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domenica 23 febbraio 2014

Intervista a Paolo Genovese, regista di “Tutta colpa di Freud”





Tutta colpa di “Tutta colpa di Freud”, se da quando sono uscita dal cinema Odeon di Milano, sono ritornati i pensieri più antichi del cuore di una donna, quelli sull’amore. E pensare che c’ero quasi riuscita: era da settimane che esercitavo i “no” sui maschi. E si sa, meno si cerca, più si trova.
Intervistare adesso Paolo Genovese, oltre ad essere un onore ed un piacere, è il pretesto per avere dei chiarimenti e ottimi consigli.

1)      Un po’ Sara, un po’ Marta, un po’ Emma, lei sa, dott. Genovese, quanto può far male un film come il suo ad una donna complessa che si rivede nelle tre figlie dell’analista Francesco (Marco Giallini)? Ovviamente le sto rivolgendo un complimento, noi amiamo proprio questo nei film e nei romanzi, il dramma. Lo so, il suo non è un film drammatico, ma si fidi, per alcune donne il dramma c’è sempre. Il comic-dramma possiede un effetto curativo, catartico, straordinario e viene quasi sempre ricercato. Lei, Paola Mammini e Leonardo Pieraccioni avete pensato al soggetto del film indirizzandolo sin da subito ad un pubblico prevalentemente femminile?
L’idea era quella di raccontare tre donne diverse, quindi chiaramente si pensava di fare una commedia femminile, però non necessariamente. Poi le commedie femminili sono indirizzate solo ad un pubblico femminile; ecco insomma, in questo caso, il taglio è quello però viene comunque vista attraverso gli occhi del padre, quindi c’è sia un punto di vista femminile che un punto di vista maschile, in qualche modo.

2)    Sagace e ironica, la commedia riesce a far ridere quasi ininterrottamente il pubblico. Già sin dal trailer, esilarante, si è incuriositi. Come nasce l’idea di questa trama? Mi interessa davvero sapere dove si trovava quando è giunta la storia, se c’è stato un volto che l’ha ispirata… stava passeggiando in qualche via? Insomma vorrei sapere una curiosità biografica della storia stessa, qualche particolare quotidiano dell’invenzione.
Questo è abbastanza difficile da capire, nel senso che purtroppo un’idea non nasce mai in un momento. C’è un momento in cui si decide di fare un film. Questo film è nato stratificato, quindi l’idea di fare una commedia al femminile è il punto di partenza. Già parecchi anni fa volevo fare un film che trattasse questo tema. Poi purtroppo le storie d’amore sono state sviscerate in tutti i modi, non è facile essere originali su commedie sentimentali. Quindi piano piano, nel tempo, ho cominciato a pensare a quali potrebbero essere dei punti di vista originali, perché se magari, ecco, sull’amore è stato detto molto, se non tutto, quello che noi possiamo fare, come autori, è cercare quanto meno un punto di vista originale.
Quindi nel tempo è venuta fuori la storia del sordomuto, in qualche modo mi piaceva trattare l’handicap. Successivamente, poi, la storia della Foglietta, comunque trattare l’eterosessualità al contrario mi divertiva. E poi, l’ultima storia… ma insomma sono venuti in tempi diversi, in momenti diversi. Certamente dopo “Una famiglia perfetta”, ho deciso di fare, di raccontare questa storia, in maniera embroniale era già sparsa negli appunti, ecco.



