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Siamo Cosmopoliti. Blog di viaggi d'Arte, Fantasia e Regioni. Viaggi nel Cinema, nel Teatro. Cosmopoliti di città e di scena. Dall’Italia al romanzo, dal racconto alla fiction, dal Teatro all'economia. Confondere Letteratura, Arte, Città, Nazioni sarà un modo per incantare.

sabato 26 aprile 2014

Intervista ad Andrea Bellandi

Le 10 domande + 1 di Joìne.




Riconoscimenti. Non la lode, non il premio, ma il riconoscersi con le persone. È questo quello che cerchiamo nella vita, lo cerca un povero in un altro povero, un ricco in un altro ricco, e lo cerca una mente in un’altra mente. È un po’ quello che è successo tra me e Andrea Bellandi, artista milanese nato nel 1993, in mostra sino al 6 maggio c.a. presso Desirée Maquillage, in corso Genova 3. Il suo percorso misto di economia e letteratura, una certa infaticabilità nelle passioni, l’originalità nella sperimentazione priva di studi artistici pregressi e non ultime le sue opere hanno creato il riconoscimento. E quindi è con enorme piacere che vi presento Andrea, in arte Salahaldin, creatore de “Il Valore dei Minuti”, ancora padre di dieci calligrammi e di sculture quali “L’uomo Contemporaneo” e “L’uomo Moderno” (vedi foto).
Buona lettura e buona mostra (info su http://salahaldinart.com/category/eventi/)!

1)      Introduci la tua biografia. A che età ti è stato chiaro cosa volevi diventare? Quando ti sei reso conto di essere diventato la tua professione? Ti senti, infatti, più rappresentato dal tuo nome o dalla tua arte?
Avevo sette anni quando ho scritto la prima poesia, da allora ne ho scritte a centinaia. Più passava il tempo e più mi convincevo che quella era la mia strada. Volevo diventare poeta, cristallizzare alcuni momenti sulla carta, far dimenticare al lettore che stesse leggendo. Poi, l’anno scorso, la svolta. Capii che avevo bisogno di immediatezza ed universalità superiori, nacquero così i primi calligrammi. Passai da poeta ad artista in senso più ampio. Mi resi conto di essere diventato la mia professione quando non riuscii più a smettere. Era diventata un’attività più da disciplinare che da ricercare. Io sono la mia arte, essa mi rappresenta più da vicino di qualunque cosa.


2)      Il tuo percorso studi? Come credi che debba essere l’istruzione nel tuo campo? Ti piace più l’ordine o il disordine nelle idee e nei progetti?
Ho fatto ragioneria amando diritto e detestando matematica per poi iscrivermi a linguaggi dei media in Università.
Penso che debba fornire la capacità di organizzazione necessaria per valorizzare il proprio lavoro e le conoscenze adeguate sia in campo artistico che letterario.
Io amo l’ordine. Il caos è soffocante, incostante, precario e poco produttivo.

3)      Quali sono i tuoi modelli e cosa credi di avere in comune con essi?
Tra gli affetti, mio nonno, certamente è stato il modello per eccellenza. I sani princìpi, lo spirito imprenditoriale e la creatività sono un suo retaggio.
Tra i “noti” penso sia Gandhi il mio modello per eccellenza. Ci accomuna forse l’idea che le braccia siano più forti dietro la schiena, a sostegno di essa, piuttosto che addosso agli altri.

4)      Un uomo o una donna con cui faresti coppia artistica?
Assolutamente con Steve McCurry, perché mi ispirano, ma soprattutto mi emozionano tantissimo le sue foto.

5)      Ti senti più un artista bambino, un ribelle adolescente o maturo?
Mi sento un artista bambino, acerbo, curioso e pronto a tutto. Spero che questa condizione perduri, perché mi rende umile e produttivo. Pronto ad imparare.

