto tutto inizio e da cui ha ricevuto più aiuti. Qui le sue urla contro i presidenti del passato, a favore dei poveri avevano trovato uomini senza vera attenzione. Pochi si erano resi conto del pericolo, ma erano in troppi a sostenere quella signora e alla fine furono costretti a starsene in silenzio. Alcuni hanno fatto una terribile fine, non si sa dove siano finiti.»
Nel frattempo, parlando, si erano spostati. Camminavano tra strade e strade. Il mare si sentiva appena, la sabbia era ricoperta da neve. Non c’erano automobili, motorini o biciclette.
Arrivarono di fronte ad un grande palazzo, era davvero monumentale, fatto di vetro e acciaio. Qualcosa fece capire alla signora Hannet che quel palazzo era inaccessibile.
Il Turcano e la signora Hannet
Un rumore stridente risuonò e una voce metallica partì amplificata come da altoparlanti. Era una voce maschile.
«I cittadini sono chiamati all’ascolto del discorso. Tutti i cittadini sono chiamati all’ascolto del discorso. L’arrivo della signora è previsto tra mezz’ora. Tutti sono tenuti a presentarsi al Palazzo De LaCur.»
La signora Hannet attese con il Turcano trenta minuti. Vide arrivare tanta gente, tutti emaciati, lenti. Avevano perso la loro umanità, sembravano senza anima, o forse erano anime senza corpo, erano senza colore.
Lo spiazzale sotto il palazzo era colmo di figure sottili. Per un orribile attimo la Hannet pensò che soltanto con quella magrezza smodata ogni cittadino sarebbe entrato in quel quadrato di cemento, pronto all’ascolto. Così fu effettivamente. Quella piazza, che piazza non era, riusciva a contenere tutti i cittadini. Poi un suono elettronico, come un formicolio sonoro, precedette la materializzazione di un balcone, una lastra metallica senza ringhiera, al secondo piano. Con passo deciso uscì una figura femminile dagli occhi grigi e dalla pelle pallida. Anche a distanza, chiunque riuscì a notare il grigiore della sagoma. Madame De LaCur era riuscita ad ingannarli e ora erano tutti suoi schiavi. Ogni giorno continuava nel suo progetto e da ormai dieci lunghi anni non c’era anima che si opponesse più, non c’erano le forze. La gente veniva picchiata, maltrattata dalle guardie della De LaCur e lei sosteneva che era necessario «Per l’ordine». E tutti la ossequiavano.
«Per l’ordine!» dall’alto balcone la signora salutò la folla; era rigida e dalla voce da comandante, l’unica voce forte, senza timore, nei paraggi.
«Per l’ordine!» rispose la gente con impegno, come se avesse conservato energia da giorni per pronunciare bene quelle parole.
«Chi è questa donna? » domandò con un brivido la Hannet alla sua guida.
«Madame De LaCur» rispose il Turcano Bianco.
«No, intendo chi è, qual era il suo nome prima che divenisse…» Beth Hannet esitò «divenisse così». Era disgustata.
Il Turcano sorrise, poi, disturbato in volto, disse «Signora Hannet, stia attenta a non inciampare, dobbiamo allontanarci un attimo da questo anno. Ho una chiamata.»
La Hannet si voltò a guardarlo e attese che facesse tutto lui.
«Ma che diamine…?» cominciò il Turcano Bianco. Si ritrovarono al punto di partenza, alla rotatoria delle sei del pomeriggio. Beth Hannet vide subito il proprio accompagnatore indignato rivolto ad una nuova figura, evanescente anch’essa, ma rossastra «Sapevi che ero nel bel mezzo di una vicenda.»
«Sì, scusa, fratello, ti dovevo dire una cosa, prima mi hanno chiamato da casa. Aspetta» la nuova figura alzò una mano verso il fratello Bianco in segno di attesa.
«Ora devo attendere?»
La signora Hannet notò che il Turcano Bianco era scocciato e imbarazzato.
«’mbare, ti sto dicendo che più tardi arrivo! Sì, sì, l’ho capito qual è il problema, arrivo, ora arrivo!» fece a telefono il fratello rossastro, le vocali di ogni parola erano aperte, tipiche dei catanesi e dei siracusani. Alzò le spalle verso il Turcano Bianco, scuotendo la testa «Devo andare, fratellì, eeeh… ci sentiamo più tardi. Ah, stasera c’è la Notte di Famiglia!» diede un ultimo sguardo alla signora Hannet e sparì.