3)      Romanzo, soggetto, sceneggiatura. Scrivere un romanzo è senz’altro più complicato, pesante, che concludere un soggetto o una sceneggiatura. Mi sbaglio? Per la prima volta lei si è gettato nella fatica letteraria della stesura dell’opera: è infatti possibile trovare “Tutta colpa di Freud” edito dalla Mondadori. Ci racconta la differenza nel suo approccio al lavoro di redazione? Quanto il romanzo viene scarnato per essere sceneggiatura? E che tempi verbali ha usato nel primo e quali nella seconda? Un esempio. Se dovessi descrivere una scena per un libro, io userei il passato, mentre per una sceneggiatura mi verrebbe più naturale il presente. È così scontata e diretta la differenza?
Beh, sicuramente è più complicato, se non altro perché il romanzo è un opera compiuta, nel senso quello è. Mentre una sceneggiatura è un’opera incompiuta, nel senso che la sceneggiatura rimane lì: senza essere girata, non ha valore.
Romanzo e sceneggiatura sono proprio cose diverse, il romanzo è un prodotto finito, il romanzo va al pubblico. Il pubblico deve leggere e dentro il romanzo deve trovare tutto ciò che fa parte del tuo racconto. Poi puoi scegliere di scrivere al passato al presente, ma è una questione di stile. La cosa importante è che sia autosufficiente, ecco il romanzo racconta completamente la tua storia. La sceneggiatura, in realtà, è uno strumento tecnico, non andrà mai in mano a nessuno, se non a chi gira il film. Quindi ognuno se la scrive come vuole, per me sono quasi degli appunti. Ed è al tempo passato perché necessariamente è lo strumento che racconta cosa sta succedendo, ma sono proprio due cose diverse.

4)      Lei si è laureato in economia e commercio a Roma, città in cui è nato. Quando ha capito che il mondo del cinema era la sua priorità? E come ha resistito agli studi di economia, avendo una vena artistico-creativa?
Nasce da sempre perché ho una piccola compagnia teatrale e mi piaceva comunque raccontare storie, scrivevo, eccetera eccetera. Però ovviamente da lì a farne una professione, la distanza è lunga, quindi comunque mi sono segnato in economia con l’idea di, in qualche modo, ecco, avere un piano b. Poi ho cominciato con i cortometraggi come tante persone, e sono stato fortunato, se sono riuscito a fare questo lavoro, ma non era scontato. Quindi gli studi erano il mezzo per comunque garantirmi un futuro, non essendo di famiglia ricca, mi devo mantenere in qualche modo.

5)   Regista e film preferiti? Quelli che segue come modelli e quelli con i quali sente maggiori affinità?
Ci direbbe anche qualche nome di attrici e attori stranieri con i quali le piacerebbe collaborare?
Ce ne sono tanti, mi piacciono le commedie inglesi, che sono satiriche, pungenti; mi piacciono le commedie sentimentali americane. Andando nel passato, tra i miei preferiti, c’è tantissimo Monicelli, De Sica mi piaceva tantissimo. Insomma c’è una cinematografia molto ampia. Io sono onnivoro, amando il cinema, prendo di tutto.
Mi piace molto Anna Hathaway, trovo sia molto brava, bella, intensa, mi piace molto. Come attore, in Italia, mi piace Elio Germano, mi piacerebbe lavorare con lui, insomma. All’estero ce ne sono così tanti, Javier Bardem mi piace molto.

6)   Una caratteristica che salta subito all’occhio e all’orecchio del pubblico italiano quando guarda “Tutta colpa di Freud” è la naturalezza degli attori e delle scene. Ottima sceneggiatura, ottimi movimenti e scenografie. Viene più volte da esclamare che non sembra neppure un film italiano. Conoscerà sicuramente il brutto pregiudizio che ci portiamo nei confronti del cinema nostrano. Quello che “le nostre serie televisive e i nostri attori sembrano finti” e tutti “amiamo il cinema americano”. Siamo di fronte ad un bel problema: agli italiani spesso non piace la regia e la recitazione italiana più recente. Forse è tutta conseguenza del solito disfattismo del cittadino medio. Lei ha, infatti, lavorato con molti bravissimi attori e in quest’ultimo suo film ne ha dato una splendida galleria: Vittoria Puccini, Anna Foglietta, Claudia Gerini, la giovanissima Laura Adriani, per continuare con Marco Giallini e Alessandro Gassman. Qual è la caratteristica che non deve mancare ad un buon attore? E quale consiglio si sente di dare a chi volesse intraprendere quest’arte? C’è un esercizio, un segreto che vuole regalarci?
Sicuramente lo studio. Io penso che gli artisti che si amano definire tale, punto, non esistono. Trovo che questo sia un lavoro, quindi prima di essere artisti, bisogna essere dei professionisti. E quindi puoi avere talento, no, avere talento è fondamentale, ma il talento da solo non basta. Il consiglio è comunque approcciarsi a questo mestiere come un mestiere, cioè non pensare di svegliarsi una mattina e dire io so recitare, andare sul set. Quindi studiare, studiare, sstudiare... applicarsi. Ci sono tante scuole, ognuno deve trovare la sua strada, c’è il centro sperimentale. Però il fatto non è consigliare una scuola, è consigliare una forma mentis. Studiare, acquisire delle conoscenze, ecco.