6)      Politica. Cosa pensi debba essere? Quanto partecipi a quella di Milano e cosa si dovrebbe fare per migliorarsi?
La politica dovrebbe essere un’attività nobile, in cui un individuo si prodiga per migliorare ciò che lo circonda. Non sono più particolarmente attento all’attività politica milanese, non come un tempo. Questo perché trovo che sia distante dalla realtà, sembra essere finita in un’altra dimensione.
Per migliorarci come Paese dovremmo puntare sull’energia rinnovabile, sul patrimonio artistico e sulla cultura. Un esempio pratico? Prendere una palazzina abbandonata ed adibirla a spazio artistico.

7)      Una descrizione, una peculiarità, della tua carriera e della tua persona.
Scrivo disegni! Comunico con tutto quello che posso, in balia di quello che sento e non mi fermo finché non sono soddisfatto di quello che ho fatto.

8)      Fino a dove si spinge la tua ambizione? Puoi dirci il tuo prossimo progetto?
Vorrei essere riconosciuto come artista e vivere di quello che faccio.
In questo momento mi sto concentrando sul tema della “I guerra mondiale”, vorrei trasmettere l’orrore creando disagio in chi guarda. Per questo userò dei materiali molto particolari. Altro non dico.

9)      Rinunceresti a fare ciò che fai per qualcuno? Se sì, per chi o per cosa?
Lo farei solo se danneggiasse il prossimo, anche se ritengo possa essere fantascientifica.

10)   Porgi ai lettori un saluto che ti caratterizza e invita il pubblico a conoscerti, motivali qualora ce ne fosse bisogno.
Cari lettori, ogni uomo nasce con uno scopo ben preciso, il mio è quello di incantarvi. Davanti ad un computer o ad un quadro in mostra o addirittura in mezzo alla strada con lo schermo del cellulare. Vorrei possiate dire “sento qualcosa” perché oggi è diventato veramente difficile averne il tempo. Un saluto.

11) Caro Andrea, perché ti senti un plurisignificantista?
Perché uso una pluralità di significanti, da una tipologia a tre per volta.
Giusto ieri ho fatto un quadro attaccando una scultura ad una tela bruciata e dipinta, scrivendoci affianco una poesia. È indubbiamente pluri-significantismo.



 

sabato 19 aprile 2014

Intervista a Francesca Cannatella

Le 10 domande + 1 di Joìne
Speciale Sicilia.


Forme morbide e abbondanti, curvilinee nelle decorazioni murali quanto nelle pitture su tela. Colori che rassicurano e riscaldano, nonostante l’apparente rappresentazione del malessere femminile nella mancata omologazione estetica. Le immagini inscenate emanano senso di vulnerabilità, di autoproiezione interiore, ma allo stesso tempo si impongono dense e decise sulle tele: si nota, sì, la sofferenza dei soggetti protagonisti, tuttavia l’uso coloristico e il gioco sinuoso che la mano di Francesca Cannatella mette in atto, rassicurano l’occhio e lo spettatore. C’è la debolezza e c’è l’autodeterminazione di una donna.
Come prima ospite della rubrica regionale delle 10 domande +1, ho scelto una siciliana nata a Palermo il 23 febbraio 1986 dall’interessantissima abilità artistica: pittrice, decoratrice e molto altro ancora (approfondite su https://www.facebook.com/FrancescaCannatellaArte).
Tra le tante cose che colpiscono del suo curriculum, Francesca Cannatella elenca anche la realizzazione  di un libretto illustrato dell’opera “Il Barbiere di Siviglia” per la Fondazione Teatro Massimo. Cosa, credo, stupenda.
Scritto ciò, lascio spazio alla nostra protagonista del giorno.