«Cosa? Mah! Sempre più rustico mio fratello» disse il Turcano alla signora, diniegando con il capo verso destra e sinistra «si sta abituando ai tempi moderni.»
La signora Beth diede in una risata fragorosa, come il Turcano e i Wislomn non avevano mai udito.
«Lo trovo molto simpatico invece» rispose la Hannet e sorrise. Il Turcano ne fu sorpreso.
«Dobbiamo tornare a fra trent’anni, adesso.»
«Aspetti»
«Cosa?» il Turcano si rigirò verso la donna.
«Oh, nulla» la signora era curiosa di sapere cos’era quella storia della Notte di Famiglia.
«Ah!» esclamò il Turcano, facendo arrossire la Hannet che continuava a dimenticare di essere letta nel pensiero.
«Quando avremo finito, questa sera la porterò con me e vedrà» concluse lui «ora andiamo, per favore.»
La sensazione di immersione si ripresentò e si ritrovarono nuovamente in mezzo alla platea di Madame De LaCur. Tutto era come lo avevano lasciato.
«La produzione è calata enormemente negli ultimi mesi, non state facendo abbastanza! Sono stanca del vostro non fare niente» disse rabbiosa «Tra una settimana voglio vedere risultati eccellenti.»
La Signora della Cura rientrò nel suo Palazzo. La pedana metallica senza ringhiera e la porta si smaterializzarono.
«Ora andiamo avanti» disse il Turcano a Beth Hannet. Il giorno cambiò, la luce cambiò e anche l’ora. Un annuncio altisonante era stato inviato e la gente era ricomparsa in quella piazzetta. Il numero di persone era diminuito.
Comparve anche Madame, ma il suo tono venne fuori più violento.
«Dove sono tutti?!» ruggì.
Una voce fioca e tremante rispose tra la gente.
«Sono morti, Signora De LaCur.»
La Signora si sporse per guardare i sottostanti.
«E voi cosa state facendo? Allora andate! Andate a lavorare!» cacciò la folla.
«GUARDIE! GU-A-R-DI-E!» urlò poi guardandosi indietro. Un manipolo di uomini armati e in divisa uscirono avanzando sulla pedana «FERMI, IDIOTI!» li bloccò prima che avanzassero troppo e la spingessero di sotto «forzateli, devono lavorare! Produrre! Produrre! Ricorrete alle vostre maniere, se sarà necessario.»
Signora De LaCur
La Hannet vide gli uomini partire dal Palazzo e dirigersi verso le case, le industrie e verso ogni azienda o negozio «Ma non c’è più niente! Così li uccideranno tutti!» esclamò al Turcano. Questo le calò il capo in segno di assenso.
«Cosa possiamo fare?! Chi è quella donna?!» ripeté ancora, quasi esasperata.
«È lei» rispose il compagno di quello strano viaggio.
«Lei chi?» stridette allarmata «Io?! » c’era spavento sul suo viso.
«Adelasia.»
La Hannet sentì come un colpo allo stomaco «Non può essere. Non è lei, lei è così piccola» disse pensando al viso dolce e dormiente della piccola Wislomn.
«E invece è come vedi.»
«Ma cos’è successo? Perché è diventata così?»
«Non ha mai letto le giuste fiabe, né tanto meno le sono state lette da altri. Così ha finito per non sapere scindere il bene dal male.»
La Hannet provò una stretta al cuore. Che cosa terribile, aveva fallito il suo compito di governante, di insegnante, era lei stessa causa di quella tragedia, di quella dittatura.
«Non esageri con l’autocondannarsi, cose del genere accadono per tanti fattori. Certo, la formazione di quella giovane rimane fondamentale, ma siamo nel Mondo delle Ipotesi e della Relatività. Signora Hannet, lei può fare ancora qualcosa. Dopotutto, il mio, sarebbe un compito orribile, se non vi fosse un’alternativa per ogni vita.»
«Ma perché lei sta facendo tutto questo a me?»
«Da tempo ho smesso di manovrare i suoi sogni.»
La donna tornò a stupirsi a quell’affermazione.
«Ho provato a lungo a fare sorgere in lei qualche mutamento, signora Hannet, ma nonostante io l’abbia fatta incontrare di notte con le sue persone, la mancanza di una sua reazione mi ha fatto desistere.»
