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giovedì 19 novembre 2015

“The Innocents”, a gleam in history

Written by Giuseppina Biondo
Translated by Maria Basso


Through fast changes of direction and a continious going up and down in the deep and rapid underground of London, you can reach the Menier Gallery in Southwark Street joined by a relentess curiosity to see the works exposed in Laurel Holloman last show. Ongoing until 21st November. 
“The Innocents”, twenty-four portraits of women and children, whom are among the artist’s loved ones, opens a new journey began by the american painter, so far known and awarded for her abstract expressionism.



Here it takes place a change in the change.  Fell into full figurative, the portraits show an evolution inside the collection itself: the result of the character changes as Laurel Holloman produces new canvases, eyes change and expressions increase. This is the case, for example, of the technical-representative journey which goes from “The Lioness”, and “The Ingenue” to “Mona Lisa Smile”  or again “Another Rose in The Garden”. A variety inside one show that makes us think about an early originality of vision and a playfull approach, followed by study and growth, a research more and more close to a realistic reproduction. It must be underlined that the artist works follow two steps, the first is the photographic portrait, personally executed, the second is the replication on canvas. 
Constant, instead, is the intensity of the emotions shared. Unforgettable is the stare in “Invincible” and utterly sweet the one in “Sandra’s Eyes”, or again the magic expressions of “About a Boy” and “The Sunset”, in which the children’s eyes show all the foresight of observing the charm of the world and nature. 


At the 17th November’s inauguration there was also Tracy Middendorf, one among the models protagonists in Laurel Holloman portraits, as well as american actress with a large filmography. 
In an Europe shaken by the recent foreign politicy events , a show about innocence leads us to reflect, to the need of pursuiting clarity and authenticity, simplicity and emotions.

It appears almost necessary to focus on “The Undecided”, portrait about the innocence of introspection, an inner disarmament. Curved on herself, the woman portrayed recalls a woman who whitdraws on herself: an innocent and pure pursuit during something you would call a dark time, made of doubts and uncertainty. The position of the body and the background show a protagonist holding something dark to reflect about. Dark is also the room in which is the woman, but the white of the blankets contrasts and lightens up the picture as if the reflection can lighten up the mind. Maybe the thought that arises during dark periods, that contracts our soul and body is exactly the purest thought, that brightens us up inside leading us to the right visions? At last, could it be the artist’s portrait or the one of this historical period? If so, after reflections and indecisions, follows most of the time a firm and brave action, in the best of cases an inspired and innocent action.




sabato 28 febbraio 2015

Intervista a Christian Poggioni


                     


Da quasi un anno non pubblico interviste, così oggi ricomincio con l'attore e regista, nonché mio Maestro di teatro, Christian Poggioni, nato il 28 febbraio 1972 a San Paolo del Brasile e diplomatosi in recitazione presso la Scuola del Piccolo Teatro di Milano nel 1999. Studente del grande Giorgio Strehler in Italia, nel 2003 prende il massimo dei voti nel master in regia alla School of Cinematic Arts – University of Southern California di Los Angeles.
Una biografia artistica talmente bella che vi invito a leggere interamente cliccando sul link qui di seguito, affinché non venga tralasciato nulla: http://www.christianpoggioni.it/bio/   


Christian, ho letto che ti sei anche laureato con il massimo dei voti alla Statale di Milano. In che cosa?
In scienze ambientali. Ho due passioni nella vita, una è il teatro e l’altra sono i viaggi. I viaggi veri, non comprati, ma mi piace stare nella natura, fare campeggio, andare in barca a vela. Quindi prima di fare teatro seguivo questo percorso che mi portava all’ambiente. Mi piaceva molto, tuttora mi piace. E quindi mi ero iscritto in una facoltà dove potessi studiare l’ambiente e la natura. Durante gli studi ho cominciato a fare corsi di teatro, come fanno tutti all’inizio, per gioco, per diletto. Da lì il teatro è diventato sempre più la passione prevalente. Ho continuato a viaggiare, però poi ho provato a fare gli esami di ammissione al Piccolo Teatro, è andata bene e quindi ho fatto l’Accademia lì al Piccolo. Dopo, una volta diplomato, ho finito l’università. Ricordo che già lavoravo, ero in tournée, e contemporaneamente finivo la tesi per l’università.