1)      Introduci la tua biografia. A che età ti è stato chiaro cosa volevi diventare? Quando ti sei resa conto di essere diventata la tua professione? Ti senti, infatti, più rappresentata dal tuo nome o dalla tua arte?
Da sempre, o comunque ricordo che sin da piccola sapevo di voler fare l’Accademia di Belle Arti, quindi ho affrontato il mio percorso di studi con questa certezza, senza farmi troppe domande al momento di scegliere. I dubbi sono arrivati dopo, quando cominciai a crescere e a capire che tutto stava cambiando, la società in cui viviamo, quando sono cominciati i problemi seri per un lavoro, lì ho cominciato a chiedermi e continuo a chiedermi se ho sbagliato a prendere questa strada che adesso è difficile da percorrere soprattutto in vista di un lavoro stabile e soprattutto retribuito a merito. Mi sono resa conto che questa era diventata la mia professione forse da sempre, ma ad essere sincera negli ultimi anni ho cominciato a pensarla in maniera più razionale. Prima la prendevo più come un “gioco”, qualcosa che mi divertiva e che mi piaceva fare, lo è tutt’ora, ma ho notato che la gente non mi prendeva sul serio perché vedeva proprio che nel farlo mi divertivo, adesso sono più dura e decisa e scendo meno a compromessi, economici chiaramente, il mio è un lavoro come tutti gli altri: ho studiato e ho fatto sacrifici come tanti, quindi deve essere retribuito giustamente. Mi sento rappresentata più dalla mia arte sicuramente.


2)      Il tuo percorso studi. Come credi che debba essere l’istruzione nel tuo campo? Ti piace più l’ordine o il disordine nelle idee e nei progetti?
 Per quanto riguarda il mio percorso di studi, mi sarebbe piaciuto farlo all’estero, dove avrei avuto più possibilità una volta finito. Questo è proprio quello che cambierei in questo campo… Visto che ormai è sempre più difficile arrivare o comunque trovare e crearsi un lavoro in questo ambito, penso che già dall’istruzione dovrebbe partire l’idea di inserire gli studenti nel mondo del lavoro.
Se mi piace più l’ordine o il disordine nelle idee e nei progetti?! Non ne ho idea! Io sono ordinata e precisa in tante cose e disordinata in altre, come nella mia testa: a volte immagino cosa c’è nella mia testa e vedo solo vortici di idee, immagini, parole che a volte non riesco neanche a mettere  insieme e questa cosa spesso mi piace perché mi identifica, io sono così, un momento prima sono “perfetta”, “ ordinata” e seria, e il momento dopo non si capisce più niente perché faccio cose completamente opposte.
  

3)      Quali sono i tuoi modelli e cosa credi di avere in comune con essi?
I miei modelli di vita mi stanno accanto ogni giorno, per cominciare mio Padre, da solo e dal niente con tanti sacrifici è riuscito a costruire insieme a mia madre una splendida famiglia e ha sempre cercato di non farci mancare nulla, dal punto di vista professionale lo stimo ancora di più perché è una persona seria, onesta e professionale in tutto quello che fa, a volte a 60 anni lo vedo ancora studiare per dare il meglio in quello che fa; per quanto riguarda mia Madre vorrei avere la sua forza, diciamo che lei è la persona che stimola sempre tutti a dare di più e ad affrontare la vita nel modo più giusto, cerca sempre di rimetterci nel binario giusto; poi ci sono le mie sorelle le quali, mi basta solo dire, sono sicura che arriveranno dove vorranno arrivare e già ci stanno riuscendo.

4)      Un uomo o una donna con cui faresti coppia artistica?
Mi piacerebbe lavorare con diversi artisti, ma forse in particolare con Frida Kalho. Mi sarebbe bastato solo starle accanto e viverla per anche solo un paio d’ore. Una donna e un’Artista forte e con le palle, che riusciva a dipingere la sua vita senza vergogna e limiti nonostante le sue sofferenze.


5)      Ti senti più un’artista bambina, ribelle o matura e metodica?
Mi sento un’artista bambina, probabilmente perché ancora sono all’inizio e ho tanto da imparare, soprattutto dalla vita.