Il Turcano spiegò che spesso per fare addolcire l’animo dei suoi cittadini faceva sognare loro le persone con le quali avevano litigato o con le quali non si vedevano più, così da mettere un po’ di nostalgia e riflessione nelle loro menti.
«Tutta la malinconia che teniamo nel cuore non la trasmettiamo mai nelle storie che raccontiamo, ma la nostalgia è la chiave della narrazione, è così bello usare il passato remoto e vi addolcisce così tanto di notte. Ma con lei non ci sono riuscito.»
Il Turcano non aveva capito se non vi fossero persone con le quali la signora Hannet avesse litigato o se non vi fossero persone alle quali la signora Hannet avesse voluto bene.
Il quasi-spirito color panna tirò fuori due bicchieri di caffè americano.
«Signora, lei deve cambiare. E il suo primo cambiamento riguarderà il narrare storie. Ha visto cosa accadrebbe se i bambini non conoscessero certe storie o se non le leggessero. Ora dovrò saltare la parte che fa vedere cosa succederebbe loro se venissero lette le giuste fiabe, senza però che ne sappiano apprendere il vero significato. Le posso solo dire che in questo caso tutta la famiglia Wislomn finirebbe nei guai, dando fiducia a persone sbagliate. Ma devo davvero passare avanti, a causa del poco tempo a disposizione; adesso andiamo alla terza alternativa di questo mondo. Sta per vedere cosa accadrebbe se venissero lette le giuste fiabe e se venissero apprese dal punto di vista corretto» spiegò il Turcano.
Si ritrovarono in una casa accogliente, calda. Il soggiorno era occupato da due persone.
Beth Hannet guardò avanti, si era ritrovata invecchiata, vide una copia di sé diversa per età.
«Ah, la vita…»  mormorò la vecchina da una poltrona di pezza e dai cuscini grandi.
«Cosa...?» domandò un tizio secco e dal pizzetto nero «Cosa la vita?»
«Che cos’è la vita?» diede per tutta risposta la vecchina, lo sguardo dolce ed in parte estraneo al presente, in un’espressione che voleva dire molto più di quanto non significasse in realtà.
Lui la fissò con scherno. Deplorava la vecchiaia e tutte le sensibilità che conteneva o che trasmetteva.
«Ricordati che la domanda è sempre l’inizio di una risposta» disse la giovane Adelasia, spuntata adesso sull’uscio del soggiorno; c’era un po’ di disprezzo nel suo volto, pareva che detestasse quell’ospite «e che mia sorella Alis non vuole vederti, quindi esci da qui. Nonna Beth, non ti preoccupare» si rivolse poi alla donna anziana, ormai vista dai Wislomn come una parente «nessuno ci toglierà questa casa. Questo individuo sta uscendo da qui, vero, Oclar?»
«Sì, vado, mi sono stancato di voi» e con volto rigido, ma quasi piagnucoloso, si alzò, uscendo dalla porta. Non lo rividero più.
«Abbiamo finito» la Beth Hannet non ancora vecchia venne scossa dalle parole del Turcano.
«Chi è questo Oclar?» domandò la donna.
«L’invidia delle donne e la bramosia degli uomini fanno i cattivi delle fiabe e della realtà. Un cattivo c’è sempre: o lo si è o ci si imbatte. Oclar era l’antagonista della storia che non le ho potuto far vedere poco fa. Per tempo, capisce, e anche per lasciarle un giusto quantitativo di ignoranza che dà vita alle migliori creazioni.»
La Hannet lo guardò.
In quel momento tutto prese a vorticare, a fare su e giù come dentro ad una bolla di sapone ricoperta di nebbia. Con un accenno di fastidio e uno di nausea che le riempivano la testa e lo stomaco la signora Hannet si trovò a guardare una sala grande e ricca di luci e mobili, cibo di ogni genere era distribuito tra i dieci tavoli della sala.
Qualche metro più avanti la signora Beth Hannet vide il Turcano Bianco. Sembrava uscito da una festa del Grande Gatsby, era elegante nel suo abito. In giacca e cravatta, dal consueto color panna, si sarebbe detto che il Turcano Bianco avesse molti più anni; lui avrebbe sostenuto di averne mille, se gli fosse stato chiesto. L’ultimo Turcano giovane che aveva visto, era suo fratello, il Rosso, che si occupava degli abitanti della Sicilia Orientale. Loro, i due fratelli, erano sempre due figurini in quegli incontri di famiglia.