È stato pesante portare avanti così brillantemente studi universitari e formazione teatrale?
Per me no. Non perché non abbia lavorato molto, anzi. Finivo l’anno scolastico al Piccolo Teatro e l’estate davo gli esami che mi rimanevano. Però sono due attività così diverse, il teatro e lo studio universitario, che mi sembrava di riposarmi: toglievo la tuta, smettevo di sudare, di faticare, e cominciavo a studiare delle cose scientifiche, mi mettevo al computer. Viceversa, finivo gli esami e riprendevo a fare teatro-danza, recitazione… quindi sono due attività molto diverse. Io sono uno sicuramente curioso e mi piace fare tante cose. Per me non è stato pesante e sicuramente sono stato molto impegnato, però mi sono divertito.

Quando e come hai capito di voler diventare attore? Qualcuno ha mai provato a dissuaderti dal tuo sogno?
Avrò avuto venti anni quando ho cominciato. E no, anzi, nel mio caso, essendo i miei genitori musicisti, mi hanno incoraggiato. Cosa che non capita sempre. Mi hanno capito e mi hanno incoraggiato.

Devo ammettere che in particolare ci sono due punti nel tuo curriculum che mi hanno colpita, a prima lettura. Il master in regia a Los Angeles e, nel 2008, la tua collaborazione nel ruolo di assistente alla regia alla Kaye Playhouse di New York per Le nozze di Figaro. Raccontaci queste esperienze americane.
Fa parte di questa cosa di cui ti dicevo, dell’essere curioso. Anche il percorso universitario l’ho fatto con passione, non è che l’ho fatto per avere una riserva. Mi sono laureato con 110 e lode, quindi fa parte un po’ di me lasciarmi prendere dalle cose che mi appassionano. E allora lì, in quel momento, volevo un po’ vedere come, non solo fare l’attore, ma lavorare sugli spettacoli anche dall’esterno. E poi avevo bisogno, sentivo l’esigenza di viaggiare, di andare all’estero a farlo perché stavo facendo tante tournée in Italia, nei teatri con il Piccolo andavamo in giro, con il teatro stabile di Trieste, con Calenda. E allora ho cercato un po’ cosa offrissero le università straniere e ho trovato questo collegamento con gli Stati Uniti. Che sicuramente consiglio. Fare esperienza all’estero cambia il modo di guardare le cose qua. Il mondo è grande, se si può, si vada e poi si torni. Difatti ho fatto uno spettacolo che si intitola “Nostos” (“Ritorno”), sul viaggio. È bello andare, è bello tornare. Poi dipende anche da ciò che uno trova.  

Il teatro antico negli States che interesse riscuote?
Sicuramente non è coltivato come da noi. Loro guardano il mondo contemporaneo, guardano la contemporaneità. Sai, negli Stati Uniti, essendo anglosassoni di matrice, loro hanno Shakespeare. Di teatro antico fanno poco.

Se invece dovessi suggerire una scuola di recitazione naturalistica, di teatro contemporaneo, che nome ti sentiresti di dare?
Facciamo una premessa. Un bravo attore può fare sia il telefilm che la tragedia greca, perché le tecniche per recitare sono diverse ma sono state elaborate negli anni per arrivare allo stesso risultato. Quindi un bravo attore… poi non tutti sono attori a 360° e quindi magari chi si è formato esclusivamente con la scuola naturalistica, come quella che discende da Stanislavski, poi è stata trapiantata da Strasberg a New York, può avere difficoltà a passare da Čechov alla tragedia antica.
Ma questo non è il caso di chi ha fatto la scuola del Piccolo, dove hai un percorso ben preciso, per cui parti a recitare in versi, per poi passare attraverso Shakespeare, e poi arrivare a Čechov. Quindi parti da qualcosa di epico, per passare a un linguaggio ricco di metafore, elaborato, per poi arrivare al linguaggio naturalistico. Si recita sempre nello stesso modo, si applica la recitazione a contesti diversi. Questo dal punto di vista ottimale. Ma io, anche come insegnante, non riesco a concepire di poter insegnare un solo autore, anzi recitare certe cose dà la padronanza per recitarne altre. Se uno impara a recitare i testi classici, è chiaramente più facilitato a recitare i testi contemporanei. Viceversa no. È molto più facile che un bravo attore di teatro possa essere un bravo attore di cinema, che il contrario, che un attore che nasce solo al cinema possa avere la stessa resa in teatro. I motivi sono molteplici. Nel mondo anglosassone, ho visto, dato che me lo chiedevi, che c’è un travaso maggiore tra cinema e teatro: molti divi del cinema erano all’inizio attori di teatro, o lo sono tuttora. Guadate Ian McKellen. In Italia c’è un po’ più separazione tra i due mondi, non comunicano così tanto. Negli ultimi anni sempre di più, ma tradizionalmente cinema e teatro in Italia sono più separati di quanto lo siano nei paesi anglosassoni.