6)      Politica. Cosa pensi debba essere? Quanto partecipi a quella del tuo territorio e cosa si dovrebbe fare per migliorarsi?
Bella domanda, non lo so, forse si dovrebbe smettere di litigare per un posto al potere, mettere gente competente ai vertici e cominciare a pensare seriamente e realmente al bene dei cittadini.


7)      Una descrizione, una peculiarità, della tua carriera e della tua persona.
Carriera? Ancora è presto per parlare di carriera, sono ancora giovane soprattutto dal punto di vista artistico, sono ancora all’inizio e penso che dovrò vederne tante.

8)      Fino a dove si spinge la tua ambizione? Puoi dirci il tuo prossimo progetto?
Ancora non lo so, forse ho smesso di sognare, ho troppa paura di farlo, cerco di stare con i piedi per terra e vedere piano dove arrivo. Spero di fare al più presto una mostra dei miei lavori, i quali, secondo me, rappresentano di più la mia arte e il mio mondo.


9)      Rinunceresti a fare ciò che fai per qualcuno? Se sì, per chi o per cosa?
No.


10)   Porgi ai lettori un saluto che ti caratterizza e invita il pubblico a conoscerti, motivali qualora ce ne fosse bisogno.
Non amo molto vendermi e parlare di me; nei miei quadri penso ci sia tutto, ci metto sempre un po’ di me stessa e di quello che ho vissuto e che vivo, molto semplici in superficie ma che se si guardano con attenzione parlano di tante cose. Pensavo che riuscissero a capirli solamente chi mi conosce, invece, con il tempo e confrontandomi con le persone, ho potuto constatare che chi vuole realmente capire l’arte e mettersi nei panni dell’artista, riesce a leggere con esattezza ogni quadro.
                                                                                                            
11)  Cara Francesca, sono certa che in futuro avremo modo di trattare le tue opere con maggiore attenzione e con occhio estesamente più critico. Nel frattempo tra Mazara e Milano qualcosa dovremo fare, dimmi un po’, preferiresti illustrare qualche mio nuovo libro o farti mettere in mostra?
Io proprio non ce la fò a lasciare che gli artisti bravi non lavorino!
Mi piacerebbe tanto, magari si può tentare di fare entrambe le cose!







venerdì 18 aprile 2014

Quando si è ogni giorno tristi, il giorno più bello è sempre quello passato. È così che la vita finisce per sembrare sempre bella anche ai più tristi. I tristi sono quelli che sanno che la vita è bella, ma la vedono perennemente sfuggire.




Quando si è ogni giorno tristi, il giorno più bello è sempre quello passato.
È così che la vita finisce per sembrare sempre bella anche ai più tristi. I tristi sono quelli che sanno che la vita è bella, ma la vedono perennemente sfuggire.


sabato 5 aprile 2014

Come si canta l'amore dello sconosciuto?









Come si canta l'amore dello sconosciuto
che quando lo si conosce, poi non lo si vuole?
Come si canta ciò che si desidera,
se dopo che lo si è desiderato non lo si è ottenuto?
Lo sa, lo sconosciuto,
che è bello pensare,
che è frivolo toccare
le sue dita?
Avere il permesso basterebbe:
le pupille si dilatano nelle possibilità.
Troppo distante, come potrebbe sapere
la sconosciuta?
Che la penso, che la canterei anche più,
stanca ormai di questa lotta
di Fortuna, Amore e Versi.

L'abbattere



L'abbattere
il volere e il desiderio.
L'abbattere
la bellezza e la sua schiena.
L'abbattere,
sempre e solo me.
Etere, ètere di immagini e di amori eterni,
quali canti fai risuonare
da questi sensi?
Disorienti e... AH!
I piedi non toccano più terra!
State giù, che tanto non riesco a volare!
Non volo, non voglio.

Intervista ad Anna Zinerco

Le 10 domande + 1 di Joìne.