7)      Pieraccioni è un altro regista e attore italiano amatissimo. Già da tempo avete instaurato una solida collaborazione. Quando e come è nata? Cosa vi unisce e cosa vi rende diversi? Ci parli un po’ anche di Paola Mammini.
Ma guarda con Pieraccioni, allora lui mi ha chiamato per scrivere la sua sceneggiatura, insieme, insomma, del suo nuovo film “Un fantastico via vai”; quindi abbiamo lavorato insieme a “Un fantastico via va”, ci siamo trovati bene e in qualche modo ha collaborato alla scrittura del soggetto.
Stesso discorso con Paola Mammini, ci siamo conosciuti, ci siamo trovati bene. Lei è molto brava, è una sceneggiatrice che ho imparato a stimare molto e quindi abbiamo collaborato insieme a questo soggetto. Non escludo che lavoreremo insieme in futuro, ecco.
  
8)   Sereno il finale: tre lieto fine e due no. Pensa di aver scritto delle dinamiche realistiche, probabili a verificarsi? Alimenti pure la speranza del suo pubblico oppure ci dica se ci sono delle scene che cambierebbe con il senno di poi.
Insomma il realismo è importante sino ad un certo punto nelle commedie. L’importante è che siano verosimili. E quindi in qualche modo, no, non cambierei niente.

9) Orientamento sessuale. Secondo Lei è possibile scegliere un orientamento come cerca di fare Sara? Scegliere un amore si può? Ha dato quel finale ad Anna Foglietta perché crede che non si possa cambiare per volontà personale? Sa, da piccola le lenticchie non mi piacevano, poi una sera mi venne un’improvvisa voglia di lenticchie e da allora le mangio. Ecco, crede che i cambiamenti di gusti così repentini e casuali possano esserci anche in amore? Tutto sommato sono felice di non aver conosciuto Freud… chissà che giudizio acido e sessista mi avrebbe dato!
No, secondo me è molto difficile scegliere un orientamento, perché penso sia qualcosa di profondamente innato. E quindi per quanto la ragione si possa sforzare di andare in qualche direzione, poi alla fine a prevalere è sempre l’istinto.

10)  Ho una domanda abbastanza criptica da rivolgerle adesso, la cui risposta serve solo a me. Lei, o chi ha ideato il soggetto con lei, ha per caso visto la serie televisiva americana “The L word” di Ilene Chaiken? Ne ha sentito parlare?
No, no, mai sentito.                                                                       

11) Gentilissimo dott. Genovese, è stato davvero interessante poter concludere questa intervista con lei. Le chiedo un saluto ai lettori, ma prima di congedarla, devo confessarle un’ultima cosa: sono sempre sfrontata e scherzosa, giunta all’ultima domanda delle mie interviste. Penso di avere un soggetto da proporle, le piacerebbe fare un tentativo di lettura?
Sì, sì, certo. Lo manda via mail… volentieri. Un caro saluto ai vostri lettori.





venerdì 21 febbraio 2014

Intervista a Carlo Roccafiorita

Le 10 domande + 1 di Joìne.
Tra mazaresi e mazzarisazzi.