A lezione ci hai detto che sono necessari dieci anni per la formazione di un attore. È stato Strehler a insegnartelo. Cos’è in particolare a cambiare nel tempo? La percezione di sé o cos’altro?
All’inizio uno fa teatro perché il teatro lo fa stare bene, il teatro all’inizio è una terapia, o semplicemente un’attività che fa stare bene anche se non si ha bisogno di una terapia. All’inizio è sempre così. Uno fa teatro perché scopre di avere un corpo, che il corpo è espressivo; si scopre di avere una voce, scopre il racconto, la dimensione, e all’inizio il pubblico intimidisce. L’attore, l’allievo, è teso all’inizio, di fronte al pubblico. Man mano che passano gli anni l’attore dovrebbe accorgersi che l’energia non viene più dal fatto che lui sta bene sulla scena, anche, ma soprattutto dal fatto che c’è un pubblico. Negli anni cambia soprattutto questo. Per me all’inizio il pubblico era  una fonte di ansia; adesso, se non c’è il pubblico, non mi sento bene. Non riesco a provare da solo.
Provo perché… ma non riesco a recitare da solo. Questo non sempre capita, purtroppo. Il rischio per l’attore è di continuare a recitare per se stesso. Credo che un attore, dopo, debba vivere perché fa dei regali al pubblico. Se si continua a recitare per se stessi, continua ad essere solo una terapia. Poi, può essere un bravo attore, però lo si vede l’attore ermetico o il regista ermetico.

Ecco, ci siamo, vorrei che ci parlassi di due grandi nomi del teatro italiano. Giorgio Strehler, cominciamo da lui. Raccontaci la lezione più importante che ti ha dato, il ricordo più intenso, dicci un po’ ciò che vuoi.
Mi ricollego a quello che dicevi dei dieci anni. Lui ci disse subito: “Voi pensate, ragazzini, di avere la vocazione, di essere qua… voi adesso non avete nessuna vocazione. Tra dieci anni scoprirete se avevate la vocazione”. Al momento non lo capivo, eravamo tutti lì gasati, entusiasti, orgogliosi. Eravamo ventiquattro. Orgogliosi, pensando che il teatro aspettasse noi. Eravamo lì per noi stessi.
Invece dopo dieci anni, resistendo, chi ha resistito, ha scoperto di avere la vocazione, ovvero ha resistito a tutte le difficoltà che in realtà questo privilegio di fare un bellissimo lavoro come il teatro porta… l’insicurezza. Perché è vero che oggi tutti i lavori sono incerti però il teatro non è da meno, e sicuramente uno, che non sa vivere mese per mese inventandosi il lavoro, è meglio che non intraprenda questa strada. Ecco chi resiste a tutto questo, dopo anni allora può dire, “forse avevo una vocazione”. Ma questo si scopre dopo tanti anni. All’inizio quando si è in un’Accademia, con Strehler, è facile essere entusiasti.

Da pochi giorni ci ha lasciati invece Luca Ronconi, altra grande figura dei sipari italiani,  direttore artistico del Piccolo Teatro per moltissimi anni. Hai avuto modo di collaborare anche con lui? Un ricordo o un insegnamento anche indiretto?
No, lui è arrivato quando è morto Strehler, noi eravamo ancora a scuola, ma venne pochissimo a vederci, non abbiamo avuto rapporti noi. Non ho mai lavorato con lui, è un regista che non conosco, se non attraverso i suoi spettacoli. L’ho conosciuto personalmente, sì, ma non ho mai approfondito. Ha proposto un tipo di teatro che era l’altra faccia della medaglia rispetto al teatro che proponeva Strehler al Piccolo. C’è stato un cambio di direzione. Aveva un capacità di studio del testo immensa. E questo mi dispiace, di non aver mai potuto frequentare le sue prove. Però devo dire che i maestri che ho avuto, che sono stati Strehler e anche Peter Stein, e poi gli ottimi, non famosi ma insegnanti, maestri, come Enrico D’Amato e Michele Abbondanza, oltre ad insegnarmi tutto, mi hanno preparato a capire tutto quello che succedeva in teatro. Ovvero, non che io sia diventato… io faccio il mio lavoro al meglio, cerco di fare bene il mio lavoro, però quello che capisco è che, di fronte a diverse proposte che arrivano da diversi registi, ho gli strumenti per capire cosa c’è dietro. Il teatro è sempre un mistero, ma dopo Strehler e questi insegnanti che ho citato, a volte mi sembra che non ci siano misteri. Mi sembra.