Tra mazaresi e mazzarisazzi.


Anna Zinerco, di professione psicologa psicoterapeuta, è una delle persone più stacanoviste, con maggiore iniziativa e voglia di fare per gli altri, che io conosca. Ha scommesso e scommette tutt’oggi la sua carriera sul territorio e sulla Sicilia, ragion per cui la definisco “mazarese” con il massimo punteggio. Anna è una fonte d’acqua fresca in un campo sempre più arido e, scusatemi, ma la rarità e la bravura di certe persone necessitano le dovute sottolineature, perché bisognerebbe prenderle a modello, sopratutto laddove è più impervio e abbandonato il paesaggio in cui si opera. Se poi si collabora con persone così, tutto diventa una grande occasione.
Ora certamente lei si arrabbierà leggendo questi elogi, so che avrebbe preferito un’introduzione più ironica, ma chi c’a fari, Annù? Come potrei? Ci conoscevamo appena, quando mi hai fatto un’intervista (di seguito il link in cui se ne legge una parte: http://www.teleibs.it/cultura-e-sociale/650-intervista-a-giuseppina-biondo) e mi hai promossa sul web: tutto in maniera inaspettata e di conseguenza sorprendente. E adesso vorresti che  io fossi ironica? Non chiedermi di confondere l’ironia con la gratitudine! Le risate lasciamole alle nostre sere mazaresi e alle continue  e rinnovate “confessioni”.

1) Introduci la tua biografia. A che età ti è stato chiaro cosa volevi diventare? Quando ti sei resa conto di essere diventata la tua professione? Ti senti, infatti, più rappresentata dal tuo nome o dalla tua carriera?

Considerato che sono le 7.20 di venerdì mattina e che sono “arrossita fino alla punta dei capelli” per la tua introduzione, direi che ormai mi conosci…Allora, la mia biografia. Io dico sempre che “se fossi nata maschio, sarei diventata barbiere (come mio padre) ma, essendo una femmina, non ho potuto… ma continuo ad occuparmi della testa!”. Esattamente non ricordo quando ho deciso di diventare psicologa, ma al momento di scegliere tra Psicologia e Lingue, altra mia grande passione, mi sono detta: “Quale sarà la facoltà della cui scelta non mi pentirò mai, guardandomi indietro?” Ed eccomi qui. La mia, e tu che mi conosci lo sai, è una scelta d’amore. E come tutti gli amori, ci sono le rose profumatissime e le spine acuminate…ma che ci posso fare? Questo lavoro mi rende felice. Io sono una psicoterapeuta, nel senso che questo lavoro è profondamente parte di me, ma faccio anche la psicoterapeuta perché fuori dal lavoro io “stacco”: io non psicoanalizzo la gente che frequento fuori dal lavoro né gli amici, non faccio interpretazioni non richieste. È una mancanza di rispetto nei confronti delle persone che frequento e del mio lavoro. Ma io sono ancora ben lontana da ogni compiutezza: ogni giorno mi rendo conto di quanto sia necessario studiare, e lavorare su di me. Io sono orgogliosa del mio nome: in ogni momento mi ricorda le mie origini, la mia rete familiare, la mia storia. Le mie origini mi danno consapevolezza, mi aiutano a ritrovarmi nei momenti di sconforto e mi danno l’energia per andare avanti. La mia carriera è un prodotto. È ciò che faccio. Ma sarebbe troppo riduttivo identificarmi con la mia carriera. È come se dicessimo che esistiamo solo quando siamo “in linea” su fb. Il mio lavoro è parte di me. Ma non siamo la stessa cosa. Io sono anche altro. E chi mi conosce “offline” lo sa.