L’intervista di oggi è un intervista-prova per i lettori, ancor più che per il protagonista delle risposte, il mazarese Carlo Roccafiorita, prescelto della settimana. Infatti come ho già scritto precedentemente, le “10 domande + 1” nascono per stanare i mazaresi, i cittadini che creano, che non alimentano solo lamentele, che non sono i grotteschi mazzarisazzi, quelli pigri, disinteressati, un po’ bigotti e tanto demolitivi. Cerco chi si distingue con la bellezza e la spontaneità delle azioni nel voler cambiare il groviglio che non va. Perché sì, a volte non basta provare a distendere lo spago inturciuniato, a volte bisogna proprio cambiare gomitolo. Tutti i siciliani amiamo il Gattopardo, ma stiamo attenti a non attaccarci ai cliché: certo che nulla cambia, se facciamo in modo che nulla cambi!
Oggi non solo l’intervistato sarà oggetto di lode (la penna rossa è pronta), ma sarà anche un pungolo per trovare tanti altri cittadini che sappiano impegnarsi. L’intervista servirà da statistica.
Carlo, 24 anni, ha creato e cura “Periferica”, un progetto che vede la città di Mazara protagonista e potenziale vincitrice di ben 100.000 € ( http://www.youtube.com/watch?v=k6n7Z35UipQ ).
Con un metodo semplicissimo, chiunque stia leggendo, potrà votare questa interessante, responsabile e vantaggiosa Idea.
Lettori, è chiaro che Carlo sia un ottimo mazarese, voi saprete essere alla pari votando entro il 13 marzo?


1)      Introduci la tua biografia. A che età ti è stato chiaro cosa volevi diventare?
Ciao Giuseppina, la tua curiosità mi gratifica e mi incuriosisce a mia volta. E la tua premessa incoraggia ancor più il lavoro mio e dei ragazzi che credono nel progetto Periferica, di cui ti parlerò più avanti.
Carlo, 24 anni, studio Architettura. Sono nato a Palermo, ma non me lo ricordo. Ho vissuto sempre a Mazara.
Non ho tuttora chiaro cosa diventare, per fortuna. Le mie curiosità sono diversificate ed imprevedibili. In questo periodo della mia vita sto studiando per diventare Architetto, scelsi di farlo al termine del liceo, e continuo ad andare daccordo con quella scelta, è diventata una passione.
Perché Architettura? Mi viene in mente linsieme di esperienze che coltivavo in solitudine, da piccolo. Ad esempio quando amavo passare le giornate fuori, in giardino, ed in una piccola cava su cui si affaccia casa. Terra, alberi, assi di legno, ferro, conci di tufo, animali sotterranei, piante, la natura era mia gioco ed enciclopedia. Mi ha sempre suggestionato e divertito.
Ricordo che ancora allimbrunire, quando la voce di mia madre mi cercava per cena, ero con mani e testa su come fare stare in piedi lennesima capanna di legno, in giardino, o in cava, bello che sporco di fango e polvere. Mi coricavo con bei pensieri. Poi, ho sempre avuto una certa ossessione per lordine formale. Intendo dire, trovare un ordine ideale alla disposizione di oggetti in uno spazio, studiarne il modo in cui vengono percepiti, esperire col tatto ogni materiale. Queste due tendenze, la creatività tenace, e la necessità di veicolarla secondo un ordine, credo mi abbiano portato a scegliere Architettura. In realtà, certe volte vorrei trovare un modo per essere meno schiavo delle circostanze, sfuggire agli impegni ed avere il tempo per diventare molte altre cose, e poi cambiare nuovamente, ancora ed ancora. Così vorrei che fosse la mia vita in futuro: necessità di divenire. E tornare magari da anziano a costruire capanne, con la voce di mia madre.