A proposito di direzione artistica, sotto la tua guida il 4, il 5 e il 6 marzo, presso il teatro San Lorenzo alle Colonne di Milano, sarà messo in scena il Misantropo di Menandro dall’associazione teatrale Kerkìs, di cui sei vicepresidente. Qual è la capacità necessaria alla direzione di uno spettacolo?
Sì, certo c’è la capacità di interpretazione del testo, la fedeltà al testo, la capacità di dirigere gli attori, ovvero di far sì che un attore possa esprimere il meglio di sé. Quindi avere la capacità maieutica sull’attore. Il regista può essere intellettuale all’inizio, le prove a tavolino, ma poi il regista deve saper fare suonare gli strumenti dell’orchestra, che sono gli attori. Quindi spesso, se il regista è stato anche attore, questo non guasta. E il regista deve avere amore per il pubblico, senza l’amore per il pubblico la voglia di raccontare qualcosa a qualcuno, anche lì diventa terapia, fa un’operazione limitata.

La direzione drammaturgica del Misantropo è invece affidata alla Prof.ssa Elisabetta Matelli, docente di Storia del Teatro Greco e Latino e di Retorica Classica presso l’Università Cattolica. La stessa docente che cura con te il Laboratorio di drammaturgia antica e il Corso di Alta Formazione Teatro Antico in Scena ormai da diversi anni. Come nasce questo sodalizio formidabile che ha dato avvio ad una serie di attività culturali e formative di notevole interesse? È stato un incontro casuale o ricercato?
La invitai a rappresentare ad Erba, vicino Como, uno spettacolo che lei aveva montato. E da lì ci siamo conosciuti, lei mi ha chiesto se volevo seguire il laboratorio in università negli anni successivi. E poi da cosa nasce cosa. La prima volta ho collaborato con lei nel 2004, poi non continuativamente, ci sono stati degli intervalli.

Da poco hai interpretato l’Apologia di Socrate. Qual è il tuo prossimo spettacolo, da attore?
Presto metterò in scena Il Vangelo secondo Pilato, e poi c'è anche Shakespeare’s Memories.
L’ultima mia produzione riguarda Shakespeare. Shakespeare per qualsiasi attore è una festa da recitare, è un giardino dell’abbondanza, dona molte chance.