2) Il tuo percorso studi? Come credi che debba essere l'istruzione nel tuo campo? Ti piace più l'ordine o il disordine nelle idee e nei progetti?
All’inizio dell’università ho fatto fatica a ad ingranare. Ho avuto delle difficoltà nel dare i primi esami. Quando poi ho cominciato non mi sono più fermata, e ad ogni materia prendevo gusto a ciò che studiavo. La gruppoanalisi, ossia la prospettiva secondo cui ogni individuo è psicologicamente parte di una rete di relazioni, è stata una grande scoperta che poi mi ha guidato nella scelta della mia scuola di specializzazione. Una folgorazione autentica è stata la psicologia dell’handicap con la prof.ssa Sabina La Grutta, che mi ha “iniziato” allo sguardo verso le famiglie, mentre la psicosomatica mi ha permesso di scoprire come il corpo sfoghi in sintomo le emozioni che non siamo in grado di pensare. Sento dire che la nostra facoltà è pesantemente teorica. Vero. Ma la teoria è fondamentale, lo capisci a posteriori. Tanto quanto lo studio e l’aggiornamento continui. Ma, poiché in questo lavoro si entra in contatto con le persone che soffrono, non puoi mettere davanti a loro studenti che non hanno né cognizione del problema né un’etica della relazione. Al dolore degli altri devi avvicinarti in punta di piedi con l’umiltà dell’ospite, non con la superbia del padrone.
Ma, poiché la tentazione di tutti gli universitari alle prime lezioni è di sentirsi già laureati, mi viene la pelle d’oca a pensare (e so purtroppo che è una realtà) a tutti quegli studenti che si lanciano in diagnosi e interpretazioni “classificando” chiunque gli capiti a tiro, pertanto ritengo giusto che la prima parte degli studi sia solo didattica e la seconda (i tirocini) più esperienziale. In questo i tutor hanno un ruolo chiave, perché insegnano l’etica del lavoro quasi prima del lavoro stesso.
È frustrante osservare e non fare, lo è stato anche per me, quando “mordevo il freno” per vedere pazienti. Ma ad oggi sono grata a tutti i professionisti che ho incontrato che mi hanno mostrato la serietà e la delicatezza della nostra professione. Nei progetti, adoro il caos creativo da cui poi si genera l’armonia, il disordine carico di energia che porta a scoprire nuove prospettive.

3) Quali sono i tuoi modelli e cosa credi di avere in comune con essi?

Modelli per me sono tutte quelle persone che ho incontrato e dai quali ho appreso qualcosa. I modelli sono i Maestri della mia professione, quelli di cui ho letto i libri (Freud, Jung, Lacan, Napolitani, Recalcati, ecc…) e quelli che uniscono la professionalità all’autoironia. Ad esempio Giulio Gasca, Maurizio Gasseau, Calogero Lo Piccolo, Nicoletta Livelli, Manuela Maciel, per citare persone che sento vicine professionalmente e affettivamente. E la mia tutor e magistrae vitae Alma Adamo, psicoterapeuta dell’Asp 9, che ho incontrato in un momento cruciale. Ma modelli sono anche alcuni colleghi, e poi anche amici e molte altre “insospettabili” persone che incontro ogni giorno e dalle quali “rubo con gli occhi e col cuore” elementi di grandezza e di bellezza, gesti di cura, capacità di entrare in relazione con l’altro. Maestri senza cattedra, ma indubbiamente ad honorem. A tutti loro va la mia gratitudine.

4) Un uomo o una donna con cui faresti coppia artistica?

Mariangela Melato, Anna Magnani, Totò, i tre De Filippo, perché nei loro lavori mi sono ritrovata spesso per il modo profondo con cui hanno raccontato la vita. Ma mi piacerebbe anche lavorare con Erri De Luca, di cui ammiro il modo di vedere e raccontare.

5) Ti senti più una professionista bambina, una ribelle adolescente o matura?