2)   Il tuo percorso studi? Come credi che debba essere l’istruzione nel tuo campo? Ti piace più l’ordine o il disordine nelle idee e nei progetti?
    Mi diplomo al liceo scientifico con scarsi risultati, avendo talvolta discussioni con i docenti. Studio quello che mi interessa. Fatico a star dietro alle materie scientifiche, ma amo scrivere e nel frattempo scopro quelli che saranno gli amici di cui vado più fiero. Ne è valsa la pena. Inizio gli studi di Architettura con un certo spirito di rivalsa. Ma lo faccio ad Agrigento dove, nonostante limpegno ed i successi, continuo a sentirmi accademicamente a disagio. Quando il docente di costruzione (gli addetti capiranno) mi sfotte di fronte alla classe perché propongo una struttura appena distante dal cubo, capisco che forse era arrivato il momento di cambiare aria. Decido allora di fare domanda di trasferimento, per Ferrara. Lì mi sento in equilibrio. Si respira un po più europeo e i docenti hanno pensieri più nobili che deridere gli allievi. Proseguo il mio percorso, alleggerito, con nuove ambizioni ed interessi, e mi rendo conto di come potrebbe funzionare bene una città e con lei la mia testa. Alcuni eventi mi suggestionano, e trovo conforto in alcune forme darte. Cinematografia, letteratura, musica, fotografia, come mai prima dora, rispondono a domande nuove ed antiche, costruiscono visioni che influenzano progetti e stile di vita. Conduco una vita abitudinaria per via delle lezioni incredibilmente più pesanti, ma imparo molto, in facoltà e per conto proprio. Provo a mettermi in gioco in una competizione per studenti, organizzata da uno studio siciliano, con tema uno stand espositivo, ed arrivo secondo su quasi 200 progetti, lasciando il primo posto ad un gruppo di sei studenti. Questo piccolo segnale mi incoraggia. Gi studi universitari iniziano a trattare il tema del recupero di manufatti edilizi, e in facoltà vengo a conoscenza di buone pratiche di natura socio culturale.
     Torno in Sicilia per Natale e percepisco un forte senso di allarme per il quartiere in cui sono cresciuto. Era ormai da pochi anni che avevano costruito una rotatoria che aveva irreparabilmente e maldestramente modificato il volto della storica piazza Macello; adesso  vedo sorgere nuove teste di alti palazzi, immobili corpi vuoti, poggiati su cave storiche del quartiere. Le cave sono luoghi che conosco, perché esplorarle da piccolo facevano la mia giornata, considerato che Mazara non aveva un parco dove poter giocare. Vengo poi a sapere che dopo averli costruiti, alcuni di questi edifici vengono chiusi per instabilità strutturale, avendo le imprese barato sui materiali di riempimento, creando un danno doppio.
    Provo il senso dellirreparabile e della prevaricazione. Lasciare Mazara per gli studi aveva già generato malinconia verso quei luoghi, e vederli in pericolo mi spinge ad inventarmi qualcosa. La cosa più dolorosa è pensare di essere il solo a soffrire la situazione, ma la prima giustificazione che trovo è che forse la gente non è insensibile, ma rassegnata. In più non ha forse spazi e luoghi per poter avere un peso, costruire delle idee. E la città è piena di spazi inutilizzati ed edifici in disuso che potrebbero essere convertiti. Così nasce lidea di Periferica: un festival che mira a rigenerare i quartieri di Mazara riattivandone gli spazi in disuso con imprese, università e cittadinanza attiva. Un quartiere alla volta, a partire da quello in cui abito, perché c’è già uno spazio che può essere convertito senza dover aspettare alcun permesso: una enorme cava di famiglia,  vicino casa. Da Febbraio a Settembre la mia vita diventa frenetica come mai prima. Lavoro alla progettazione del festival, alla costruzione delle pagine web, curo rapporti con docenti e studenti che voglio coinvolgere, contatto partner e potenziali sponsor locali che puntualmente mortificano liniziativa. Nel frattempo seguo le lezioni, partecipo ad un workshop ad Istanbul, presento il progetto Periferica alla facoltà di architettura Valle Giulia di Roma. Finisco di dare esami e scendo in Sicilia. Intanto le iscrizioni ai workshop erano sorprendenti: 80 richieste su 40 posti disponibili. Era già un successo, ma la cava era ancora un disastro, bisognava pulire almeno 20 anni di sporco a materiale accumulato. Per fortuna, uno dei miei amici crede quanto me nel progetto e sacrifica un mese e mezzo della sua estate per stare a decespugliare, dissotterrare copertoni di camion e bruciare legna con una media di 40 gradi allombra. Riusciamo insieme alla mia famiglia a sistemare tutto, o quasi, per tempo.