A questo punto, cari lettori, vi riporto qui di seguito un breve scritto di Christian… il racconto di quando incontrò Ian McKellen, uno dei maggiori interpreti shakesperiani viventi, e volto assai noto nei grandi schermi per aver dato forma a personaggi quali Gandalf e Magneto.
L’ispiratore di Shakespeare’s Memories è il grande Ian McKellen, fuoriclasse della scena mondiale. Anni fa, il suo recital Acting Shakespeare è stato applaudito nei teatri di tutto il mondo. È uno spettacolo che ho studiato a fondo, cercando di assorbire l’energia straordinaria che emana da questo attore e dal suo modo di recitare Shakespeare.
Ho avuto la fortuna di conoscerlo qualche anno fa.
Londra, dicembre 2007. La leggendaria Royal Shakespeare Company recita uno dei massimi capolavori del bardo: Re Lear.
Il protagonista è Sir Ian McKellen, divo planetario per la parte di Gandalf nel Signore degli anelli, ma soprattutto uno dei più grandi attori di teatro shakespeariano viventi. Ian McKellen che interpreta Re Lear è un evento storico, forse l’apice della parabola artistica di un interprete immenso.
Sono venuto apposta dall’Italia per ammirarlo e imparare. Mancano un paio d’ore all’inizio e mi aggiro nei dintorni del New London Theatre. Ho fame, scorgo una minuscola bettola ed entro. Pochi tavolini deserti. Solo un vecchio in un angolo ed io. Sorseggiando un caffè, con la coda dell’occhio osservo il vecchio, barba e capelli lunghi e bianchissimi, folcloristico. Deve essere un clochard, penso. Mangia distratto un piatto di sconfortanti maccheroni inglesi al pomodoro, prendendo appunti su scartoffie stropicciate che ingombrano il tavolino. La verità mi colpisce all’improvviso: è uguale a Gandalf, non è un clochard. È Sir Ian McKellen. E le scartoffie non sono scartoffie. Sono il copione del Re Lear.
Ecco, il leggendario Ian McKellen, che a due ore dall’inizio ancora studia e approfondisce. Potrei mai disturbarlo? Non avrò un’altra occasione come questa, devo provarci, al massimo mi liquiderà.
Mi avvicino con in mano una copia del Re Lear e abbozzo un timido “Excuse me Sir, are you…?”
Non mi lascia finire, solleva il capo dal copione, annuisce e con un semplice gesto mi invita a sedere. Emozionato prendo posto e nel quarto d’ora successivo scopro di essere di fronte non solo a un maestro, ma a un grande uomo. Subito si interessa a quello che faccio io in Italia. Si illumina quando mi sente parlare del Piccolo Teatro, dice che la Tempesta di Strehler è il più bello spettacolo shakespeariano che ha visto (detto da lui ha un valore immenso), aggiunge che però gli attori italiani tendono a replicare senza impegnarsi a creare ogni sera. Mi confida che alcune scelte del regista del suo Lear sono discutibili, aggiungendo “vedrai e capirai”. A un certo punto sfoglia il mio libro di Re Lear, su cui ho fatto alcuni tagli per un workshop con dei ragazzi, e mi dice “Ah.. anch’io ho tagliato questa battuta”. Mi tratta come fossi un suo pari, semplice, diretto, senza un’ombra di supponenza né di falsa modestia. I minuti corrono, mi invita ad accompagnarlo mentre fuma una sigaretta fuori dalla bettola. La conversazione è così spontanea e rilassata che mi sembra di conoscerlo da anni.
È il momento di andare. Gli lancio un “toy toy!” (in bocca al lupo) e via, lui in camerino, io in platea.
Lo spettacolo è straordinario, McKellen inarrivabile. Un’opera d’arte vivente.
Lo aspetto in strada all’uscita artisti. Non sono il solo. Mi vede da lontano e mi chiama “Christian!” Quando arriva di fronte a me, Sir Ian McKellen, il re degli interpreti, con tono sincero mi chiede “com’è stato?”  e felice di sentirmi farfugliare un impacciato apprezzamento, mi lascia un biglietto a suo nome: potrò tornare a rivederlo il giorno dopo, in un teatro che da mesi è “sold out“.
L’insegnamento artistico ed umano di Sir Ian McKellen mi accompagna in ogni nuovo lavoro che affronto. Spero che questo Shakespeare’s Memories possa restituire anche solo un briciolo della sua arte.

Christian, a sei anni quasi vomitai sul palco durante il primo saggio di danza classica… Da piccola non volevo fare neppure la Madonna per il presepe vivente! Eppure sarò presente nelle Baccanti di Euripide che metteremo in scena per maggio con il Corso di Alta Formazione di quest’anno.
Tempo fa hai detto che gli attori sono spesso timidi. Ma come si fa a contrastare questa timidezza, specialmente nella voce? Come si lavora con la timidezza sul palco? Bastano l’esercizio e l’esperienza?
A volte, sì, gli attori sono timidi e fanno teatro proprio perché è un mezzo per esprimersi ed uscire fuori. A volte, invece, gli attori proseguono anche nella vita a fare gli attori e… dipende anche lì, c’è di tutto anche nel mondo degli attori.
Si può lavorare su questa timidezza facendo teatro. L’esperienza permette di fare passi in avanti. Esperienza vuol dire la quantità di ore che passa in scena. Come in tutte le cose, la quantità di tempo permette di fare passi in avanti, non ci sono scorciatoie. È la costanza.

Caro Christian, ti ringrazio per la disponibilità e per averci regalato le tue risposte. Non mi resta che chiederti un saluto per i nostri lettori.
Spero di avervi presto ad un mio spettacolo, andate sul mio sito che trovate il calendario.