Credo di essere “adulta in divenire”, e professionalmente lavoro ogni giorno su di me per sviluppare un equilibrio dinamico per poter essere un riferimento saldo per i miei pazienti. Essere una professionista bambina per me significa pensare a questo lavoro come un modo per ricevere attenzione e gratificazione, per essere riconosciuti dalla gente per via del titolo di studio come se facesse diventare “un punto in più degli altri”. Essere una ribelle adolescente mi fa pensare alla trasgressione delle regole (del setting e della professione) che finisce con lo svalutare questo stesso lavoro, come la confidenza tra paziente e terapeuta o il non rispetto del segreto professionale, viste come “modernizzazioni”. La maturità professionale (rispetto alla quale sono solo agli inizi) secondo la mia visione è riscoperta consapevole del senso delle regole, comprensione della delicatezza di questo lavoro che porta ad entrare nelle vite degli altri, e un senso di pudore e di rispetto verso chi trova il coraggio di chiedere aiuto. Maturità fa rima anche con umiltà e solitudine. Mi arrabbio quando, anche bonariamente, sento dire che è facile fare questo lavoro oppure “io sarei uno psicologo migliore di te”. Sostare con un paziente nei suoi abissi, essergli vicino nel suo dolore, resistere alla tentazione onnipotente di salvarlo e nutrire per entrambi la speranza che quella persona potrà trovare il modo di stare meglio è tutto tranne che facile. Anzi, a volte è massacrante. Ma ogni giorno sono grata alla mia psicoterapia personale che mi ha permesso di scendere nei miei personali abissi e illuminare ciò che mi era nascosto ma condizionava la mia vita, per poi uscire “a riveder le stelle” dopo questo percorso, più consapevole e capace, quindi, di stare vicina ai miei pazienti che l’affrontano con me.

6) Politica. Cosa pensi debba essere? Quanto partecipi a quella mazarese e cosa si dovrebbe fare per migliorarsi?

Come cittadina cerco ogni giorno di essere un “esempio credibile”. Ciò significa prendermi le mie responsabilità, ricordandomi che ogni mia azione ha sempre delle ricadute, costruire relazioni basate sul rispetto della dignità dell’altro, scegliere di agire senza cercare scorciatoie o prevaricazioni. Questo è il mio modo. Penso che chi si occupi di politica debba “servire la comunità”, non “servirsi della comunità”.

7) Una descrizione, una peculiarità, della tua carriera e della tua persona.

Per me ogni giorno è un nuovo inizio, e ogni giorno possiamo (ri)diventare protagonisti della nostra vita e volgerla al meglio anche compiendo scelte minime. Da un punto di vista lavorativo, la mia carriera ricomincia ogni giorno nel senso che mi rendo conto che ho sempre tanto lavoro da fare su di me, tanto da scoprire. Non dormo sugli allori (anche perché non ne ho!), ma ho sempre la curiosità di studiare, aggiornarmi, confrontarmi…non ho nulla da insegnare, ma ho tutto da imparare.
  
8) Fino a dove si spinge la tua ambizione? Puoi dirci il tuo prossimo progetto?

La mia ambizione non arriva in alto, alle vette della notorietà. Direi piuttosto che voglio arrivare in profondità. Cercare di fare sempre del mio meglio in ogni cosa, che non significa per forza dover raggiungere sempre l’eccellenza. Sebbene abbia avuto qualche situazione di visibilità mediatica, non la ricerco. Quando mi sono capitate  sono state indubbiamente piacevoli, anche utili per farmi conoscere, ma le ho affrontate con autoironia. Per me sono state opportunità, non obiettivi. Sono stati la punta visibile di un impegno costante.
La mia ambizione mi porta a mettermi a confronto con gli altri colleghi per spronare me stessa, ma non mi interessa competere per primeggiare. Innanzitutto perché ciascuno psicologo ha delle peculiarità che rendono lo stile e la formazione di ognuno unici, in secondo luogo perché in questa professione è il paziente che sceglie il suo terapeuta, non il contrario.
Il prossimo progetto? Per ora nulla di nuovo. Mi sto dedicando all’apprendimento di alcuni argomenti.