Il Turcano Bianco sorrise alla signora e la raggiunse. Beth Hannet sembrava al contempo più giovane.
«La Notte della Famiglia è la gran cena di noi Turcani siciliani» spiegò il Modello della Sicilia Occidentale.
«Non mancano mai cannoli e ospiti umani» continuò il Turcano Rosso, ma con un contegno che la signora non gli conosceva. Nei loro abiti bianchi e amaranto erano sempre i più guardati durante quelle sere. Anche la Hannet li ammirò. Adesso sembravano palpabili, raggiungibili.
«Lo siamo» disse il Turcano Bianco, aveva occhi color miele, caldi e dolci. Per la prima volta la Hannet li vide chiaramente.
«Ma non avete smesso di leggere nella mente» fece lei. Lui le sorrise.
«Fratello, raggiungo mamy, altrimenti mi verrà mal di testa, mi manca che comincio ad ascoltare pure i tuoi. A dopo» e poi volgendosi verso la Hannet, accennò ad un leggero inchino «le auguro di trascorrere una serata indimenticabile.»
Lo videro allontanarsi.
«Scusalo, ma soffre sempre di mal di testa. Meno lavora, più ne soffre.»
«Ma cosa vuol dire tutto questo? Io sono più giovane, tu più grande. Io non…»
«Oh, non si preoccupi, signorina Hannet, non è cambiato nulla. Cambiamo età ogni attimo, passiamo dall’essere adulti all’avere cinque anni ogni volta che vogliamo. Non c’è nulla di nuovo o di diverso in questo. Sempre così. Lei per adesso ha dei fantastici diciannove anni. Ha tutti gli attimi che vuole per mantenere questa età. Nessuno può farle cambiare età. Il tempo non può, se lei non sta ad ascoltarlo con rigore. Sa, penso che prima dei venti anni lei dovesse credere a molte più cose. Sì, so che aveva smesso di credere in Babbo Natale da molto prima, ma a diciannove anni credeva in una cosa che ha perso. Deve ritrovare questa cosa. È per questo che adesso vorrei ballare con lei»
La Hannet arrossì e non seppe che dire.
«Forza» il Turcano le porse la mano, la prese e lei stette alla musica lenta. La giovane Hannet fissava oltre il suo accompagnatore, non lo guardò negli occhi sino a quando non cedette. Lui aveva continuato ad aspettare che lo guardasse, sin dall’inizio. Poi Beth abbandonò la propria testa sulla spalla del Bianco e non si fermarono sino a quando lei non volle.
«Non sei pazza» ripeté lentamente lui, per la prima volta cominciavano a darsi entrambi del tu «c’è sempre un significato dietro ad un finale» rassicurò la mente della compagna, che aveva formulato ancora una volta ipotesi di pazzia.
«Ho una cosa da chiederti» Beth esitò un attimo a domandare ciò che più le interessava «come si diventa Turcano?» per qualche strana ragione lei credeva che ci si potesse diventare.
«Chi ti dice che ci si diventa?» domandò lui.
«È così che funziona, tutti possiamo diventare qualcosa.»
«Non credo di poterti rispondere a questa domanda… per lo stesso motivo per cui diventiamo tutti qualcos’altro: prima di scegliere cosa diventare, dobbiamo riflettere e tu ancora non ne hai avuto tempo.»
Gli occhi della Hannet caddero su un tavolo di prelibatezze, si concentrò per non pensare all’amore che altrimenti le sarebbe stato letto nella mente.
«Quello è budino di cioccolato con senape. Provalo, è delizioso» la invitò lui.
«Non credo che lo farò» disse lei scettica e un po’ disgustata.
«Provalo, ti dico.»
Lei lo provò e rimase meravigliata, era buonissimo. Le sfuggì un risolino. Trascorsero il resto della serata a parlare del budino al cioccolato e senape e delle dinastie dei Turcani di ogni secolo. Ma alla fine si dovettero salutare.
Quando la Hannet si risvegliò non era più in via Roma, ma a casa e il calendario era segnato sul due gennaio. Poteva essere la storia di Natale più magica di tutte, ma così non fu perché la signora Beth Hannet aveva deciso di non raccontarla, adesso aveva soltanto una gran voglia di narrare storie di Natale e di uomini buoni alla piccola Adelasia. Si trattenne dal seguire il forte desiderio di senape e budino.