     Ledizione va alla grande, i partecipanti molto motivati, i risultati grandiosi. La cava si riempie di gente e curiosi. Si parla di bene comune, salvaguardia dei beni storici, tutela ambientale. Vengono prodotti 3 progetti sulle cave del quartiere, costruiti degli allestimenti utili alle associazioni che si insedieranno nella cava,  svolte delle lezioni, una rassegna cinematografica, unesplorazione guidata delle cave, allestita una mostra, degli eventi collaterali.
    Lo sforzo mentale e fisico per mettere su la prima edizione è stato incomprensibile. Ma alla fine avevamo dimostrato di essere una potenza in grado di animare e poter convertire in appena una settimana 3000 mq di cava in futuro spazio per associazioni, e con un budget molto molto limitato. Candido il progetto Periferica ad un concorso nazionale per la rigenerazione urbana sostenibile. Nel frattempo parto per Singapore: un progetto darchitettura svolto in team con altri colleghi viene selezionato per la fase finale di una importante student competition interna al World Architecture Festival. Si tratta di una competizione mondiale in cui competono 8 team di studenti di 8 diverse nazioni del mondo, selezionati su centinaia di candidature. In 3 giorni soddisfiamo le richieste del concorso, modificando il nostro progetto in base ad un tema che ci svelano solo al nostro arrivo. Arriviamo secondi: è un successo. Torno in Italia, inizio le lezioni, e dopo qualche giorno Periferica vince il primo premio al concorso a cui era candidato, Riuso, bandito dal Consiglio Nazionale degli Architetti. E adesso dopo 3 mesi, con Che-Fare, un altro concorso, il progetto è candidato a vincere 100.000 come miglior progetto culturale italiano. Racconto questa storia perché sento di avere collezionato delle esperienze che le università non possono insegnare, e che considero parte del mio percorso formativo. A parte lesercizio culturale, gestionale e progettuale, inteso nel senso più ampio del termine, queste esperienze mi hanno insegnato a credere ancor più in me stesso e nelle persone. E spero che possa essere dincoraggiamento a chi ha delle belle idee ma fatica ad avere gli strumenti per mettersi in gioco: createveli. Ho un ideale molto forte delleducatore, che poche volte ho potuto riconoscere durante il mio percorso. Non è facile trovare una persona umile, preparata e sensibile al suo ruolo. Amo gli sperimentalismi, le pratiche multidisciplinari, evito gli schemi, ho sempre provato fatica nel seguirli. Credo che il modo dinsegnare, in generale, debba essere adesso ripensato in unottica sensibile allevo digitale e storicamente definito in cui ci troviamo, e soprattutto evitare i dogmatismi, che mortificano la fantasia. Credo che nelle facoltà dovrebbe esserci soprattutto uno spontaneo senso di collaborazione e confronto, per una crescita reciproca. In più, bisognerebbe esercitare maggiormente lartigianato, toccare e modellare con mano, fare esperienze di cantiere. Ad oggi la giornata tipo di uno studente di architettura è stare ore davanti al computer, con lo sguardo fuori dalla finestra: vorrebbe sporcarsi le mani. Ordine e disordine sono parole che nascono per descrivere uno stato delle cose. Sono entrambi produttivi, dipende dai casi. Un progetto di Architettura deve essere necessariamente ordinato, ponderato. Di solito ragiono metodicamente, ma il momento chiave della mia fase progettuale avviene inaspettatamente, magari ascoltando della buona musica. Preferisco il momento di passaggio da uno stato allaltro perché genera sicuramente qualcosa.