9) Rinunceresti a fare ciò che fai per qualcuno? Se sì, per chi o per cosa?
                                                      
Questo lavoro, lo ribadisco, è il mio grande amore ed è parte di me. Non potrei mai accettare di rinunciarvi per qualcuno che, in questo modo, mi dimostrerebbe di non tenere a me. Potrei rinunciarvi per mia scelta solo se sentissi che ormai quest’amore s’è spento, ma ad oggi non so dirti se questo accadrà mai. Tuttavia sono anche realista: i sogni aiutano ad andare avanti ma ho anche la necessità reale di guadagnarmi da vivere; però so che farei - come fanno altri miei colleghi e come faccio anch’io - più di un lavoro per continuare a svolgere l’attività clinica.

 10) Porgi ai lettori un saluto che ti caratterizza e invita il pubblico a conoscerti, motivali qualora ce ne fosse bisogno. 

Un saluto che mi caratterizza è di certo “Buona giornata e buon lavoro”. Come posso invitarvi a conoscermi? Vi riporto la battuta che mi è stata indirizzata l’altro giorno: “Anche gli psicologi sono persone!”. Prima di tutto e sempre sono una persona. E come tale abbiamo tantissime cose in comune. Basta superare la diffidenza e la paura e scoprirete che non sono tutto questo gran “spavento!”. Se vorrete conoscermi incontrerete Anna, non la dott. La stessa persona che la nostra Joìne ha conosciuto e che vi sta presentando. Se poi avrete bisogno del mio aiuto professionale, potremo trovare il tempo e il luogo opportuni.

11) Cara Anna, era ora di ricambiare l’intervista conclusa nel 2011… questa volta sei tu l’ospite della pagina ed io la caposala che dispone i quesiti. Oltre ad essere felice per averti aggiunta tra i personaggi delle “10 domande + 1” e ad averti classificata indubbiamente tra i “mazaresi”, potrei continuare sottolineando che sono felice di poterti annoverare tra le mie amicizie. Forse molti non sanno che ho anche dato il tuo cognome ad una protagonista di una novella!
Oddio! Proprio non mi riesce di essere simpatica in questa intervista! Dottoressa, non è che ho una forma di inibizione da lettino d’analista? Sarà perché sono distesa sul divano di casa, ma mi sento sotto osservazione! Ahiahi, ma a voi psicologi quanto vi tocca combattere il luogo comune che venire nei vostri studi non sia sintomo di pazzia?


“Joìne, con tutto l’affetto… va’ curcati!!!!”
Ho finito giusto qualche domanda fa di dire che non mischio mai le relazioni personali con il lavoro e tu te ne esci con questa domanda? E poi, che ci fai distesa sul divano?? Alzati!!!Non siamo in una commedia americana!!! Quando ho letto il tuo racconto mi sono divertita moltissimo, quella protagonista era verosimilmente simile a me, ma in certi tratti molto distante. Però mi sono rivista in questa donna di carattere....e poi è bello essere coinvolti nel tuo lavoro!!
Tornando alla tua domanda, potrei dirti che “ogni mattina uno psicologo si sveglia e sa che dovrà rispondere a decine di luoghi comuni come questo”. Fa parte del gioco. Per questo ho accolto il suggerimento di un collega di diventare “informatrice psicologica”. Che significa? Cerco di diffondere la cultura della psicologia fornendo, se richieste, informazioni su tematiche di psicologia che smontino idee distorte e aiutino le persone a ricorrere a professionisti come me qualora ne riconoscano il bisogno. Così, per finire il mio discorso, “ogni mattina questa psicologa si sveglia, e sa che dovrà darsi da fare….”


Segnala un personaggio interessante da far intervistare all’interno della galleria dei “mazaresi”, scrivendo a joinegb@gmail.com

(Fonte: PrimaPagina Mazara)