3)      Quali sono i tuoi modelli e cosa credi di avere in comune con essi?
So di avere imparato molto dai miei genitori. Una tenacia, forza e tenerezza irraggiungibili.  Non lo sospettano, ma devo a loro gran parte della mia fantasia. Dicono che io sia uguale a mia madre, e per certi versi è vero. Sono molto riflessivo.
Più che definire un modello, ho collezionato degli insegnamenti. Mi vengono in mente uomini darte, familiari, personaggi di storie memorabili, raccontate, lette, o assorbite dai film. Papillon di Charrière, il condannato a morte di Bresson, il Rambert di Camus, il selvaggio di Truffaut, per dirne alcuni. Professionalmente, Zumthor è larchitetto che fino ad ora apprezzo maggiormente.

4)      Un uomo o una donna con cui faresti coppia?
Mia madre per un ballo, e mio padre per un viaggio. Sono promesse che prima o poi bisogna esaudire. Ma sono negato per i balli in coppia, e mio padre è negato con le promesse.

5)      Ti senti più un bambino, un ribelle adolescente o maturo?
     Un bambino che per fortuna ha ancora molto da scoprire. Crescerò con prudenza. Mi viene in mente un aforisma di Che Guevara che mia madre tiene appeso in ufficio, credo, da quando ha iniziato a lavorare. Recita: bisogna essere duri senza mai perdere la tenerezza.

6)     Politica. Cosa pensi debba essere? Quanto partecipi a quella mazarese e cosa si dovrebbe fare per migliorarsi?
Credo molto nella politica, meno nei politici. E incredibile quanto gli uomini ed il loro pudore ultimamente rimpiccioliscano di fronte allidea di potere. Da quando vivo fuori, mi rendo conto del potenziale che può avere una città come Mazara. E una città che può offrire e produrre meraviglie. Ma come tutti gli strumenti, dipende da come viene gestita.
Seguo la politica mazarese con curiosità e distanza. Credo che sia spudoratamente condizionata da dinamiche minuscole. Per migliorarsi dovrebbe ammettere i propri limiti, dialogare meglio con i mazaresi ma soprattutto puntare in alto, perché Mazara è una città a cui nulla manca. In vista delle amministrative, non ho rintracciato ancora oggi alcun candidato che voterei con piacere. Il mio voto più felice sarebbe per un mio coetaneo. Spero  di poterlo esercitare.

7)      Una descrizione, una peculiarità, della tua carriera e della tua persona.
     Credo di essere una persona tanto tenace quando disordinata. Le persone che mi sono più vicine lo sanno bene. Amo la notte ed il mistero. Già da piccolo facevo le ore piccole per vedere lalba e poi coricarmi. Questa abitudine mi accompagna ancora adesso. Non ho mai letto le ultime pagine dei libri che amo. Adoro la musica e vorrei saperla suonare. Riguardo la mia carriera, una peculiarità che mi viene in mente adesso è imprevedibile.
      Quando non sono osservato sto sicuramente facendo qualcosa di curioso.

8)      Fino a dove si spinge la tua ambizione? Parlaci di “Periferica” e non solo.
Il mio più grande desiderio è essere un buon padre ed educatore. E un patto personale, fatto da quando ho riconosciuto limportanza di alcune scelte dei miei genitori nel mio stato di benessere. Professionalmente, ambisco ad essere un buon progettista, un collaboratore affidabile. Ma più che ambizioso mi definirei curioso. Periferica, ad esempio, è nata anche da molte suggestioni, come immaginare la cava illuminata, di notte, poterci dormire o correre. Poi una serie di eventi lhanno portata ad essere in corsa come miglior progetto culturale italiano, ma non per la mia ambizione. Ero già abbastanza appagato nel vedere i ragazzi partecipare con entusiasmo. Quindi chissà, dipende da cosa mi lascerò incuriosire domani.


9)      Rinunceresti a fare ciò che fai per qualcuno? Se sì, per chi o per cosa?
Esistono persone nella mia vita per cui sarei disposto persino a votare Berlusconi, ma sono le stesse che non me lo chiederebbero mai. Lo stesso vale per ciò che sto portando avanti.

10)  Porgi ai lettori un saluto che ti caratterizza e invita il pubblico a partecipare al progetto sopra plurinominato, motivali qualora ce ne fosse bisogno.
Cari lettori, non ho più i polpastrelli già dalla seconda domanda, quindi sarò conciso.
Vi chiedo di sostenere il progetto Periferica, votando già adesso online, è molto semplice.
Quando è iniziata la competizione, abbiamo raccolto 800 voti in soli 4 giorni. Questo è un segnale per noi fortissimo. La gente ha capito che non si tratta di politica, né di scegliere tra un portavoce o un rappresentante: bisogna scegliere se migliorare Mazara oppure no.
Abbiamo dato vita ad un progetto apartitico che mette insieme meccanismi culturali per sollevare le periferie dal degrado, lo abbiamo dimostrato e siamo stati anche premiati.
A settembre abbiamo iniziato dal quartiere Macello, e lo stesso vogliamo fare in altri quartieri di Mazara: creare delle piccole realtà dove poter giocare, studiare, collaborare, convertendo gli spazi morti della città. Mazara ha dei problemi enormi, e per risolverli noi vogliamo partire dagli spazi, adeguandoli alle esigenze delle comunità di quartiere.
Ma per portare avanti il progetto in maniera autonoma abbiamo bisogno di fondi. Bisogna votare subito, far votare tutti e condividere liniziativa, con responsabilità. Questa è unopportunità che Mazara probabilmente non potrà mai più avere. Iniziate già da adesso a cercare la pagina di Periferica su Facebook, e partecipate a questo piccolo grande evento che fa tanto parlare di sé.

11)   Carlo, anche con te ho dovuto fare qualche lieve modifica alle prime dieci domande standard. Ma cosa chiederti in questa undicesima? Ho visto il tuo curriculum e mi è piaciuto moltissimo. Mi viene da confessare, che da quando so di “Periferica”, ho sentito il progetto come anche mio. Penso da tanto tempo che Mazara possa essere una Miami sul Mediterraneo, e architetti e ingegneri in questo servono. Quanto credi che sia possibile realizzarla? E in quanto tempo si può migliorare l’aspetto della periferia di Mazara?
La canzone “What a feeling” di Irene Cara recita: Bein’s believin’ (…) Take your passion and make it happen. (Essere è credere. (…) Prendi la tua passione e rendila possibile). Facci credere nel progetto.
Il tuo senso di appartenenza, come quello manifestato da sempre più persone, mi appaga. Ed è grazie a questo che Periferica sta ormai diventando una piccola comunità di giovani studenti, lavoratori e professionisti.
Sul futuro di Mazara, non amo ragionare per stereotipi. Mazara ha tutte le carte in regola per essere una città con unidentità forte e svilupparsi economicamente, secondo le proprie peculiarità. Ho notato che spesso alcuni politici continuano a proporre il mito di Mazara capitale del mediterraneo, per suscitare una sottile ma momentanea ed efficace sensazione di potere. La mia piccola esperienza mi insegna che si può puntare in alto solo se si hanno grandi ed efficaci progetti. Altrimenti si sta solo costruendo una inutile messa in scena. Torniamo sulla terra. Mazara prima di ambire ad essere capitale del Mediterraneo, dovrebbe ambire ad essere una città normale, ed i cittadini alzare la testa e pretendere la normalità.
Occhio quindi alle promesse faraoniche, che generano miti e non sempre sono le più efficaci. Sulle più recenti scelte urbanistico-architettoniche, Mazara dimostra di essere un vero e proprio disastro. Cavalcando lidea di avere un nuovo lungomare, si è irreparabilmente intervenuto su tutto il litorale San Vito. Un lungomare che col mare adesso non ha più nessun rapporto. Per non parlare poi della scelta paradossale di realizzare una piazza di fronte San Vito a Mare. O del disastro ambientale ed economico per i lavori sulla strada tra Mazara e Torretta Granitola, lavori per più di 1 milione di euro. Vedete, queste non solo sono opere realizzate con poco criterio, ma sono anche costose. Soldi che potevano essere investiti sicuramente meglio, in mille modi. Io credo nelle pratiche di rigenerazione urbana perché oltre ad essere il futuro della ricerca architettonica, sono economicamente sostenibili. Con un budget di appena 7000 euro abbiamo realizzato un festival di una settimana, convertito una cava di 3000 mq in un potenziale spazio per attività culturali, prodotto progetti, allestimenti, promosso il territorio. E mobilitato una comunità di giovani creativi, studenti, associazioni, professionisti. In pochi anni si potrebbe cambiare totalmente il volto della periferia di Mazara, basta essere competenti e soprattutto volerlo, con coscienza, ragionando sui desideri più semplici. In che città volete vivere domani?



Per votare a favore del progetto Periferica clicca sul seguente link: http://www.che-fare.com/progetti-approvati/periferica/


Se desideri, invece, suggerire il nome di qualche mazarese interessante da poter intervistare, scrivi a joinegb@gmail.com



(Fonte: Primapagina Mazara)